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Faccia a faccia. Martedì scorso i frequentatori
israeliani dell'autostrada che porta a Gerusalemme sono rimasti molto
colpiti nel vedere una serie di bandiere siriane e israeliane,
alternarsi a bordo della carreggiata. Le hanno piazzate gli attivisti
dell'organizzazione israeliana Peace Now proprio per sottolineare
l'invito di Olmert, ma la vista delle bandiere del nemico sul suolo
israeliano ha provocato le ire della destra e degli ortodossi, che
hanno denunciato il gesto alla polizia. L'invito a discutere
direttamente, senza mediazione, nasce dal rifiuto del presidente
statunitense: “Non voglio stare tra Bashar Assad e Ehud Olmert
-aveva dichiarato Bush-. Se volete negoziare, sedetevi a un tavolo e
discutete”. L'oggetto del negoziato è in primis il
territorio occupato del Golan, una serie di alture tra Libano, Siria
e Israele, dove risiedono circa 15 mila coloni israeliani. Ma la
riapertura del dialogo tra due nemici storici potrebbe aprire la
strada a importanti sviluppi politici anche su altri fronti. Israele
e Siria si accusano infatti di interferire con la politica libanese,
attraverso il sostegno rispettivamente al governo Siniora e a
Hezbollah, ma anche dei numerosi e misteriosi omicidi politici
avvenuti negli ultimi due anni. Altra questione che potrebbe entrare
nell'ordine del giorno dei due leader è quella palestinese,
dato che Damasco ospita i capi in esilio di Hamas e di altre fazioni,
che secondo Gerusalemme sono in grado di condizionare l'Anp e le
milizie che operano nei Territori Occupati. Olmert ha scelto di
lanciare il suo invito su Al Arabiya, è stata la sua prima
intervista rilasciata a una televisione araba da quando è in
carica. Nonostante ciò, il parlamentare siriano Muhammad
Habash ha dichiarato di non aver fiducia nella buona fede del premier
israeliano.
Venti di guerra. A dispetto dei venti di pace che
soffiano sui media, fino alla scorsa settimana le alture del Golan
erano invase dai soldati e dai mezzi militari israeliani, impegnati
in una serie di esercitazioni nei pressi del confine. Lo scopo, a
detta del comando militare, era impedire il ripetersi degli errori e
delle lacune organizzative che, un anno fa, portarono Israele alla
sconfitta contro Hezbollah. Lo scorso fine settimana il quotidiano
israeliano Ynet riportava le minacce di un alto ufficiale del Baath
siriano, secondo cui se Israele non libererà le alture del
Golan entro settembre, i miliziani siriani lanceranno “operazioni
di resistenza” contro le comunità dei coloni israeliani.
L'ufficiale, rimasto anonimo, sosteneva che Damasco sarebbe in grado
di rispondere anche alle eventuali ritorsioni isreaeliane, sparando
“centinaia di missili su Tel Aviv”. La fonte anonima siriana ha
dichiarato che “Il nuovo ministro della Difesa isrealiano, Ehud
Barak, vuole dimostrare di essere un esperto militare, ma la Siria ha
imparato la lezione di Hezbollah”. Sabato scorso il quotidiano
arabo Al Hayat riportava dichiarazioni di ufficiali Israeliani,
preoccupati per la decisione siriana di rimuovere tutti i check point
tra Damasco e la città fantasma di Quneitra, al confine con il
Golan, sostenendo che si tratta di chiari preparativi per una guerra.
Quneitra, un tempo parte del Golan occupato, è stata distrutta
dall'esercito israliano prima di essere resa a Damasco, che l'ha poi
trasformata in un monumento contro l'occupazione e un monito
-inascoltato- contro la guerra. Naoki Tomasini