Le famiglie dei 46 migranti ghanesi trucidati due anni fa in Gambia chiedono giustizia
Arrestati, torturati, uccisi a colpi di
machete e sepolti in fosse comuni. E' la storia di 46 immigranti
clandestini ghanesi che, due anni fa, nel tentativo di raggiungere le
coste dell'Africa occidentale per tentare la traversata verso
l'Europa, ebbero la sventura di entrare in Gambia. Accusati di
tentato golpe, trovarono la morte assieme ad altri quattro migranti.
A due anni dalla loro scomparsa, le famiglie delle vittime cercano
giustizia.
Migranti. La vicenda avvelena ancora i rapporti
tra il Ghana e il Gambia. Tanto che il presidente gambiano, Yahya
Jammeh, ha preferito non partecipare al summit dell'Unione Africana
di inizio luglio, tenutosi ad Accra. “La giustificazione ufficiale
è che il presidente aveva impegni interni – dichiara a
PeaceReporter Nana Oye Lithur del
Commonwealth Human Rights
Initiative, una delle poche organizzazioni internazionali
interessatesi alla vicenda – ma la disdetta è arrivata solo
due giorni prima del summit. Evidentemente, Jammeh non voleva
affrontare le manifestazioni di piazza, visto che la vicenda qui in
Ghana è molto sentita”.
Il presidente ghanese John Kufuor,
attuale leader dell'Unione Africana, aveva promesso di portare la
vicenda davanti all'assemblea dei capi di stato, ma alla fine ha
preferito mantenere un più diplomatico silenzio. Senza
l'ausilio delle autorità, a lottare per cercare di sapere la
verità sulla vicenda sono rimaste solo le famiglie delle
vittime e qualche organizzazione dei diritti umani.
Massacro. Sono pochi gli elementi per ricostruire
cosa successe quella mattina del 4 luglio 2005. A tale proposito,
PeaceReporter ha provato a contattare i portavoce dei due
governi, ma senza successo.
Un anno fa, un giornale di espatriati
gambiani riuscì a contattare un funzionario governativo che,
sotto garanzia di anonimato, accettò di raccontare la storia.
Catturati alla frontiera con il
Senegal, i 50 migranti avrebbero avuto la sfortuna di capitare in
Gambia proprio quando i servizi segreti avevano ricevuto un allarme
per un possibile golpe ai danni del presidente Jammeh (salito al
potere nel 1984, ironia della sorte, proprio grazie a un colpo di
stato). Presi in consegna dalla Marina, i migranti sarebbero stati
divisi in due gruppi da 25, portati nei pressi dei villaggi di Brufut
e Ghana Town (una sorta di colonia abitata proprio da ghanesi
espatriati) e uccisi a colpi di arme da taglio: coltelli, machete,
asce. Non prima però di essere stati torturati per carpire i
dettagli del presunto piano sovversivo.
Due dei migranti riuscirono a scappare
e a rifugiarsi a Ghana Town ma, come ricorda la Lithur, “di loro
non si sono avute più notizie. La versione ufficiale è
quella della scomparsa, ma furono sicuramente uccisi”. Secondo il
funzionario gambiano, i due sarebbero stati riconsegnati direttamente
alle autorità dal capo del villaggio di Ghana Town, impaurito
per le possibili ritorsioni delle forze di sicurezza. Con Jammeh,
infatti, c'è poco da scherzare.
Giustizia. Ex-campione di wrestling e militare,
Jammeh appartiene alla generazione di capi di stato africani che,
saliti al potere con la forza, governano i propri Paesi come feudi
personali. Una razza in via di estinzione, ma non in Gambia. Gli
attacchi alla stampa e all'opposizione sono frequenti, così
come i tentativi di colpi di stato che Jammeh ha dovuto sventare.
Ogni volta, il giro di vite nei confronti dei dissidenti si stringe
sempre più.
A farne le spese sono state anche le
autorità ghanesi, le quali accusano Banjul di non voler
cooperare alla risoluzione del caso, emerso a fine 2005 con la
scoperta delle due fosse comuni. Una commissione mista, creata ad
hoc per indagare sull'accaduto, non è riuscita ad appurare
nulla a causa delle resistenze delle autorità gambiane,
secondo quanto sostenuto da Accra.
La strada verso la verità si
preannuncia ancora lunga. “La cosa scandalosa è che nessuna
organizzazione internazionale si sia interessata a questa vicenda –
fa sapere la Lithur –. Abbiamo provato a portare il caso davanti
alla commissione dell'Ua per i diritti umani ma non abbiamo ancora
ottenuto risposta. L'ultima spiaggia potrebbe essere la Corte Penale
Internazionale”.