Il premier che ha iniziato un timido processo di riforme per il bene del Paese,
o quello che lo porterà alla sua rovina integralista. Un efficiente gestore della
cosa pubblica, o il leader di un governo di corrotti. Un politico vicino alla
gente che parla chiaro, oppure un cinico calcolatore che finora non ha mostrato
il suo vero volto. Il ritratto di Recep Tayyip Erdogan e del suo Partito per la
giustizia e lo sviluppo (Akp), in vista delle elezioni del 22 luglio, dipende
dalle idee di chi lo descrive. La figura del primo ministro, un islamico moderato,
polarizza la Turchia: per alcuni è un idolo, per altri una minaccia letale alla
repubblica laica fondata da Mustafa Kemal Ataturk. E arrivando alle elezioni con
gli indicatori che mostrano una Turchia in gran salute, non stupisce che Erdogan
venga considerato il probabile vincitore del 22 luglio. I dubbi, secondo gli osservatori,
riguardano l'entità della vittoria; se l'Akp sarà in grado di governare da solo,
e se addirittura conquisterà il numero di seggi all'Assemblea che gli consentirebbe
di eleggere il prossimo presidente della repubblica.
I due leader. Erdogan e Abdullah Gul, il suo fido ministro degli esteri, sono la testa bicefala
dell'Akp e hanno diversi punti in comune. Entrambi provengono da famiglie non
particolarmente ricche, le loro mogli portano abitualmente il velo, comunicano
bene con la gente. Non rappresentano l'élite occidentalizzata e laica, ma si sono
“fatti da soli” partendo – per nascita o per origini familiari – dall'Anatolia
centro-orientale. Proprio la parte della Turchia che negli ultimi venti anni è
stata protagonista di un boom economico senza precedenti, dove è nata un'ambiziosa
classe media che è riuscita a coniugare progresso e valori religiosi, e che negli
ultimi anni ha acquistato più voce nel Paese. Insieme ai milioni di immigrati
interni che nell'ultimo decennio hanno fatto gonfiare a dismisura le periferie
di Istanbul e Ankara, questa nuova borghesia è lo zoccolo duro dell'Akp. Ma la
componente islamica del partito, e l'accento nazionalista meno forte rispetto
ai movimenti laici, ha fatto breccia anche tra i curdi, che compongono il 20 percento
della popolazione.
L'economia e l'Europa. Il prodotto interno lordo della Turchia sta crescendo a un ritmo del 7 percento
l'anno e il tasso di inflazione è ora a una sola cifra, dopo anni in cui aveva
toccato anche il 30 percento, con la lira continuamente svalutata. Gli investimenti
stranieri, circa 500 milioni di dollari nel 2002, l'anno scorso avevano sfiorato
quota 19 miliardi. Il mercato azionario è in ebollizione, da inizio anno l'indice
della borsa di Istanbul è aumentato del 40 percento: nelle ultime settimane, un'ulteriore
impennata è stata attribuita alla fiducia degli investitori nella vittoria nell'Akp.
Le riforme chieste dall'Unione europea in vista di una futura ammissione procedono,
anche se a rilento. Basterebbero questi dati per mostrare come la comunità internazionale
guardi con favore a Erdogan e soci. In partria, i detrattori del premier snocciolano
una serie di arricchimenti sospetti dei politici al governo, e sostengono che
la buona salute della Turchia attuale dipende troppo dall'umore degli investitori
stranieri. Se rieletto, Erdogan ha promesso di far salire il reddito annuo pro
capite a 10.000 dollari nel 2013, partendo dai 5.500 dollari dell'anno scorso.
Si è inoltre impegnato a sveltire i procedimenti burocratici e introdurre nuovi
sussidi per le piccole e medie aziende.
Nuova costituzione e nuovo presidente. A livello politico, una vittoria sonante dell'Akp rischierebbe di far salire
di nuovo la tensione con le istituzioni laiche, esercito in primis. Una quota
di voti come quella ottenuta nel 2002 (34 percento), grazie al lauto premio di
maggioranza e alle preferenze disperse dalla soglia del 10 percento dei voti per
entrare in Parlamento, garantirebbe all'Akp la possibilità di governare da solo,
ma non i 367 seggi su 550 che gli consentirebbero di eleggere il presidente della
Repubblica, che ha poteri di garanzia e guida le forze armate. In aprile, grazie
al sostengo di un partito minore, l'Akp aveva i numero per far diventare presidente
Gul. Ma l'ostruzionismo parlamentare dell'opposizione, a cui la Corte suprema
ha dato ragione nella sua richiesta di annullare tutto, ha portato alla crisi
politica e alla proclamazione di elezioni parlamentari anticipate. L'Akp ha ingoiato
il rospo, ma ha chiesto in cambio l'elezione popolare del presidente, una novità
che verrà votata in un referendum il prossimo 21 ottobre. L'entità della vittoria
dell'Akp il 22 luglio determinerà le mosse successive dei partiti: se otterrà
i due terzi dei seggi, potrebbe tentare la spallata fallita ad aprile, eleggendo
il presidente nell'Assemblea appena ridisegnata. I sondaggi tendono ad assegnare
al partito di Erdogan tra il 38 e il 41 percento dei voti, il che precluderebbe
questa possibilità, e lo stesso premier ha rassicurato sulla sua volontà di proporre
un candidato di compromesso. A seconda di come andrà il referendum del 21 ottobre,
non è neanche escluso che il prossimo presidente possa essere eletto dal popolo.
L'Islam e la repubblica. In cinque anni al potere, l'Akp non ha introdotto una sola legge che mini la
laicità della Turchia e ha assicurato più volte che non toccherà la separazione
tra stato e religione. Ma tre anni fa il premier tentò di far passare un provvedimento
che criminalizzava l'adulterio: la bozza, poi lasciata cadere, ha allarmato chi
teme ancora una deriva islamista dell'Akp. La questione del velo non è affrontata
direttamente nel manifesto elettorale del partito: non c'è un impegno preciso
a togliere il divieto di indossarlo negli uffici pubblici, per esempio, ma l'intenzione
di eliminare le discriminazioni per motivi religiosi è ben presente nei discorsi
dei candidati. I detrattori di Erdogan ricordano la sua militanza nel Partito
del Benessere, messo fuorilegge dieci anni fa perché troppo religioso. E citano
ancora il suo arresto per aver recitato un vecchio poema che diceva “le moschee
sono le nostre caserme, i minareti le nostre baionette”, nonché una sua vecchia
frase sull'uso della democrazia come un mezzo per arrivare ad altri obiettivi.
Per i suoi critici, un Erdogan rieletto al potere mostrerebbe gradualmente il
suo vero volto e metterebbe in pericolo la sopravvivenza della repubblica laica.
Erdogan ha respinto più volte queste accuse e negli ultimi giorni ha alzato la
posta, dicendo che si ritirerà dalla politica se l'Akp non sarà in grado di governare
senza una coalizione. Se i sondaggi si tramuteranno in voti, non rischierà di
rimanere disoccupato.