Con la meditazione e il digiuno alcuni monaci buddisti spingono l'ascesi all'estremo
Scritto per noi da
Veronica Fernandes
Ci sono dei monaci, in Giappone, che riescono a spingere quasi oltre il limite
umano la negazione della parte fisica del sé, arrivando ad auto-mummificarsi mentre
sono ancora in vita. Sono monaci anziani, seguaci dello Shugendo, un’antica forma
di buddismo.
Le tappe. Diventare Sokushinbutsu, cioè un asceta che raggiunge la morte in modo da conservare
il suo corpo, richiede disciplina e sforzo fisico costante per tre mila giorni,
quasi nove anni. Il monaco deve passare attraverso tre fasi di uguale durata,
perseverare nella meditazione e, lentamente, abbandonare il suo corpo. Per circa
mille giorni dal momento della decisione continua a condurre una vita normale,
ma cambia la sua dieta: si nutre solo delle noci e delle bacche che riesce a trovare
nelle foreste intorno al tempio. In questo modo riesce a eliminare la quasi totalità
del suo grasso corporeo, la parte che dopo la morte va in decomposizione. Per
i successivi mille giorni, già quasi scheletrico, segue una dieta ancora più restrittiva.
Tutti i suoi pasti non sono altro che corteccia e radici di un albero chiamato
mokujiki, che servono a disidratare il corpo dai fluidi. Verso la fine di questo
periodo il monaco inizia a bere un té preparato con la linfa di urushi, in genere
utilizzata come base per le lacche e le vernici. Questa bevanda induce il monaco
a vomitare violentemente, urinare e sudare. Il suo corpo si asciuga completamente
e, dopo la morte, sarà in grado di proteggersi dai vermi e dagli insetti. Grazie
all’urushi, infatti, la sua pelle e quel che rimane della carne emanano sostanze
velenose che uccideranno le creature responsabili della decomposizione. A questo
punto il monaco entra nella terza fase, sempre di mille giorni. Lascia definitivamente
il mondo terreno per chiudersi in una bara di pietra grande appena per contenere
il suo corpo, seduto nella posizione del loto. Il suo unico contatto con l’esterno
sono un tubo che gli permetta di respirare e una campana. Ogni mattina, infatti,
il monaco deve suonare la campana per far sapere ai fratelli di essere ancora
vivo, nonostante sia totalmente privo di acqua e di nutrimento. Il giorno che
la comunità del tempio non sente più la campana toglie il tubo e chiude la bara,
lasciando riposare il monaco stremato dalle rinunce.
La venerazione. Di tutti quelli che provano, sono pochissimi i monaci che riescono a diventare
Sokushinbutsu, a completare cioè il processo di auto-mummificazione. Quando gli
altri membri della comunità aprono la bara, spesso trovano corpi divorati dagli
insetti, ossa polverizzate e brandelli di carne in decomposizione. Rispettano
il monaco per il suo tentativo, ma richiudono la bara e lo abbandonano. Se, invece,
sollevando il coperchio scoprono che il processo si è compiuto, estraggono il
corpo, ancora nella posizione del loto, e lo portano al tempio. Vestito con paramenti
rosso e oro, il monaco che è diventato Sokushinbutsu viene venerato perché ha
raggiunto lo stato di Buddha.
I monaci, spesso, scelgono questo lento suicidio per lasciare un oggetto, il
loro corpo mummificato, che sia simbolo di rinuncia e stimolo alla meditazione
per i fedeli del tempio.
La diffusione della pratica. Alla fine del 19esimo secolo il Giappone ha messo fuori legge gli Sokushinbutsu
perchè portavano avanti una pratica auto-punitiva, anche se pare che alcuni monaci
abbiano portato avanti la tradizione fino al secolo scorso. L’ultimo monaco di
cui è stato ritrovato il corpo intatto è Tetsumon-kai, morto nel 1829. Non si
sa quanti siano riusciti a portare a termine l'auto-mummificazione, per ora sono
stati ritrovati 24 monaci nello Yamagata, la regione a nord del Giappone dove
si trova il complesso di Dewa Sanzan, i tre monti sacri dello Shugendo. Ma non
sono gli unici al mondo perché nel 2001, nel villaggio di Ghuen, in Tibet, è stato
ritrovato il corpo mummificato di un monaco buddista. Aiutato dalle temperature
molto basse, il villaggio si trova a 4.284 metri di altitudine. Anche in questo
caso il monaco si è lasciato morire di fame seduto per mesi nella posizione del
loto, che è riuscito a mantenere fino ad oggi grazie a una fasciatura di juta.