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I raid nelle case e la scarsa intelligence. Dietro segnalazioni di altri iracheni che spesso si rivelano sbagliate (anche
perché spesso gli informatori agiscono per vendette personali), di notte le truppe
statunitensi fanno irruzione nelle case di quartieri considerati roccaforti della
guerriglia. Ma più che raid mirati, ammettono i soldati interpellati da The Nation, si tratta di retate nel mucchio che si concludono con qualche arma sequestrata
e poco più. Ma che dietro lasciano una scia di appartamenti distrutti “come se
ci fosse passato un uragano”, abitanti umiliati e terrorizzati e in qualche caso
anche vittime innocenti, cadute sotto colpi sparati troppo facilmente nel caos
della perquisizione. “Mi ricordo di aver pensato 'ho appena terrorizzato qualcuno
sotto la bandiera americana, e non è per questo che mi sono arruolato nell'esercito'”,
ha ammesso un sergente.
I convogli, le pattuglie e i posti di blocco. Per minimizzare il rischio di imboscate, i convogli militari o dei rifornimenti
percorrono le strade irachene a tutta velocità, senza curarsi dei segnali stradali,
dei pedoni o di eventuali veicoli che si mettono in mezzo. Molti soldati hanno
rivelato di aver assistito a investimenti di adulti e bambini, o a guidatori uccisi
solo perché si erano avvicinati troppo a un convoglio. “L'ordine è di non fermarsi
mai, qualunque cosa succeda”, dice un soldato. La stessa cosa vale per i veicoli
di pattuglia, uno degli obiettivi preferiti della guerriglia. “Hai un tizio che
cerca di ucciderti sparando dalle case, con civili attorno a lui, donne, bambini.
Cosa fai? Non vuoi rischiare di sparare a lui e ai bambini contemporaneamente.
Ma al contempo, non vuoi neanche morire”, ammette un soldato.
La regola di ingaggio: “Copritevi il culo”. “La prima regola di ingaggio era 'copriti il culo'. Se qualcuno mi guardava male,
potevo raccontare che la mia sicurezza era stata minacciata”, ricorda un tenente.
Ma anche le regole ufficiali sono confuse. “Ti dicono 'Non essere aggressivo',
o 'Cerca di non sparare, se non devi'”. E che vuol dire?”, si chiede un soldato.
I soldati ricevono istruzioni su un sistema di uso della forza in cinque passi,
dai colpi di avvertimento al sparare per uccidere, ma non sempre viene rispettato.
Spesso le vittime civili non vengono riportate nei rapporti ai superiori. E anche
quando ci sarebbe materiale per procedere disciplinarmente, tante volte non si
fa niente. “E' fisicamente impossibile aprire un'inchiesta per ogni civile ferito
o ucciso perché succede troppo spesso, e impiegheresti il tuo tempo a fare solo
quello”, spiega un riservista dei Marines. Anche perché alla morte, in una guerra
con decine di vittime al giorno, ci si abitua. “L'atteggiamento generale era 'un
iracheno morto è solo un altro iracheno morto'. E' una costante battaglia psicologica,
per cercare di rimanere umani”.Alessandro Ursic