Un feroce assassino, responsabile della morte di centinaia di persone, o un ex-bambino
soldato vittima delle circostanze? La vicenda di Dominic Ongwen, ora uno dei leader
ribelli del Lord's Resistance Army , inseguito da un ordine di cattura per crimini di guerra e contro l'umanità,
spacca l'Uganda. Come lui, infatti, almeno 20 mila bambini sono stati rapiti e
costretti a entrare nei ranghi dei ribelli. In vista di un possibile accordo di
pace, in Uganda cresce il dibattito sul loro destino.
Ongwen. Nato nel villaggio di Lamogi, nel distretto settentrionale di Gulu, Dominic viene
rapito dai ribelli nel 1986 quando ha appena dieci anni, stando a quanto sostiene
la famiglia. Nonostante la sua minore età, sottolinea a
PeaceReporter Florence Olara, dell'ufficio stampa della Corte Penale Internazionale, “Ongwen
è in stato d'accusa per i crimini commessi dopo il 2002, anno in cui era già maggiorenne”.
Secondo la famiglia, però, Dominic non ha avuto possibilità di scelta: rapito
e sottoposto alla dura disciplina dei campi del
Lra, non è lui stesso una vittima del conflitto?
Frank Nyakairu, giornalista ugandese e massimo esperto di una guerra che, in
20 anni, ha provocato almeno 25.000 vittime, la pensa diversamente. “Ongwen è
il numero tre del Lra – riferisce a PeaceReporter – tanto da potersi permettere di disobbedire agli ordini del leader Joseph Kony.
E per entrare nelle grazie di Kony, devi uccidere il maggior numero di persone
possibili”.
Crimini. Secondo la Corte Penale Internazionale, che ha incriminato i quattro maggiori
ufficiali del gruppo, Ongwen avrebbe partecipato all'ultima vasta offensiva del
Lra, lanciata nel 2002 e costata la vita ad almeno 2.200 persone. L'ex-bambino soldato,
attivo principalmente nel distretto di Pader, sarebbe il responsabile di saccheggi,
assassinii, mutilazioni e sequestri di civili. Secondo le ultime stime, l'85 percento
dei soldati del Lra è composto da bambini tra gli undici e i quindici anni, rapiti durante i raid
nei villaggi. Nyakairu, che recentemente ha visitato i campi dei ribelli nelle
foreste al confine con il Congo, giura di avervi visto una miriade di bambini
e bambine (utilizzate anche come schiavi sessuali per i capi).
Mato oput. Anche ora che i colloqui di pace in corso nel Sudan meridionale hanno “congelato”
la guerra nel nord, il dibattito sul destino dei ribelli tiene banco. I ricercati
dalla
Cpi chiedono l'annullamento dei procedimenti a loro carico, una condizione che all'Aja
hanno più volte detto di non poter e non voler soddisfare.
Per risolvere la situazione, da più parti si è proposto il ricorso al mato oput, una pratica comune alla comunità Acholi del nord Uganda, che prevede la riconciliazione
tra due persone e il perdono da parte dell'offeso al termine di un preciso rituale:
la vittima e il carnefice bevono dalla stessa ciotola un infuso di erba amara,
simbolo dei dolori del passato che entrambi intendono lasciarsi alle spalle.
La difficoltà sarebbe quella di adattare a un processo di riconciliazione collettiva
un rituale nato per risolvere questioni tra singoli individui.
Giustizia. Il mato oput potrebbe risolvere il problema del destino dei bambini soldato? La proposta
trova pareri favorevoli in Uganda ma, come ricorda l'avvocato per i diritti umani
Stephen Okello, contattato da PeaceReporter, “oltre agli Acholi, la guerra ha coinvolto numerose comunità in Uganda, Congo
e Sudan meridionale. Per queste, il sistema del mato oput non può funzionare”.
Una soluzione basata sulla giustizia tradizionale toglierebbe un grosso ostacolo
alle trattative di pace, nonostante sia stato lo stesso governo ugandese a chiedere
l'intervento della Cpi nel 2003. Ma non è detto che le vittime l'accettino. Nel
nord, circa 700 mila persone hanno lasciato i campi profughi e la vita economica
sta lentamente riprendendo ma, come sottolinea Nyakairu, “la gente vuole la pace,
ma anche giustizia”.