11/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Confermata la condanna a morte per le 5 infermiere e il medico palestinese in Libia
Una sentenza attesa, ma non troppo. La sensazione, almeno negli ultimi giorni, era che la decisione di condannare a morte le 5 infermiere e il medico palestinese, accusati di aver deliberatamente inoculato il virus dell'Hiv a 438 bambini nel 1998, sarebbe stata commutata. Invece questa mattina è andata in modo diverso.

le infermiere e il medico in aula a tripoliCaccia agli untori. Le speranze erano dovute alle indiscrezioni fatte trapelare dalla Fondazione Gheddafi, gestita dal figlio maggiore del Colonnello, secondo cui era stato raggiunto un accordo tra le famiglie dei bambini infettati (56 dei quali sono morti in questi 9 anni) e il governo bulgaro e l'Unione europea per un risarcimento. Non è andata così, anche se Valya Chervenyashka, Snezana Dimitrova, Nasya Nenova, Valentina Siropulo, Kristiana Valceva e Ashraf Ahmad Jum'a, in carcere a Tripoli da otto anni, possono ancora sperare in un'istanza al Consiglio Superiore che avrebbe il potere di far scontare la pena ai 6 detenuti in Bulgaria, perché anche il medico palestinese ha passaporto bulgaro.
Una via di uscita comunque si dovrebbe trovare, almeno considerando il pragmatismo che il Colonnello Gheddafi ha sempre dimostrato negli anni. Le accuse contro i sei medici sono infondate, almeno secondo quanto appurato da esperti del calibro di Vittorio Colisi e Luc Montagnier, che lo stesso tribunale di Bengasi ascoltò come periti, e i celebri studiosi hanno sempre imputato alle scarse condizioni d'igiene dell'ospedale di Bengasi la terribile epidemia di Hiv tra i piccoli.

il colonnello gheddafiUna regione bollente. Il problema, in realtà, è proprio nel fatto che la vicenda sia accaduta a Bengasi, il centro più 'lontano' dal regime di Gheddafi, sia a livello politico che culturale, essendo quella la terra dei berberi, da sempre ribelli al regime di Tripoli. Sono tanti a sostenere che ci fosse una contestazione al regime di Gheddafi dietro alle 11 vittime degli scontri tra la polizia libica e i manifestanti a Bengasi del 17 febbraio 2006. La protesta era scattata davanti al consolato italiano per la provocazione dell'allora ministro italiano Roberto Calderoli sulle vignette ritenute blasfeme su Maometto, ma in poche ore la situazione era degenerata in scontri aperti con la polizia.
Pare poco credibile che Gheddafi, dopo la svolta politica del 2003 che lo ha rilanciato nella considerazione della comunità internazionale, insista nel non voler trovare un accordo per un processo che, a detta della stragrande maggioranza delle organizzazioni non governative che si battono per la difesa dei diritti umani, ha violato tutte le minime garanzie della difesa. Un accordo che, risarcite le famiglie, significherebbe anche una bella somma per il governo.
E' evidente ormai, e la sentenza di oggi lo conferma, che il problema è politico, perché non si può ammettere che le condizioni dell'ospedale di Bengasi fossero terribili. Apparirebbe come l'ennesima prova, almeno dal punto di vista dei berberi, di una scarsa considerazione del governo centrale verso quella regione. Inoltre il regime deve tenere la posizione anche sul risarcimento, chiedendo una somma che faccia sentire tutelate le famiglie. I sei sventurati insomma, continuano a trovarsi prigionieri di un gioco più grande di loro.

Christian Elia

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