12/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Nelle prime due settimane di conflitto, alcune vittime dei bombardamenti israeliani fanno insospettire: sono anneriti ma non carbonizzati..
dal nostro inviato nel Libano meridionale
 
 
Il 17 luglio, quarto giorno dell’attacco israeliano al Libano, una famiglia scappava su di un minibus dall’ennesima guerra che devastava il Paese dei cedri nell’estate 2006, la sesta dal 1967.
 
El Khiam, LibanoLa milionesima bomba. Dopo 34 giorni e 590 raid israeliani che lasceranno un milione100mila ordigni inesplosi, dal Sud Libano fuggiranno in 700mila. Duecentomila non sono tornati ancora alle loro case perché non ne hanno più una. Mille morti civili non torneranno mai più.
Tra loro le 11 vittime del bombardamento su Sidone del 17 luglio. Undici libanesi sunniti dai 5 ai 50 anni, uccisi dal missile lanciato da un caccia israeliano che doveva abbattere il ponte di Ruhmeile, dieci chilometri a nord del porto fenicio.
Il momento sbagliato per la famiglia Zubahir sul proprio furgoncino e per altre due auto per attraversare il ponte. Undici persone troveranno una morte rapida, ma feroce. Permessa dalle convenzioni internazionali sulle armi da guerra, ma indegna di qualunque essere umano. Le foto che trovate nella Galleria Fotografica collegata, sono state scattate all’ospedale ‘Complexe Cardiologique Sud Liban’ del dottor Bashir Cham, dove sono stati portati i cadaveri.
 
Pelle annerita in 11 flaconi. Il 25 luglio Martin Glasenapp, un volontario della Ong tedesca ‘Medico International’, premio Nobel 1997 per la Pace per una campagna antimine, atterra all’aeroporto di Francoforte. Ha con sé 11 flaconi, in cui conserva sotto formalina campioni di pelle annerita. Sono destinati al laboratorio di medicina legale dell’Università ‘Johann Wolfagang Goethe’.
I medici che il giorno dopo apriranno i flaconi li troveranno ordinati secondo uno schema macabro ma efficace: per ciascuno la data del decesso e un nome: la persona cui apparteneva quel corpo martoriato.
 
Mohamad, 20 anni, morto il 17-7-06. Kifah, 30, morto il 17 luglio.
Ibtisam, 50, morto il 17 luglio. Abdalah, 40, morto il 17-07. 
Dibeh, 45, morto il 17.07. Darine, 5 anni, morta il 17.07.
Ibrahim, 13 anni, morto il 17.07. Moussa, 16 anni, morto il 17.07.
 
Diciassette campioni di derma prelevati dai corpi, integri e senza apparenti bruciature, salvo la presenza d’ una sostanza nera penetrata nei tessuti per 8 millimetri in profondità, fino al grasso sottocutaneo. I campioni di cute prelevati dalle loro teste, “presentavano capelli assolutamente intatti”, secondo i medici tedeschi.
 
Aita el Chaab, il  più colpito.foto G.L.URsiniIl medico mite. La clinica del dottor Cham è moderna ed efficiente. Bashir Cham ha aspetto mite e mosse indaffarate, come chi non ha tempo da perdere. Ci guida di fretta, senza ansia di mostrare la struttura gioiello. In tasca laurea, specializzazione e passaporto francese, da anni aveva deciso di servire il giuramento d’Ippocrate nel suo Paese. Nel 2004 fonda il maggior centro cardiochirurgico libanese.
Ma lo attrezza perchè serva anche da ospedale di guerra, con sale operatorie sotterranee. “Questo ci ha fregati. Dall’inizio del conflitto ci hanno portato cadaveri ogni giorno. D’altronde avevo creato una Morgue moderna perché il pensiero dei morti abbandonati nelle celle frigorifere spente, come nelle guerre precedenti, mi ossessionava”. Cham espone i fatti come un perito espone un referto: “Quel giorno arrivarono quei cadaveri, che non assomigliavano a nessuno visto prima”.
 
Dei morti mai visti prima. “I cadaveri di chi viene colpito da un colpo d’obice assomigliano di solito a una tartare di carne umana: un mucchio di ossa e poltiglia sanguinolenta. Gran parte dei 25 morti di Saida (in arabo) nei primi tre giorni di guerra erano così”, recita in un francese che ricorda il cinismo del medico Ferdinand Destouches, in arte Cèline. “La stranezza di questi cadaveri mi ha spinto a farli fotografare: erano neri per grandi porzioni del corpo, ma non bruciati.
I vestiti, i peli e i capelli erano intatti. In più non avevano una goccia di sangue in corpo,,, Non li aveva certo colpiti una granata. Presentavano gli stessi sintomi: il sangue era colato copiosamente dal naso e dalle orecchie, la pelle annerita mi ricordava una foto che avevo visto il primo giorno di guerra: un bambino completamente nero, ma dai capelli intatti”.
Anche il 16 luglio una bomba aveva lasciato sul campo a Marwahine, vicino il confine Sud, altri cadaveri anneriti, ma non bruciati. “Come fossero stati esposti a un flash” ricorda Cham. Il che esclude la morte da obice.
 
Beirut sud. foto G. L. UrsiniFosforo, Metano o,,, Il dubbio nasceva spontaneo: forse T’sahal stava usando ordigni a fosforo bianco, come gli Usa a Falluja, Iraq, l’anno precedente.
Il medico dispone dei prelievi sui corpi, perché vengano sottoposti ad analisi chimiche e patologiche a Beirut. Una settimana dopo arriva a Sidone sulla scorta di questa notizia Martin Glasenapp di Medico International e si offre di portare a Francoforte dei campioni di pelle per capire se sono stati usati fosforo bianco o tossine.
Le analisi arrivano a Cham dall’Università ‘Goethe’ il 19 agosto.
Gli esperti coordinati dal professor H. Bratzke hanno fornito la loro ‘expertise’: escludono categoricamente che sia stato usato fosforo. la pelle “non presenta bruciature”, neanche superficiali. In più, i tessuti non presentano “i cambiamenti specifici” di chi è stato esposto alle tossine di un attacco batteriologico. Il derma e l’adipe sottopelle non presentano necrosi, come se fossero state esposti a delle tossine, ma la sostanza che ha annerito la pelle è penetrata per 0,8 millimetri, in alcuni casi concentrandosi in cristalli.
“Ho commesso un errore – riconosce Cham – inviando solo campioni di pelle. Non ho prelevato del sangue nè ho intubatoi cadaveri per i succhi gastrici; così, in Germania non hanno potuto stabilire la causa del decesso”.
 
Aorte squassate.. Cham si interroga per settimane sulla sostanza misteriosa usata dagli israeliani nelle loro bombe, quando un reporter egiziano dell’agenzia Reuters
che aveva saputo delle foto, ricorda d’aver visto cadaveri identici dopo un attacco dell’aviazione israeliana nella striscia di Gaza l’anno precedente: “corpi anneriti ma non bruciati, che colavano sangue da orecchie e naso”.
In quei giorni, le cronache dell’ultimo attacco su Beirut Sud parlano di 60 morti e quasi 60 feriti. Il dato colpisce il Dottor Cham: nessuna bomba finora ha dato queste percentuali. Di solito il rapporto tra morti e feriti è di uno a tre,o maggiore. Questi armamenti sono molto precisi e letali.
Consulta i colleghi degli ospedali di Tiro, Baalbek, Beirut Sud e Nabatiyeh nel Sud del Libano; Cham si sente riferire in maniera identica gli strani sintomi: niente bruciature, sangue che cola a profusione, corpi prosciugati.
Il cardiochirurgo viene invitato a un dibattito tv della rete Usa Nbc insieme a un esperto militare egiziano con il quale trova la risposta ai suoi dubbi: “Gli Israeliani hanno potenziato le bombe che fornisce loro l’aviazione Usa, aggiungendo Metano e Acetilene, due elementi usati normalmente per saldare i metalli – è la sua conclusione -  la loro reazione provoca temperature a 1300 gradi e soprattutto, bruciando l ‘ossigeno nell’ambiente circostante, crea un impatto devastante, tanto da far scoppiare anche gli organi interni delle vittime; il sangue che cola fuori dai corpi proviene dalle aorte squassate delle vittime.
 
beirut sud. foto G. L. Ursini..e corpi devastati. Cham ricorda benissimo anche “i cervelli dei cadaveri.. erano come.. liquefatti. Il nero sulla loro pelle viene dal carbonio liberato dalla combustione del metano. Sono tra le bombe più efficaci e letali mai usate finora”.
Il dottor Mohamed Choman, direttore dell’ospedale Shahid Salah Ghandur di Bent Jbeil –a un passo dal confine, sotto occupazione di T’sahal fino al 2000 - sostiene di aver visto un uomo completamente annerito da una bomba israeliana il terzo giorno di guerra nel villaggio di Jewahiye, tanto che la gente del villaggio credeva si trattasse di un raccoglitore stagionale, uno dei tanti nigeriani che la raccolta del tabacco richiama nel Libano meridionale. Solo all’ospedale hanno capito si trattasse di un libanese.
Uguale colore aveva notato il dottor Hassan Karut su di uno dei 36 feriti di guerra trattati nel mese di luglio dall’ospedale appena inaugurato di Meiss el Jebel. Il ferito veniva dal villaggio di Hula, lì vicino, ed è morto durante il trasferimento al più attrezzato ospedale di Marjayun. Né Karut né Choman hanno potuto osservare se i feriti sanguinavano copiosamente da naso e orecchie, ma hanno notato come nonostante il colore non avessero peli bruciati né ustioni sulla pelle. “I primi giorni erano un inferno di corpi straziati e ferite sanguinanti, non abbiamo fatto caso a questi feriti, avevamo tutti i letti occupati e non sapevamo dove mettere gli arrivi della mattinata – si giustifica Choman – inoltre, solo adesso abbiamo l’esperienza per riconoscere questi casi”. Anche l’ortopedico Mohamed Hassan dell’ospedale Ghandur di Bent Jbeil, ha assistito nel suo villaggio, Blida, tre militari la cui pelle era così annerita che in un primo momento erano stati confusi per soldati ghanesi di stanza all’Unifil. Solo all’arrivo dell’ambulanza che li avrebbe trasportati al nosocomio di Marjayun, il medico si era accorto che indossavano divise libanesi.
 
il cadavere di una bambina morta quel 17 luglio a SaidaDa dieci ospedali diversi. Il Dottor Haidar Jouni, ortopedico che presta servizio il lunedì a Bent Jbeil e il resto della settimana all’Ospedale Hiram di Tiro, il più grande della regione, ha preparato lo scorso autunno un dossier corposo sulla vicenda, presentato nel dicembre 2006 al congresso internazionale d’Ortopedisti ‘Sicot’, al Cairo. Ha raccolto oltre 200 foto di circa 30 casi di cadaveri anneriti e corpi che presentavano anomalie riconducibili all’effetto di armi chimiche. La unica foto simile a quelle scattate dal dottor Cham riguarda un bambino, che è comunque sopravvissuto. Durante le prime settimane di guerra ha visto ricoverare feriti in arrivo da Bent Jbeil, Natura, Qasimiya, Aita el-Shaab, per diverse centinaia. Anche lui ha notato in diversi di questi alcune anomalie. La più evidente riguardava alcune persone con delle sotto ustioni, la cui pelle era apparentemente solo arrossata, ma che al semplice contatto si sfaldava sotto le dita. Diversi sono stati dirottati a Beirut, al Berna Center, per un trapianto di derma. “Ho riportato anche decine di testimonianze di vittime che dopo i bombardamenti sentivano un deciso odore di sostanze chimiche, in alcuni casi con irritazione alla gola e sintomi frequenti come mal di testa e nausee”, riferisce il dottore, che non nasconde le sue simpatie per Hezbollah.
L’unico tratto comune notato da PeaceReporter in questi feriti misteriosi, è il loro ricorrere nelle prime due settimane di guerra, come se Israele in seguito non avesse più usato questi ordigni caricati chimicamente.
 
Anche a Gaza. Anche in Iraq. Il rebus sembrerebbe risolto, ma non ci sono degli esperimenti o delle analisi che confermino scientificamente questa tesi. Martin Glasenapp, raggiunto telefonicamente a Francoforte da PeaceReporter, ha confermato lo strano caso dei cadaveri “assolutamente anneriti, ma nemmeno superficialmente bruciati, né dilaniati: vestiti e capelli erano ancora integri. Non posso confermare che la teoria del metano sia corretta, per ora le analisi hanno solo escluso l’uso di fosforo e tossine. Di sicuro Medico international ha diversi rapporti che confermano come dal ’90 in poi Israele ha usato in Libano bombe termobariche e a ‘effetto vuoto’.
Ma abbiamo anche testimonianze di come a Gaza l’anno scorso siano stati portati dei cadaveri in condizioni identiche, all’ospedale Shiffa . Una Ong israeliana che collabora con ‘Medico International’, i ‘Physicians for Human Rights’, ha aperto un dossier su quelle morti, ma finora non ha recuperato campioni da analizzare. Personalmente ho avuto delle conferme da un medico iracheno che ha lavorato sui cadaveri di Falluja: Israele usa versioni maggiorate delle ‘Daisy Cutter’ già lanciate in Iraq dall’aviazione Usa. Caricano negli ordigni un carburante che brucia a temperature elevatissime, creando un effetto vuoto per la combustione dell’ossigeno intorno. E’ per questo che i cadaveri sembrano carbonizzati anche se i capelli rimangono intatti”.
 
Ah, magari ne avessi io.. Diversi esperti militari come il generale Fabio Mini, contattati da PeaceReporter, hanno confermato che non esiste nessuna convenzione sugli armamenti che proibisca questi ordigni caricati a carburante, anzi assicurano che “qualsiasi generale farebbe la coda per averne qualcuna”.
Dalya Ferran, responsabile Relazioni esterne della UnMacc, la missione Onu per lo sminamento del Sud Libano di stanza a Tiro, sostiene fermamente che “queste armi non possono essere usate sulla popolazione civile o se c’è anche il minimo dubbio che possano venire a contatto con civili, come stabilisce la Convenzione di Ginevra per le armi non convenzionali”; Dalya è libanese, il che spiega forse lo sdegno con cui si abbandona a uno sfogo poco professionale e onusiano.
Ma se non si possono accusare i piloti dei caccia di aver sganciato bombe illegali, rimane pur sempre l’umana vergogna di fronte a questi corpi straziati, di assistere a qualcosa di immorale. Il professor Cham ha uno sguardo sereno mentre ci sta per congedare: “A me non interessa se Israele abbia violato la Convenzione di Ginevra o qualche altro trattato. Se si porta la guerra nelle città, tra i civili, non si possono usare queste sostanze. Dopo aver assistito a queste scene, credo solo che in questa guerra hanno perso in due, Libanesi e Israeliani. Ad aver vinto è solo la pace”.
 

Gianluca Ursini

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