Una vita spesa nella lotta per i diritti delle donne, la conservazione ambientale
e la conquista della democrazia. Quasi trent’anni di sforzi, riconosciuti lo scorso
ottobre con il Nobel “per il suo contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia
e alla pace”. Wangari Maathai, sessantaquattro anni, è la leader del Green Belt Movement, “movimento della cintura verde”: una comunità di oltre 100mila persone che
dal 1977 ha piantato più di 30 milioni di alberi sul territorio kenyano, promuovendo
l’ambiente e al contempo lavorando per l’emancipazione delle donne. Dopo decenni
passati all’opposizione contro il regime di Daniel Arap Moi, Wangari è stata eletta
in Parlamento nel dicembre 2002. Il neopresidente democratico Mwai Kibaki l’ha
nominata viceministro dell’ambiente e delle risorse naturali.
In un’intervista rilasciata qualche giorno dopo aver ritirato il premio dal Comitato
di Oslo, Wangari racconta la sua visione del mondo a PeaceReporter. Le interminabili
guerre africane, la piaga dell’Aids, i problemi della deforestazione e della desertificazione
in tante aree del pianeta, l’importanza della tutela ambientale ai fini della
pace: la prima donna africana a conquistare un premio Nobel spiega che, per il
mondo, è arrivata l’occasione di cambiare modo di pensare. E non possiamo più
permetterci di aspettare.
Una volta lei disse che “proteggere l’ambiente globale è direttamente collegato
al mantenimento della pace”. Crede che il mondo si renda conto dell’esistenza
di questo legame?
"Ovviamente non tutti capiscono questa relazione, e questo è il motivo per cui
il dibattito è così diffuso. Ma è anche vero che il momento è maturo affinché
questo dibattito si tenga, e per riconoscere che l’ambiente è un ingrediente molto
importante per sostenere la pace".
Lei ha ricevuto il premio Nobel per i suoi sforzi tesi a migliorare la situazione
ambientale del Kenya, combattendo la deforestazione e la desertificazione. Sono
problemi che riguardano tutto il pianeta - lo sfruttamento della foresta amazzonica,
l’effetto serra, la questione delle emissioni inquinanti – e siamo ancora lontani
dalla soluzione. Nel suo discorso di accettazione del premio Nobel, ha esortato
il mondo a “cambiare il modo di pensare”. Quanto tempo crede ci vorrà?

"Penso che possa succedere nel corso di una generazione, perché la consapevolezza
c’è già. Forse non abbiamo ancora una grande “massa critica” di persone coscienti
del problema, ma i segnali di una diffusa consapevolezza ci sono. Le reazioni
del mondo al mio Nobel sono un indicatore del fatto che un numero crescente di
persone capisce che pace, ambiente, democrazia e sviluppo sono collegati".
Non teme che dare il Nobel per la pace a un’ambientalista sia una cosa facile
da fare e lodevole, ma che facendo così il mondo in qualche modo si mette a posto
la coscienza e poi si lava le mani della questione ambientale?
"Credo che, scegliendo me per il premio, il Comitato abbia di fatto chiesto al
mondo di concentrarsi sul problema. Quindi, invece che dimenticarlo, penso che
ci sarà ancora più pressione per dargli la dovuta attenzione. E spero che
specialmente i giovani chiedano ai loro governi di porre le questioni dell’ambiente
e della democrazia al centro delle politiche nazionali. Questa è la mia speranza,
perché ora tutto il mondo deve concentrarsi sull’ambiente, non possiamo più permetterci
di ignorarlo".
Dopo il processo di decolonizzazione, il continente africano è se possibile ancora
più povero. La questione dello sviluppo dell’Africa è sempre sul tavolo, ma nessuno
sembra in grado di trovare una soluzione. Crede che il mondo potrebbe fare di
più?
"Forse in nessun altro luogo come in Africa vediamo l’impatto della cattiva gestione
delle risorse nazionali, le disuguaglianze, la mancata volontà da parte di leader
e uomini politici di utilizzare queste risorse per il bene della gente, che così
non può vivere in pace e si trova invischiata in conflitti infiniti. La sfida
è per i leader africani, che sono chiamati a concentrarsi su una migliore gestione
delle risorse e su una distribuzione delle ricchezze più equa, ad adottare processi
democratici così che i loro popoli possano godere della pace ed essere in grado
di svilupparsi e uscire dalla povertà. Spero che l’assegnazione del Nobel a una
donna africana acceleri questo processo. Ora è molto più accettata l’idea che
i governi cambiano con il voto e non grazie alle armi, e l’Unione Africana sta
incoraggiando molto l’adozione dei principi democratici".
Lei è ottimista riguardo il futuro del suo continente?
"Molto ottimista. In Kenya abbiamo dato l’esempio, mostrando che è possibile
cambiare governo democraticamente, senza spargimento di sangue. Abbiamo ancora
qualche problema con la coalizione che abbiamo formato, ma chiediamo ai nostri
leader di continuare con questo esperimento, di sacrificarvi le loro ambizioni,
perché può davvero invogliare molti altri africani a cambiare il loro governo
con il voto e scegliere la democrazia, che con molta più probabilità può dare
loro la pace e l’opportunità di svilupparsi".
(1. continua)
la seconda parte sarà pubblicata martedì 28 dicembre
Alessandro Ursic
Pablo Trincia