Confermata la condanna a morte per le 5 infermiere e il medico palestinese in Libia
Una
sentenza attesa, ma non troppo. La sensazione, almeno negli ultimi
giorni, era che la decisione di condannare a morte le 5 infermiere e il
medico palestinese, accusati di aver deliberatamente inoculato il
virus dell'Hiv a 438 bambini nel 1998, sarebbe stata commutata.
Invece questa mattina è andata in modo diverso.
Caccia agli untori.
Le speranze erano dovute alle indiscrezioni fatte trapelare dalla
Fondazione Gheddafi, gestita dal figlio maggiore del Colonnello,
secondo cui era stato raggiunto un accordo tra le famiglie dei
bambini infettati (56 dei quali sono morti in questi 9 anni) e il
governo bulgaro e l'Unione europea per un risarcimento. Non è
andata così, anche se Valya Chervenyashka,
Snezana Dimitrova, Nasya Nenova, Valentina Siropulo, Kristiana
Valceva e Ashraf Ahmad Jum'a, in carcere a Tripoli da otto anni,
possono ancora sperare in un'istanza al Consiglio Superiore che
avrebbe il potere di far scontare la pena ai 6 detenuti in Bulgaria,
perché anche il medico palestinese ha passaporto bulgaro.
Una via di uscita comunque si dovrebbe
trovare, almeno considerando il pragmatismo che il Colonnello
Gheddafi ha sempre dimostrato negli anni. Le accuse contro i sei
medici sono infondate, almeno secondo quanto appurato da esperti del
calibro di Vittorio Colisi e Luc Montagnier, che lo stesso tribunale
di Bengasi ascoltò come periti, e i celebri studiosi hanno
sempre imputato alle scarse condizioni d'igiene dell'ospedale di
Bengasi la terribile epidemia di Hiv tra i piccoli.
Una regione bollente. Il
problema, in realtà, è proprio nel fatto che la vicenda
sia accaduta a Bengasi, il centro più 'lontano' dal regime di
Gheddafi, sia a livello politico che culturale, essendo quella la
terra dei berberi, da sempre ribelli al regime di Tripoli. Sono tanti
a sostenere che ci fosse una contestazione al regime di Gheddafi
dietro alle 11 vittime degli scontri tra la polizia libica e i
manifestanti a Bengasi del 17 febbraio 2006. La protesta era scattata
davanti al consolato italiano per la provocazione dell'allora
ministro italiano Roberto Calderoli sulle vignette ritenute blasfeme
su Maometto, ma in poche ore la situazione era degenerata in scontri
aperti con la polizia.
Pare poco credibile che Gheddafi, dopo
la svolta politica del 2003 che lo ha rilanciato nella considerazione
della comunità internazionale, insista nel non voler trovare
un accordo per un processo che, a detta della stragrande maggioranza
delle organizzazioni non governative che si battono per la difesa dei
diritti umani, ha violato tutte le minime garanzie della difesa. Un
accordo che, risarcite le famiglie, significherebbe anche una bella
somma per il governo.
E' evidente ormai, e la sentenza di
oggi lo conferma, che il problema è politico, perché
non si può ammettere che le condizioni dell'ospedale di
Bengasi fossero terribili. Apparirebbe come l'ennesima prova, almeno
dal punto di vista dei berberi, di una scarsa considerazione del
governo centrale verso quella regione. Inoltre il regime deve tenere
la posizione anche sul risarcimento, chiedendo una somma che faccia
sentire tutelate le famiglie. I sei sventurati insomma, continuano a
trovarsi prigionieri di un gioco più grande di loro.