Anche questa mattina il campo profughi
di Nahr el Bared, a Tripoli, nel nord del Libano, è nel mirino
dell'esercito libanese. Per tutto il fine settimana i miliziani di
Fatah al Islam hanno combattuto contro i soldati libanesi che sono
ormai penetrati in profondità nel campo. A tratti il rumore
dell'artiglieria pesante cessa, per lasciare spazio ai colpi di mitra
e armi leggere. Segno che si è passati dalla battaglia a
distanza ai corpo a corpo per le vie del campo dove, secondo
testimoni locali, giacciono abbandonati i corpi di diversi miliziani.
Accerchiati. Diverse bandiere
biancorosse con il cedro al centro sventolano dai tetti degli edifici
conquistati, disegnando una mappa dell'accerchiamento dei miliziani
che vanno via via perdendo posizioni. Gli ulimi resistenti rimangono
asserragliati in alcuni edifici, da cui hanno iniziato a sparare
razzi Katyusha verso i villaggi circostanti. Una nuova tattica che,
nelle speranze dei miliziani, potrebbe servire ad allentare la
pressione militare sul campo. Tra venerdì e domenica i
Katyusha sparati sui villaggi attorno a Tripoli sono stati una
trentina e hanno causato il ferimento di due persone. Questa mattina
l'esercito libanese ha annunciato la morte del centesimo soldato,
mentre il numero delle vittime tra i miliziani rimane incerto. Fonti
locali parlano di 80 miliziani e 40 civili uccisi, mentre secondo le
Nazioni Unite sono 60 e 20. Sultan Abuleinein, capo di Al Fatah in
Libano, sostiene che i guerriglieri rimasti nel campo sono una
sessantina, e ha invitato l'esercito a eliminarli. Prima del 20
maggio, quando sono inziati gli scontri, il campo profughi
palestinese di Nahr el Bared ospitava almeno 40 mila persone, la
maggior parte dei quali è fuggita dalla battaglia e ha trovat
o rifugio in struttture provvisorie. Un accordo del 1969 negava
all'esercito libanese il diritto di accedere ai campi palestinesi, il
divieto è stato formalmente rimosso negli anni '80 ma è
rimasto implicitamente in vigore, fino a questi giorni.
Unifil. La missione unifil,
schierata sul campo dalla fine della guerra con Israele della scorsa
estate, dovrebbe offrire una garanzia di stabilità, ma oggi,
per la seconda volta in pochi giorni, i suoi soldati sono stati presi
di mira da un attacco. Questa mattina una bomba è esplosa
contro un convoglio dell'Onu a Qassimiyeh, un villaggio non lontano
dalla città portuale di Tiro. L'ordigno non ha causato feriti
e il comando non ha reso nota la nazionalità dei militari
coinvolti. Lo scorso 24 maggio un altro ordigno, sempre nel sud del
paese, aveva causato la morte di sei militari spagnoli del
contingente internazionale.
Colloqui. La lotta contro le
milizie legate ad Al Qaeda infiltrate nei campi palestinesi e gli
attacchi contro l'Unifil sono solo gli ultimi elementi che concorrono
a destabilizzare il paese, sprofondato dallo scorso autunno in una
crisi di rappresentanza e una stasi politica quasi totale. Questo
fine settimana in Francia si è svolto un incontro con lo scopo
di riaprire il dialogo tra le due principali correnti, quella di
Hezbollah e Aoun da una parte, quella di Hariri e Siniora dall'alra.
30 leader politici di 14 partiti libanesi si sono seduti attorno a un
tavolo del castelllo di La Celle Saint Cloud, a sud di Parigi e, dopo
alcune ore di gelo, hanno iniziato a porre le basi per un dibattito
che sulla carta ha visto tutti daccordo. I partiti hanno approvato un
documento in cui rifiutano la violenza come strumento politico e
stigmatizzano le ingerenze esterne nelle questioni libanesi. Uno
sviluppo positivo in termini politici, che però non prevede
alcuno strumento concreto. Dalla morte dell'ex premier Rafiq Hariri,
nel febbraio 2005, gli omicidi di politici si sono susseguiti senza
sosta e in nessun caso i responsabili sono stati individuati.
Hezbollah continua a ricevere armi e sostegno da Iran e Siria, mentre
il governo Siniora gode del sostegno politico ed economico di
Israele, degli Stati Uniti e della comunità internazionale.
Naoki Tomasini