11/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Olmert invita Assad a negoziare, ma sul campo i due nemici si preparano alla guerra
“Vieni a Gerusalemme e parliamone”. È l'invito che il premier israeliano Olmert ha mandato al presidente siriano, Bashar Assad, e l'ultima puntata di una saga, durata mesi, che ha visto i due presidenti a turno, sostenere di essere pronti a discutere di pace. “Bashar, lo sai che io sono pronto a negoziare direttamente con te -ha dichiarato- e in realtà sai anche che sei tu quello che insiste a parlare con gli americani” ha dichiarato Olmert lunedì 10 alla tv araba Al Arabiya.

Faccia a faccia. Martedì scorso i frequentatori israeliani dell'autostrada che porta a Gerusalemme sono rimasti molto colpiti nel vedere una serie di bandiere siriane e israeliane, alternarsi a bordo della carreggiata. Le hanno piazzate gli attivisti dell'organizzazione israeliana Peace Now proprio per sottolineare l'invito di Olmert, ma la vista delle bandiere del nemico sul suolo israeliano ha provocato le ire della destra e degli ortodossi, che hanno denunciato il gesto alla polizia. L'invito a discutere direttamente, senza mediazione, nasce dal rifiuto del presidente statunitense: “Non voglio stare tra Bashar Assad e Ehud Olmert -aveva dichiarato Bush-. Se volete negoziare, sedetevi a un tavolo e discutete”. L'oggetto del negoziato è in primis il territorio occupato del Golan, una serie di alture tra Libano, Siria e Israele, dove risiedono circa 15 mila coloni israeliani. Ma la riapertura del dialogo tra due nemici storici potrebbe aprire la strada a importanti sviluppi politici anche su altri fronti. Israele e Siria si accusano infatti di interferire con la politica libanese, attraverso il sostegno rispettivamente al governo Siniora e a Hezbollah, ma anche dei numerosi e misteriosi omicidi politici avvenuti negli ultimi due anni. Altra questione che potrebbe entrare nell'ordine del giorno dei due leader è quella palestinese, dato che Damasco ospita i capi in esilio di Hamas e di altre fazioni, che secondo Gerusalemme sono in grado di condizionare l'Anp e le milizie che operano nei Territori Occupati. Olmert ha scelto di lanciare il suo invito su Al Arabiya, è stata la sua prima intervista rilasciata a una televisione araba da quando è in carica. Nonostante ciò, il parlamentare siriano Muhammad Habash ha dichiarato di non aver fiducia nella buona fede del premier israeliano.

Venti di guerra. A dispetto dei venti di pace che soffiano sui media, fino alla scorsa settimana le alture del Golan erano invase dai soldati e dai mezzi militari israeliani, impegnati in una serie di esercitazioni nei pressi del confine. Lo scopo, a detta del comando militare, era impedire il ripetersi degli errori e delle lacune organizzative che, un anno fa, portarono Israele alla sconfitta contro Hezbollah. Lo scorso fine settimana il quotidiano israeliano Ynet riportava le minacce di un alto ufficiale del Baath siriano, secondo cui se Israele non libererà le alture del Golan entro settembre, i miliziani siriani lanceranno “operazioni di resistenza” contro le comunità dei coloni israeliani. L'ufficiale, rimasto anonimo, sosteneva che Damasco sarebbe in grado di rispondere anche alle eventuali ritorsioni isreaeliane, sparando “centinaia di missili su Tel Aviv”. La fonte anonima siriana ha dichiarato che “Il nuovo ministro della Difesa isrealiano, Ehud Barak, vuole dimostrare di essere un esperto militare, ma la Siria ha imparato la lezione di Hezbollah”. Sabato scorso il quotidiano arabo Al Hayat riportava dichiarazioni di ufficiali Israeliani, preoccupati per la decisione siriana di rimuovere tutti i check point tra Damasco e la città fantasma di Quneitra, al confine con il Golan, sostenendo che si tratta di chiari preparativi per una guerra. Quneitra, un tempo parte del Golan occupato, è stata distrutta dall'esercito israliano prima di essere resa a Damasco, che l'ha poi trasformata in un monumento contro l'occupazione e un monito -inascoltato- contro la guerra. 

Naoki Tomasini

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