scritto per noi da
Paolo Vittone*
Erano passati dieci anni dal massacro quando decisi di partire e raccontare
la tragedia di Srebrenica, di ripercorrere le strade battute per anni durante
la guerra e rimettere insieme i pezzi del folle puzzle delle guerre balcaniche.
La riflessione. Come era iniziato tutto? La propaganda che strumenti impiegò? In realtà erano
domande retoriche. Ricordavo bene come iniziò tutto, sapevo perfettamente che
la propaganda usò le paure della gente, mescolandole alla storia, al mito della
purezza nazionale, che la riscoperta religiosa ebbe un ruolo fondamentale perché
elemento identitario. Ma cos’era rimasto di tutto ciò? Pressoché era rimasto tutto,
consolidato. Quel che è peggio è che mi accorgevo che esattamente quegli strumenti
di propaganda, le paure, l’identità religiosa, quella nazionale o perlomeno comunitaria,
venivano impiegate in occidente e in Italia per convincere tutti della necessità,
dell’ineluttabilità dell’attacco contro Afghanistan e Iraq. Il teorico neocon
Samuel Huntington scrisse il suo primo pezzo sullo scontro delle civiltà nel 1993,
un anno dopo l’inizio della guerra in Bosnia. Il libro che articolava la sua teoria
uscì nel 1996, quando la guerra in Bosnia terminava. Solo un caso? Il mattatoio
balcanico non è forse stato un laboratorio? Tornato da quel viaggio iniziai a
chiedere a persone di ogni genere se ricordavano cos’era Srebrenica.
Un lavoro necessario. La risposta più puntuale ricevuta era, drammaticamente, “una cosa brutta accaduta
in ex Jugoslavia, una tragedia” di cui però non ci si ricordava chi fossero le
vittime, chi i carnefici e chi i complici. Così nacque l’idea di fare uno spettacolo
che ricostruisse la vicenda rigorosamente, impiegando testimonianze originali,
interviste, parole raccolte in Croazia, Bosnia, Serbia durante gli anni della
guerra. Cercare di raccontare, di non far dimenticare che solo 12 anni fa, qui,
dietro l’angolo di casa nostra, nel giro di una decina di giorni vennero trucidati
a sangue freddo oltre 8000 musulmani d’europa, davanti ai caschi blu delle Nazioni
Unite, sotto gli aerei della Nato. Srebrenica era zona protetta dall’Onu dal 1993,
ma non venne praticamente sparato un solo colpo per salvare la gente. Così nasce
lo spettacolo “Srebrenica, Storia del massacro dei musulmani d’europa”, per ricordare
non solo le vittime, ma anche che tutti possiamo trasformarci in carnefici.