Con il riscaldamento globale, la regione artica finisce nel mirino di Usa, Russia e Canada
Flotte militari che vengono rimodernate, primi ministri e ammiragli che promettono
di assicurarsi per primi le terre ricche di risorse, confini e vie di comunicazione
tutti da definire in territori ancora inesplorati. Grazie allo scioglimento dei
ghiacci provocato dal riscaldamento del pianeta, l'Artico promette di essere il
nuovo Eldorado: nel sottosuolo nasconde petrolio, gas e altri minerali che potrebbero
diventare accessibili nel giro di qualche decennio, e offre un'alternativa più
breve di navigazione tra l'Atlantico e il Pacifico. Gli stati con terre che guardano
verso il Polo – Usa, Canada, Russia, Norvegia e Danimarca – ci hanno già messo
gli occhi sopra. E nei giorni scorsi Ottawa e Washington hanno deciso, una dopo
l'altra, di potenziare la loro presenza militare nell'area.
Usa e Canada si muovono. “L'Artico canadese è parte della nostra storia. E rappresenta l'enorme potenziale
del nostro futuro”, ha detto lunedì scorso il primo ministro Stephen Harper, annunciando
la costruzione di un nuovo porto artico e di sei nuove navi rompighiaccio capaci
di pattugliare le coste settentrionali del Canada per buona parte dell'anno, al
costo di 7 miliardi di dollari. “Dobbiamo scegliere come difendere la nostra sovranità
sull'Artico. O lo usiamo o lo perdiamo. E credetemi, il governo intende usarlo”,
ha concluso Harper. Il giorno dopo, a Washington, per la prima volta i massimi
vertici della Marina si sono incontrati con alcuni climatologi. Al summit, l'ammiraglio
Timothy McGee ha affermato che gli Usa devono “assolutamente” potenziare la loro
presenza nella regione artica, paragonandola al Medio Oriente di cento anni fa,
quando i Paesi europei non erano ancora consci delle ricchezze del sottosuolo.
“Non avevano visto giusto. Stavolta, dobbiamo vederci giusto noi”, ha detto McGee.
La posta in palio. Il “grande gioco” tra i ghiacci ruota intorno a due questioni: le risorse naturali
e le nuove rotte marittime tra Atlantico e Pacifico che si potrebbero aprire con
l'aumento della temperatura, attraversando il Passaggio di Nord-ovest. Lo stretto,
scoperto da Giovanni Caboto nel 1497 ma attraversato per primo da Roald Amundsen
solo nel 1906, è rivendicato dal Canada perché passa tra le sue isole, ma il resto
del mondo lo considera in acque internazionali. Al momento è parzialmente navigabile
solo per qualche settimana di agosto, ma si prevede che nel giro di un decennio
sarà percorribile per due mesi, e dopo il 2050 anche per buona parte dell'anno.
Ciò consentirebbe di risparmiare 5.000 chilometri per un viaggio in nave da Londra
a Tokyo, rispetto al transito via Suez.
Acque contese. Sul possesso delle acque contese ci sono due scuole di pensiero. Per i canadesi,
siccome il Passaggio è stato attraversato in pieno solo tre volte, manca il criterio
della “funzionalità” per stabilire che sia in acque internazionali. Per americani
ed europei, un viaggio è sufficiente. Anthony D'Amato, professore di diritto internazionale
alla Northwestern University di Chicago, crede che il Canada abbia torto. “Non
è che se cambia il tempo, cambiano anche le leggi”, spiega al telefono con
PeaceReporter. “Ma non ho dubbi che in futuro la Corte dovrà dirimere delle questioni in merito.
E non escludo nessun tipo di verdetto”. La questione va di pari passo con quella
della “Rotta del Mare del nord”, l'altra via teoricamente navigabile in futuro,
che passa dalla parte russa del Circolo polare artico: Mosca tende a considerarla
in acque proprie, gli altri Paesi no.
Ricchezze inesplorate. Ma l'assottigliamento dei ghiacci rende percorribile anche un'altra strada: quella
dell'esplorazione del sottosuolo. Si calcola che, nella regione artica, si trovino
un quarto delle riserve mondiali di gas e petrolio non ancora sfruttate, oltre
a diamanti, nichel e altri minerali, per non parlare delle nuove risorse ittiche
che diverrebbero disponibili. Qui la spartizione delle nuove ricchezze è più semplice:
la Convenzione Onu sul diritto marittimo (Unclos) stabilisce una “zona economica
esclusiva” (Eez) per ogni Paese entro 200 miglia nautiche dalla costa. Non è però
così facile dirimere le questioni sull'ampiezza della “piattaforma continentale”,
ovvero il prolungamento sottomarino della costa, che per la Unclos costituisce
la fascia successiva alla Eez di ogni stato. “Le potenze artiche dovranno in sostanza
mettersi a un tavolo e spartirsi la regione tracciando delle linee chiare. Entro
trent'anni sarà inevitabile che arrivino a questo”, dice a PeaceReporter Rob Huebert, direttore del Center for Military and Strategic Studies dell'università
di Calgary. Per partecipare al taglio della torta, però, bisogna venire alla cerimonia.
Anche per questo gli Usa, che in 25 anni non hanno ancora ratificato la Convenzione
Onu, ora sembrano aver cambiato idea: lo scorso maggio il presidente Bush ha esortato
il Senato a provvedere, e al Congresso si sta raggiungendo un consenso bipartisan
sulla ratifica. Come per l'inizio dello sfruttamento dell'Artico, anche qui sembra
essere solo questione di tempo.