Nelle prime due settimane di conflitto, alcune vittime dei bombardamenti israeliani fanno insospettire: sono anneriti ma non carbonizzati..
dal nostro inviato nel Libano meridionale
Il 17 luglio, quarto giorno dell’attacco israeliano al Libano, una famiglia scappava
su di un minibus dall’ennesima guerra che devastava il Paese dei cedri nell’estate
2006, la sesta dal 1967.
La milionesima bomba. Dopo 34 giorni e 590 raid israeliani che lasceranno un milione100mila ordigni
inesplosi, dal Sud Libano fuggiranno in 700mila. Duecentomila non sono tornati
ancora alle loro case perché non ne hanno più una. Mille morti civili non torneranno
mai più.
Tra loro le 11 vittime del bombardamento su Sidone del 17 luglio. Undici libanesi
sunniti dai 5 ai 50 anni, uccisi dal missile lanciato da un caccia israeliano
che doveva abbattere il ponte di Ruhmeile, dieci chilometri a nord del porto fenicio.
Il momento sbagliato per la famiglia Zubahir sul proprio furgoncino e per altre
due auto per attraversare il ponte. Undici persone troveranno una morte rapida,
ma feroce. Permessa dalle convenzioni internazionali sulle armi da guerra, ma
indegna di qualunque essere umano. Le foto che trovate nella Galleria Fotografica
collegata, sono state scattate all’ospedale ‘Complexe Cardiologique Sud Liban’ del dottor Bashir Cham, dove sono stati portati i cadaveri.
Pelle annerita in 11 flaconi. Il 25 luglio Martin Glasenapp, un volontario della Ong tedesca ‘Medico International’,
premio Nobel 1997 per la Pace per una campagna antimine, atterra all’aeroporto
di Francoforte. Ha con sé 11 flaconi, in cui conserva sotto formalina campioni
di pelle annerita. Sono destinati al laboratorio di medicina legale dell’Università
‘Johann Wolfagang Goethe’.
I medici che il giorno dopo apriranno i flaconi li troveranno ordinati secondo
uno schema macabro ma efficace: per ciascuno la data del decesso e un nome: la
persona cui apparteneva quel corpo martoriato.
Mohamad, 20 anni, morto il 17-7-06. Kifah, 30, morto il 17 luglio.
Ibtisam, 50, morto il 17 luglio. Abdalah, 40, morto il 17-07.
Dibeh, 45, morto il 17.07. Darine, 5 anni, morta il 17.07.
Ibrahim, 13 anni, morto il 17.07. Moussa, 16 anni, morto il 17.07.
Diciassette campioni di derma prelevati dai corpi, integri e senza apparenti
bruciature, salvo la presenza d’ una sostanza nera penetrata nei tessuti per 8
millimetri in profondità, fino al grasso sottocutaneo. I campioni di cute prelevati
dalle loro teste, “presentavano capelli assolutamente intatti”, secondo i medici
tedeschi.
Il medico mite. La clinica del dottor Cham è moderna ed efficiente. Bashir Cham ha aspetto mite
e mosse indaffarate, come chi non ha tempo da perdere. Ci guida di fretta, senza
ansia di mostrare la struttura gioiello. In tasca laurea, specializzazione e passaporto
francese, da anni aveva deciso di servire il giuramento d’Ippocrate nel suo Paese.
Nel 2004 fonda il maggior centro cardiochirurgico libanese.
Ma lo attrezza perchè serva anche da ospedale di guerra, con sale operatorie
sotterranee. “Questo ci ha fregati. Dall’inizio del conflitto ci hanno portato
cadaveri ogni giorno. D’altronde avevo creato una Morgue moderna perché il pensiero
dei morti abbandonati nelle celle frigorifere spente, come nelle guerre precedenti,
mi ossessionava”. Cham espone i fatti come un perito espone un referto: “Quel
giorno arrivarono quei cadaveri, che non assomigliavano a nessuno visto prima”.
Dei morti mai visti prima. “I cadaveri di chi viene colpito da un colpo d’obice assomigliano di solito
a una tartare di carne umana: un mucchio di ossa e poltiglia sanguinolenta. Gran parte dei
25 morti di Saida (in arabo) nei primi tre giorni di guerra erano così”, recita in un francese
che ricorda il cinismo del medico Ferdinand Destouches, in arte Cèline. “La stranezza di questi cadaveri mi ha spinto a farli fotografare: erano neri
per grandi porzioni del corpo, ma non bruciati.
I vestiti, i peli e i capelli erano intatti. In più non avevano una goccia di
sangue in corpo,,, Non li aveva certo colpiti una granata. Presentavano gli stessi
sintomi: il sangue era colato copiosamente dal naso e dalle orecchie, la pelle
annerita mi ricordava una foto che avevo visto il primo giorno di guerra: un bambino
completamente nero, ma dai capelli intatti”.
Anche il 16 luglio una bomba aveva lasciato sul campo a Marwahine, vicino il
confine Sud, altri cadaveri anneriti, ma non bruciati. “Come fossero stati esposti
a un flash” ricorda Cham. Il che esclude la morte da obice.
Fosforo, Metano o,,, Il dubbio nasceva spontaneo: forse T’sahal stava usando ordigni a fosforo bianco,
come gli Usa a Falluja, Iraq, l’anno precedente.
Il medico dispone dei prelievi sui corpi, perché vengano sottoposti ad analisi
chimiche e patologiche a Beirut. Una settimana dopo arriva a Sidone sulla scorta
di questa notizia Martin Glasenapp di Medico International e si offre di portare a Francoforte dei campioni di pelle per capire se sono
stati usati fosforo bianco o tossine.
Le analisi arrivano a Cham dall’Università ‘Goethe’ il 19 agosto.
Gli esperti coordinati dal professor H. Bratzke hanno fornito la loro ‘expertise’:
escludono categoricamente che sia stato usato fosforo. la pelle “non presenta
bruciature”, neanche superficiali. In più, i tessuti non presentano “i cambiamenti
specifici” di chi è stato esposto alle tossine di un attacco batteriologico. Il
derma e l’adipe sottopelle non presentano necrosi, come se fossero state esposti
a delle tossine, ma la sostanza che ha annerito la pelle è penetrata per 0,8 millimetri,
in alcuni casi concentrandosi in cristalli.
“Ho commesso un errore – riconosce Cham – inviando solo campioni di pelle. Non
ho prelevato del sangue nè ho intubatoi cadaveri per i succhi gastrici; così,
in Germania non hanno potuto stabilire la causa del decesso”.
Aorte squassate.. Cham si interroga per settimane sulla sostanza misteriosa usata dagli israeliani
nelle loro bombe, quando un reporter egiziano dell’agenzia Reuters
che aveva saputo delle foto, ricorda d’aver visto cadaveri identici dopo un attacco
dell’aviazione israeliana nella striscia di Gaza l’anno precedente: “corpi anneriti
ma non bruciati, che colavano sangue da orecchie e naso”.
In quei giorni, le cronache dell’ultimo attacco su Beirut Sud parlano di 60 morti
e quasi 60 feriti. Il dato colpisce il Dottor Cham: nessuna bomba finora ha dato
queste percentuali. Di solito il rapporto tra morti e feriti è di uno a tre,o
maggiore. Questi armamenti sono molto precisi e letali.
Consulta i colleghi degli ospedali di Tiro, Baalbek, Beirut Sud e Nabatiyeh nel
Sud del Libano; Cham si sente riferire in maniera identica gli strani sintomi:
niente bruciature, sangue che cola a profusione, corpi prosciugati.
Il cardiochirurgo viene invitato a un dibattito tv della rete Usa Nbc insieme a un esperto militare egiziano con il quale trova la risposta ai suoi
dubbi: “Gli Israeliani hanno potenziato le bombe che fornisce loro l’aviazione
Usa, aggiungendo Metano e Acetilene, due elementi usati normalmente per saldare
i metalli – è la sua conclusione - la loro reazione provoca temperature a 1300
gradi e soprattutto, bruciando l ‘ossigeno nell’ambiente circostante, crea un
impatto devastante, tanto da far scoppiare anche gli organi interni delle vittime;
il sangue che cola fuori dai corpi proviene dalle aorte squassate delle vittime.
..e corpi devastati. Cham ricorda benissimo anche “i cervelli dei cadaveri.. erano come.. liquefatti.
Il nero sulla loro pelle viene dal carbonio liberato dalla combustione del metano.
Sono tra le bombe più efficaci e letali mai usate finora”.
Il dottor Mohamed Choman, direttore dell’ospedale Shahid Salah Ghandur di Bent Jbeil –a un passo dal confine, sotto occupazione di T’sahal fino al
2000 - sostiene di aver visto un uomo completamente annerito da una bomba israeliana
il terzo giorno di guerra nel villaggio di Jewahiye, tanto che la gente del villaggio
credeva si trattasse di un raccoglitore stagionale, uno dei tanti nigeriani che
la raccolta del tabacco richiama nel Libano meridionale. Solo all’ospedale hanno
capito si trattasse di un libanese.
Uguale colore aveva notato il dottor Hassan Karut su di uno dei 36 feriti di
guerra trattati nel mese di luglio dall’ospedale appena inaugurato di Meiss el
Jebel. Il ferito veniva dal villaggio di Hula, lì vicino, ed è morto durante il
trasferimento al più attrezzato ospedale di Marjayun. Né Karut né Choman hanno
potuto osservare se i feriti sanguinavano copiosamente da naso e orecchie, ma
hanno notato come nonostante il colore non avessero peli bruciati né ustioni sulla
pelle. “I primi giorni erano un inferno di corpi straziati e ferite sanguinanti,
non abbiamo fatto caso a questi feriti, avevamo tutti i letti occupati e non sapevamo
dove mettere gli arrivi della mattinata – si giustifica Choman – inoltre, solo
adesso abbiamo l’esperienza per riconoscere questi casi”. Anche l’ortopedico Mohamed
Hassan dell’ospedale Ghandur di Bent Jbeil, ha assistito nel suo villaggio, Blida, tre militari la cui pelle
era così annerita che in un primo momento erano stati confusi per soldati ghanesi
di stanza all’Unifil. Solo all’arrivo dell’ambulanza che li avrebbe trasportati
al nosocomio di Marjayun, il medico si era accorto che indossavano divise libanesi.
Da dieci ospedali diversi. Il Dottor Haidar Jouni, ortopedico che presta servizio il lunedì a Bent Jbeil
e il resto della settimana all’Ospedale
Hiram di Tiro, il più grande della regione, ha preparato lo scorso autunno un dossier
corposo sulla vicenda, presentato nel dicembre 2006 al congresso internazionale
d’Ortopedisti ‘
Sicot’, al Cairo. Ha raccolto oltre 200 foto di circa 30 casi di cadaveri anneriti
e corpi che presentavano anomalie riconducibili all’effetto di armi chimiche.
La unica foto simile a quelle scattate dal dottor Cham riguarda un bambino, che
è comunque sopravvissuto. Durante le prime settimane di guerra ha visto ricoverare
feriti in arrivo da Bent Jbeil, Natura, Qasimiya, Aita el-Shaab, per diverse centinaia.
Anche lui ha notato in diversi di questi alcune anomalie. La più evidente riguardava
alcune persone con delle sotto ustioni, la cui pelle era apparentemente solo arrossata,
ma che al semplice contatto si sfaldava sotto le dita. Diversi sono stati dirottati
a Beirut, al
Berna Center, per un trapianto di derma. “Ho riportato anche decine di testimonianze di vittime
che dopo i bombardamenti sentivano un deciso odore di sostanze chimiche, in alcuni
casi con irritazione alla gola e sintomi frequenti come mal di testa e nausee”,
riferisce il dottore, che non nasconde le sue simpatie per
Hezbollah.
L’unico tratto comune notato da PeaceReporter in questi feriti misteriosi, è il loro ricorrere nelle prime due settimane di
guerra, come se Israele in seguito non avesse più usato questi ordigni caricati
chimicamente.
Anche a Gaza. Anche in Iraq. Il rebus sembrerebbe risolto, ma non ci sono degli esperimenti o delle analisi
che confermino scientificamente questa tesi. Martin Glasenapp, raggiunto telefonicamente
a Francoforte da PeaceReporter, ha confermato lo strano caso dei cadaveri “assolutamente anneriti, ma nemmeno
superficialmente bruciati, né dilaniati: vestiti e capelli erano ancora integri.
Non posso confermare che la teoria del metano sia corretta, per ora le analisi
hanno solo escluso l’uso di fosforo e tossine. Di sicuro Medico international ha diversi rapporti che confermano come dal ’90 in poi Israele ha usato in Libano
bombe termobariche e a ‘effetto vuoto’.
Ma abbiamo anche testimonianze di come a Gaza l’anno scorso siano stati portati
dei cadaveri in condizioni identiche, all’ospedale Shiffa . Una Ong israeliana che collabora con ‘Medico International’, i ‘Physicians for Human Rights’, ha aperto un dossier su quelle morti, ma finora non ha recuperato campioni
da analizzare. Personalmente ho avuto delle conferme da un medico iracheno che
ha lavorato sui cadaveri di Falluja: Israele usa versioni maggiorate delle ‘Daisy
Cutter’ già lanciate in Iraq dall’aviazione Usa. Caricano negli ordigni un carburante
che brucia a temperature elevatissime, creando un effetto vuoto per la combustione
dell’ossigeno intorno. E’ per questo che i cadaveri sembrano carbonizzati anche
se i capelli rimangono intatti”.
Ah, magari ne avessi io.. Diversi esperti militari come il generale Fabio Mini, contattati da PeaceReporter, hanno confermato che non esiste nessuna convenzione sugli armamenti che proibisca
questi ordigni caricati a carburante, anzi assicurano che “qualsiasi generale
farebbe la coda per averne qualcuna”.
Dalya Ferran, responsabile Relazioni esterne della UnMacc, la missione Onu per
lo sminamento del Sud Libano di stanza a Tiro, sostiene fermamente che “queste
armi non possono essere usate sulla popolazione civile o se c’è anche il minimo
dubbio che possano venire a contatto con civili, come stabilisce la Convenzione
di Ginevra per le armi non convenzionali”; Dalya è libanese, il che spiega forse
lo sdegno con cui si abbandona a uno sfogo poco professionale e onusiano.
Ma se non si possono accusare i piloti dei caccia di aver sganciato bombe illegali,
rimane pur sempre l’umana vergogna di fronte a questi corpi straziati, di assistere
a qualcosa di immorale. Il professor Cham ha uno sguardo sereno mentre ci sta
per congedare: “A me non interessa se Israele abbia violato la Convenzione di
Ginevra o qualche altro trattato. Se si porta la guerra nelle città, tra i civili,
non si possono usare queste sostanze. Dopo aver assistito a queste scene, credo
solo che in questa guerra hanno perso in due, Libanesi e Israeliani. Ad aver vinto
è solo la pace”.