
Fatima Tlisova, dell’agenzia di informazione
Regnum, e Jurij Bagrov, corrispondente
di
Radio Svoboda da Vladikavkaz, sono
i primi giornalisti russi ad aver ottenuto asilo politico in Occidente nell'era
Putin. L’annuncio ufficiale dell’ottenimento dello status di rifugiati politici
da parte dei due reporter russi proviene dal Comitato per la Difesa dei
Giornalisti (Cpj), un’organizzazione internazionale con sede a New York.
La notizia, che viene ripresa da
Kommersant e dai siti delle principali agenzie di stampa russe, fa
seguito ad un recente articolo del
New
York Times secondo il quale i due giornalisti avrebbero presenziato ad
una tavola rotonda presso il Parlamento statunitense sui temi dei diritti umani
in Caucaso. Pochi giorni dopo, avrebbero organizzato insieme al Cpj una
conferenza stampa a Washington per spiegare i motivi della loro fuga dalla
Russia. A spingere i due ad espatriare sarebbero state “le ripetute minacce nei
loro confronti, le persecuzioni dell’Fsb e l’impossibilità di poter svolgere il
proprio lavoro senza impedimenti”.
Nel corso della conferenza stampa, la coordinatrice del
Comitato per la difesa dei giornalisti per l’Europa e l’Asia centrale, Nina
Ognjanova ha dichiarato che “nel Caucaso del Nord è in serio pericolo la
sicurezza dei giornalisti indipendenti”. Secondo il Cpj, dal 2000 in Russia
sarebbero stati uccisi “su commissione” 13 giornalisti. La Russia
“guadagnerebbe” il disonorevole terzo posto, dopo Iraq ed Algeria, tra i Paesi
più
pericolosi per la categoria (ammonterebbero a 47 i reporter uccisi negli ultimi
quindici anni).
Alla lunga lista di giornalisti uccisi di recente in Russia,
contenuta nel report annuale del Cpj "Attacks on The Press 2006",
andrebbe con ogni probabilità aggiunto Igor Safronov, esperto in temi di
armamenti e difesa del quotidiano Kommersant, misteriosamente precipitato da
una finestra del suo palazzo nel marzo di quest'anno.

A far scoppiare il caso era stato tre mesi fa il
Sunday
Times. Il quotidiano britannico rivela che una giornalista russa -
Maria Ivanovna lo pseudonimo utilizzato - “esperta dell’area caucasica”,
avrebbe chiesto asilo politico negli Stati Uniti “dopo aver subito un tentativo
di avvelenamento in patria”. I blogger russi speculano sulla vera identità
della reporter. I nomi più gettonati sono la giornalista di
Ekho Moskvy e della
Novaya Gazeta, Julija Latynina, la sostenitrice di Garri Kasparov,
Marina Litvinovič e Elina Ersenoeva di
Čečenskoe
Obščestvo. Alcuni media russi, tra cui
Kommersant,
indicano proprio la capo redattrice per il Caucaso dell’agenzia d’informazione
russa
Regnum, Fatima Tlisova.
L’ipotesi viene avanzata su
Livejournal
persino dalla stessa Litvinovič, che rammentava un articolo de
La Vanguardia sul presunto avvelenamento
della Tlisova. Il sito web
Stringer
si spinge oltre, dicendo che “è noto che la Tlisova abbia presentato domanda di
asilo politico in Occidente, perché si ritiene in pericolo di vita”. In un
comunicato apparso sul sito della stessa agenzia
Regnum, la reporter nega di aver mai contattato i giornalisti del
Sunday Times e dichiara che la sua
prevista permanenza oltre oceano è dovuta unicamente ad un periodo di studio
presso un’Università statunitense.
Solo tre mesi dopo la polemica riesplode. A fine giugno Inopressa riprende la notizia del New York Times, titolando: “Giornalista
di Nal’čik denuncia al Congresso Usa torture e sequestri nel Caucaso del Nord”.
La Tlisova si sarebbe recata negli Stati Uniti per raccontare gli abusi degli
apparati di sicurezza russi. Dai racconti dei due giornalisti al Congresso
americano emergono storie personali di persecuzione.
Il figlio sedicenne della Tlisova sarebbe stato arrestato
l’ottobre scorso, proprio il giorno successivo all’uccisione della giornalista
della Novaya Gazeta Anna
Politkovskaja. Le autorità russe lo avevano inserito in una lista di
simpatizzanti con i terroristi ceceni. Nell’ottobre del 2006, pochi giorni dopo
l’arresto di suo figlio, si accorse che la porta di casa era stata forzata. La
mattina successiva cominciò a sentirsi male, fino a perdere conoscenza. Le
analisi all’ospedale diagnosticarono una grave insufficienza renale, nonostante
gli ultimi test avessero fatto registrare valori nella norma. La Tlisova
sostenne che gli intrusi le avessero avvelenato il cibo. Due mesi dopo un
ultimo reportage su una misteriosa malattia che colpiva gli scolari di un
villaggio del Caucaso, la giornalista partì per gli Stati Uniti.

La
Gazeta Gzt
rivela però che i guai per la Tlisova erano cominciati già nel 1992, quando suo
marito, volontario in Abkhazija durante il conflitto abkhazo-georgiano, fece
amicizia con Shamil Basaev (che a quei tempi combatteva a fianco dei russi e
contro le truppe georgiane) e con altri boeviki coi quali mantenne i legami per
diversi anni. La sua famiglia divenne presto oggetto di osservazione da parte
dei servizi segreti. Attenzioni che si fecero più intense da quando la Tlisova
iniziò la sua attività giornalistica a Nal’čik: inizialmente con la
Vremja MN, poi con la
Novaya Gazeta e con
Iwpr,
Associated Press e
da ultimo come caporedattrice dell’agenzia
Regnum.
I primi episodi inquietanti avrebbero avuto inizio nel 2002,
dopo un suo articolo sugli abusi dei militari russi in Cecenia pubblicato sulla
Obščaja Gazeta. Dopo una serata in
compagnia di amici venne aggredita da due sconosciuti sull’androne del palazzo.
Ricoverata all’ospedale, la giornalista riportava alcune costole spezzate, una
commozione cerebrale e diversi altri traumi.
Altre antipatie deve aver raccolto la denuncia - contenuta
in alcuni reportage della Tlisova per l’agenzia Associated Press - delle torture dei boeviki detenuti in seguito
all’attacco di Nal’čik (Kabardino-Balkarija) nel 2005. Poco tempo dopo la
giornalista venne bloccata per strada da alcuni uomini, fatta salire a forza su
un’auto con i vetri oscurati e condotta in un bosco in periferia. Per tre ore
ricevette pesanti minacce anche fisiche. I sequestratori le avrebbero spento
delle sigarette sui polpastrelli, “raccomandandole di scrivere meglio”. Il
fatto non venne denunciato alla polizia perché la reporter aveva riconosciuto
alcuni ufficiali della locale sezione dell’FSB tra i sequestratori.
Jurij Bagrov, giornalista di Vladikavkaz (Ossezia del
Nord-Alania), già collaboratore della
Associated
Press e della
France Press,
cominciò il suo lavoro di reporter nel 1999. Nelle sue corrispondenze aveva
ventilato ipotesi sul coinvolgimento dell’Fsb nel sequestro di cittadini
ingusci e rivelato dati segreti sulla reale consistenza delle perdite delle
forze russe nel corso del secondo conflitto ceceno. Le sue richieste di
accreditamento per presenziare a conferenze stampa, incontri ufficiali e sedute
dei tribunali vengono da allora puntualmente rifiutate. Un ostacolo che gli
avrebbe impedito di svolgere l’attività giornalistica nei giorni del sequestro
alla scuola n. 1 di Beslan. Il giornalista avrebbe denunciato persino
telefonate di sconosciuti alla moglie: chiedevano di poter parlare con la
“vedova Bagrova” (
Prima-news,
2 luglio).
Nel 2004 Bagrov si vide sequestrare il passaporto
dall’ufficio dell’Ufsb dell’Ossezia del Nord, con l’accusa di falsificazione.
Il tribunale lo condannò ad un’ammenda di 15.000 rubli, dichiarando che per
ottenere la cittadinanza russa, dopo l’espatrio dalla Georgia, aveva
falsificato il documento. Gazeta.ru
riferisce che la sua richiesta di ottenere la cittadinanza venne
definitivamente respinta dal Servizio federale per l’immigrazione nell’aprile
scorso. Così da oltre un anno e mezzo si trova negli Stati Uniti.

Oltre che dai siti dell’opposizione e da alcune agenzie di
informazione, in Russia la notizia è stata trattata ampiamente dal solo
giornale
Kommersant. Il
segretario generale dell’Unione dei giornalisti, Igor Jakovenko, riferisce al
quotidiano che la notizia della fuga dei giornalisti “non è affatto
sorprendente, ma è una tendenza degli ultimi anni”. Il direttore del Fondo per
la difesa della Comunicazione pubblica, Aleksej Simonov, che pure si dice
contrario ad un gesto così estremo, non se la sente di condannare i due
emigranti, “stanchi di lottare per il diritto di poter esercitare la
professione senza pericolo per la propria vita”.
Si definiscono nel frattempo alcuni aspetti della vicenda.
Sarebbe stato lo stesso Comitato, stando alle parole della coordinatrice del
programma di aiuto ai giornalisti, Elizabeth Witchell (Radio Svoboda), ad aver agevolato la richiesta di Bagrov
“contattando una fondazione americana che si è resa disponibile ad aiutarlo a
stabilirsi negli Stati Uniti”. La Witchell rivela che i due avrebbero ottenuto
lo status di rifugiati politici ancor prima di recarsi negli Stati Uniti. Una
procedura, quella per l’ottenimento della richiesta, che Kommersant giudica “abbastanza semplice”. La Witchell stessa
ritiene che l’attesa per l’espletamento delle procedure richieda in tutto
“dalle sei settimane ai sei mesi”.
Il caso Tlisova non è comunque chiuso. Con una smentita
analoga a quella già rilasciata a marzo, la giornalista ha dichiarato
all’agenzia Regnum: “Di tutto ciò che
dicono di me, è vera solo una cosa. Ho partecipato alla tavola rotonda al
Congresso degli Stati Uniti. In America mi trovo per motivi di studio. Per il
futuro ho in programma di continuare il lavoro sul Caucaso”. Il direttore del
Centro giornalistico in Situazioni Estreme, Oleg Panfilov, si dice sicuro che
le recenti smentite siano dovute al timore per possibili ripercussioni sui
familiari rimasti nel Caucaso del Nord.
Davide
Cremaschi