13/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Le famiglie dei 46 migranti ghanesi trucidati due anni fa in Gambia chiedono giustizia
Arrestati, torturati, uccisi a colpi di machete e sepolti in fosse comuni. E' la storia di 46 immigranti clandestini ghanesi che, due anni fa, nel tentativo di raggiungere le coste dell'Africa occidentale per tentare la traversata verso l'Europa, ebbero la sventura di entrare in Gambia. Accusati di tentato golpe, trovarono la morte assieme ad altri quattro migranti. A due anni dalla loro scomparsa, le famiglie delle vittime cercano giustizia.

Il presidente gambiano Yahya JammehMigranti. La vicenda avvelena ancora i rapporti tra il Ghana e il Gambia. Tanto che il presidente gambiano, Yahya Jammeh, ha preferito non partecipare al summit dell'Unione Africana di inizio luglio, tenutosi ad Accra. “La giustificazione ufficiale è che il presidente aveva impegni interni – dichiara a PeaceReporter Nana Oye Lithur del Commonwealth Human Rights Initiative, una delle poche organizzazioni internazionali interessatesi alla vicenda – ma la disdetta è arrivata solo due giorni prima del summit. Evidentemente, Jammeh non voleva affrontare le manifestazioni di piazza, visto che la vicenda qui in Ghana è molto sentita”.
Il presidente ghanese John Kufuor, attuale leader dell'Unione Africana, aveva promesso di portare la vicenda davanti all'assemblea dei capi di stato, ma alla fine ha preferito mantenere un più diplomatico silenzio. Senza l'ausilio delle autorità, a lottare per cercare di sapere la verità sulla vicenda sono rimaste solo le famiglie delle vittime e qualche organizzazione dei diritti umani.

Il luogo del ritrovamento della fossa comune a BrufutMassacro. Sono pochi gli elementi per ricostruire cosa successe quella mattina del 4 luglio 2005. A tale proposito, PeaceReporter ha provato a contattare i portavoce dei due governi, ma senza successo.
Un anno fa, un giornale di espatriati gambiani riuscì a contattare un funzionario governativo che, sotto garanzia di anonimato, accettò di raccontare la storia.
Catturati alla frontiera con il Senegal, i 50 migranti avrebbero avuto la sfortuna di capitare in Gambia proprio quando i servizi segreti avevano ricevuto un allarme per un possibile golpe ai danni del presidente Jammeh (salito al potere nel 1984, ironia della sorte, proprio grazie a un colpo di stato). Presi in consegna dalla Marina, i migranti sarebbero stati divisi in due gruppi da 25, portati nei pressi dei villaggi di Brufut e Ghana Town (una sorta di colonia abitata proprio da ghanesi espatriati) e uccisi a colpi di arme da taglio: coltelli, machete, asce. Non prima però di essere stati torturati per carpire i dettagli del presunto piano sovversivo.
Due dei migranti riuscirono a scappare e a rifugiarsi a Ghana Town ma, come ricorda la Lithur, “di loro non si sono avute più notizie. La versione ufficiale è quella della scomparsa, ma furono sicuramente uccisi”. Secondo il funzionario gambiano, i due sarebbero stati riconsegnati direttamente alle autorità dal capo del villaggio di Ghana Town, impaurito per le possibili ritorsioni delle forze di sicurezza. Con Jammeh, infatti, c'è poco da scherzare.

Il presidente ghanese John KufuorGiustizia. Ex-campione di wrestling e militare, Jammeh appartiene alla generazione di capi di stato africani che, saliti al potere con la forza, governano i propri Paesi come feudi personali. Una razza in via di estinzione, ma non in Gambia. Gli attacchi alla stampa e all'opposizione sono frequenti, così come i tentativi di colpi di stato che Jammeh ha dovuto sventare. Ogni volta, il giro di vite nei confronti dei dissidenti si stringe sempre più.
A farne le spese sono state anche le autorità ghanesi, le quali accusano Banjul di non voler cooperare alla risoluzione del caso, emerso a fine 2005 con la scoperta delle due fosse comuni. Una commissione mista, creata ad hoc per indagare sull'accaduto, non è riuscita ad appurare nulla a causa delle resistenze delle autorità gambiane, secondo quanto sostenuto da Accra.
La strada verso la verità si preannuncia ancora lunga. “La cosa scandalosa è che nessuna organizzazione internazionale si sia interessata a questa vicenda – fa sapere la Lithur –. Abbiamo provato a portare il caso davanti alla commissione dell'Ua per i diritti umani ma non abbiamo ancora ottenuto risposta. L'ultima spiaggia potrebbe essere la Corte Penale Internazionale”.

Matteo Fagotto

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