Scritto per noi da
Cecilia Anesi
L'arabo-israeliano. “Non avevo
mai pensato che un razzo di Hezbollah potesse colpire una città
araba dentro Israele. Ero sdraiato sul letto nella mia casa a
Nazareth quando ho visto tre missili cadere verso il centro della
città. Poco dopo ero incollato alla televisione che sfornava
notizie sulla guerra e mostrava le immagini della gente in fuga”.
Così la guerra tra Israele e Libano è entrata nella
vita di Mazen, un giovane ragazzo arabo-israeliano. “Appena uscito
di casa ho appreso della morte di due bambini di 3 e 7 anni. Non
capivo perchè Hezbollah avesse colpito proprio una città
araba. Per la prima volta ho realizzato che nessun luogo è
sicuro e mi è crollato il mondo addosso”. Un anno fa Mazen studiava a Tel aviv,
dove si erano riparate migliaia
di persone in fuga dalle città del nord. “Nei giorni
successivi ho visto in televisione Nasrallah che si scusava con la
gente di Nazareth per la morte dei due bambini e offriva un
risarcimento alla famiglia. Loro hanno preso il denaro perché
sapevano che la guerra non è stata colpa di Hezbollah, la
guerra c'era e loro dovevano accettarla”.
Il soldato. A.B. invece, è
un israeliano di origine Ucraina che durante la guerra prestava
servizio militare nel nord del Golan. “C'era sempre molta tensione
-ricorda- perché si temeva un attacco della Siria”. A.B. si rese conto da subito
di alcuni
problemi organizzativi: “La base era sovraffollata perché erano giunti molti riservisti
e noi
ragazzi dormivamo per terra o in
cucina. Sapevamo già in che condizioni versasse l'esercito,
dunque quando sono stati divulgati i risultati della commissione
Winograd (sugli errori che hanno portato alla sconfitta il Libano,
ndr) non mi sono stupito per niente. Non mi ha sorpreso nemmeno la
campagna di informazione seguita al rapimento dei due soldati da
parte di Hezbollah: è evidente che ci sono persone che hanno
usato quella cattura per i loro scopi personali, per esempio i capi
dell'esercito come Dan Halutz, che in seguito ha dovuto dare le
dimissioni”. A.B. ricorda le visite dei comandanti che annunciavano
una vittoria schiacciante in cinque giorni e la fiducia che, con il
passare dei giorni, andava calando, “A un certo punto -dice-
abbiamo realizzato che l'esercito non era in grado di tenere sotto
controllo la situazione. Ero molto confuso, c'era tantissimo lavoro
da svolgere e non si dormiva”. Come la maggior parte dei suoi
connazionali, A.B. ha seguito gli eventi bellici dalla televisione
israeliana e ammette di non aver dato molto peso alle notizie delle
distruzioni e dei massacri in Libano: “Seguivo la guerra con la Tv
della base e le immagini che mi sono rimaste impresse sono quelle di
Haifa colpita dai missili Katyusha, gli stessi che hanno colpito un
treno su cui viaggiavano dei miei amici”.
Il giornalista. Dimitri Reider è
un giornalista israeliano di origine russa, non era al fronte ma
quegli eventi li ricorda bene. Mette subito in chiaro: “La guerra
non è andata come era stata pianificata: Israele voleva
spingere Hezbollah lontano dal confine e minare le basi del suo
consenso all'interno del paese. Il rapimento dei due soldati è
stato un pretesto per attaccare, ma è arrivato un po' prima
del previsto. Durante quei giorni -ricorda- la sensazione era che
Israele puntasse a un'escalation perché non era in grado di
fermare il lancio dei missili, mentre la gente provava rabbia verso
il governo e un opprimente senso di vulnerabilità”. Anche
Dimitri non fu sorpreso nell'apprendere le conclusioni dell'inchiesta
Winograd, ma sottolinea come l'inchiesta sia stata interna al
governo: “il documento ha un valore storico ma è stato usato
come arma politica contro Olmert, ma in sé la commisione non
ha portato giustizia né alle vittime israeliane, né a
quelle libanesi”. “Conservo il ricordo di quei soldati, più
o meno della mia età, che sono stati mandati al fronte, a
morire e a uccidere, in una guerra inutile, voluta da un governo
irresponsabile. Ma le immagini che mi hanno colpito di più
-conclude il giornalista- sono quelle del massacro di bambini
avvenuto a Qana. Non mi sono mai sentito così arrabbiato e
impotente.