17/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



I veterani Usa dell'Iraq raccontano la quotidianità della guerra
Civili uccisi per sbaglio, perché qualcuno si è messo a sparare all'impazzata o perché un veicolo militare prende a tutta velocità la stradina che attraversa un villaggio. Abusi nei confronti dei detenuti anche dopo lo scandalo di Abu Ghraib. Umiliazioni di padri innocenti di fronte al resto della famiglia, o profanazioni dei cadaveri. L'Iraq raccontato dai soldati statunitensi che vi hanno combattuto è un Far West dove chi è più veloce a sparare vive, e dove si può disobbedire alle regole senza paura di venire puniti. Con la pubblicazione di un'inchiesta frutto di un anno di lavoro, con interviste a 50 veterani Usa che sono stati protagonisti o testimoni di molte situazioni raccontate, la rivista The Nation ha cercato di far luce sui tanti crimini di guerra che sfuggono alla giustizia e all'occhio delle telecamere.

Soldati Usa in IraqI raid nelle case e la scarsa intelligence. Dietro segnalazioni di altri iracheni che spesso si rivelano sbagliate (anche perché spesso gli informatori agiscono per vendette personali), di notte le truppe statunitensi fanno irruzione nelle case di quartieri considerati roccaforti della guerriglia. Ma più che raid mirati, ammettono i soldati interpellati da The Nation, si tratta di retate nel mucchio che si concludono con qualche arma sequestrata e poco più. Ma che dietro lasciano una scia di appartamenti distrutti “come se ci fosse passato un uragano”, abitanti umiliati e terrorizzati e in qualche caso anche vittime innocenti, cadute sotto colpi sparati troppo facilmente nel caos della perquisizione. “Mi ricordo di aver pensato 'ho appena terrorizzato qualcuno sotto la bandiera americana, e non è per questo che mi sono arruolato nell'esercito'”, ha ammesso un sergente.

Gli arresti e il disprezzo del nemico. Cinque dei soldati intervistati da The Nation hanno detto che la pratica di incappucciare i prigionieri, ufficialmente bandita dopo lo scandalo di Abu Ghraib, continua ancora. Le detenzioni senza prove, e gli abusi sui prigionieri, anche. “Ho visto gente vomitare e urinarsi addosso”, ha ammesso un sergente, “e molte persone venivano arrestate anche solo per avere un poster di Moqtada al-Sadr o di Alì Sistani alle pareti. Noi magari eravamo senza traduttore e non capivamo cosa c'era scritto. Ma li arrestavamo comunque e poi lasciavamo che altri li interrogassero”. Altri soldati sottolineano il disprezzo verso la popolazione locale di molti commilitoni. I termini dispregiativi vanno da “fantini di cammelli” a “negri color sabbia”, a “Jihad Johnny”. Ma il più comune sembra essere “haji”, il pellegrinaggio sacro alla Mecca che nel gergo cameratesco diventa epiteto. “Insultandoli, non sono più persone. Sono solo oggetti”, chiosa un militare.

I convogli, le pattuglie e i posti di blocco. Per minimizzare il rischio di imboscate, i convogli militari o dei rifornimenti percorrono le strade irachene a tutta velocità, senza curarsi dei segnali stradali, dei pedoni o di eventuali veicoli che si mettono in mezzo. Molti soldati hanno rivelato di aver assistito a investimenti di adulti e bambini, o a guidatori uccisi solo perché si erano avvicinati troppo a un convoglio. “L'ordine è di non fermarsi mai, qualunque cosa succeda”, dice un soldato. La stessa cosa vale per i veicoli di pattuglia, uno degli obiettivi preferiti della guerriglia. “Hai un tizio che cerca di ucciderti sparando dalle case, con civili attorno a lui, donne, bambini. Cosa fai? Non vuoi rischiare di sparare a lui e ai bambini contemporaneamente. Ma al contempo, non vuoi neanche morire”, ammette un soldato.

I checkpoint. Situazioni simili si verificano ai posti di blocco, che vengono spostati continuamente (per motivi di sicurezza) e spesso, per ammissione dei soldati intervistati, sono mal segnalati. Così, può capitare che chi sta al volante non riconosca da lontano i segnali di avvertimento. “C'è anche confusione tra i nostri gesti e i loro”, ammette un militare. “Quando noi facciamo segno di fermarsi con la mano, alcuni lo intendono come un saluto, o un cenno di farsi avanti”. “Inizi a pensare che chiunque sia un criminale. Sarà una macchina piena di esplosivo? O il guidatore è solo confuso? Sparo per farlo fermare o sparo per uccidere?”, dice un soldato. Molti innocenti sono morti così, scioccando anche diversi soldati che sono stati testimoni. Ma non tutti: “Se questi fottuti haji imparassero a guidare, questa merda non succederebbe”, disse un colonnello ai suoi soldati dopo uno di questi episodi.
 
Un iracheno piange per le vittime di un attentatoLa regola di ingaggio: “Copritevi il culo”. “La prima regola di ingaggio era 'copriti il culo'. Se qualcuno mi guardava male, potevo raccontare che la mia sicurezza era stata minacciata”, ricorda un tenente. Ma anche le regole ufficiali sono confuse. “Ti dicono 'Non essere aggressivo', o 'Cerca di non sparare, se non devi'”. E che vuol dire?”, si chiede un soldato. I soldati ricevono istruzioni su un sistema di uso della forza in cinque passi, dai colpi di avvertimento al sparare per uccidere, ma non sempre viene rispettato. Spesso le vittime civili non vengono riportate nei rapporti ai superiori. E anche quando ci sarebbe materiale per procedere disciplinarmente, tante volte non si fa niente. “E' fisicamente impossibile aprire un'inchiesta per ogni civile ferito o ucciso perché succede troppo spesso, e impiegheresti il tuo tempo a fare solo quello”, spiega un riservista dei Marines. Anche perché alla morte, in una guerra con decine di vittime al giorno, ci si abitua. “L'atteggiamento generale era 'un iracheno morto è solo un altro iracheno morto'. E' una costante battaglia psicologica, per cercare di rimanere umani”.
 

Alessandro Ursic

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