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Gli
elefanti bianchi. Una legge dura, che secondo molti osservatori
risponde (in modo discutibile) alle pressioni della comunità
internazionale sul governo degli Emirati, accusato di sfruttare la
manodopera straniera al confine della schiavitù. Pochi paesi,
come i 7 ricchi emirati che costituiscono il paese, hanno vissuto un
boom economico di queste proporzioni. In pochi anni, gli Emirati sono
diventati un punto di riferimento per il mercato immobiliare e
finanziario mondiale, e si stanno lanciando alla grande nel business
del turismo e delle energie rinnovabili. Il primo passo di questo
sviluppo frenetico è rappresentato dai cosiddetti 'elefanti
bianchi', costruzioni avveniristiche ormai conosciute in tutto il
mondo. Un esempio: il Burj al-Arab Hotel, albergo che ha solo
suites per milionari, con costi che partono dai 900 dollari a notte.
La costruzione ha la forma di una vela spiegata dalla brezza del
mare, e ogni spazio disponibile è dotato di una vetrata con
vista mozzafiato sul Golfo Persico. Tra le attrazioni principali
dell’albergo ci sono due ristoranti; uno sospeso per aria e l’altro
sott’acqua. L’al-Muntala è a un’altezza di 200
metri sul livello del mare, mentre l’al-Mahara è 200
metri sotto.
Le
pressioni internazionali. Dopo anni di sviluppo edilizio e di
guadagni da capogiro però, qualcosa è cambiato. In
primis, rispetto alle denunce di organizzazioni non governative come
Human Rights Watch e Amnesty International, le
aziende occidentali hanno cominciato ad avere problemi con le
opinioni pubbliche dei paesi di provenienza, così come i
governi che fanno affari con gli Emirati (Stati Uniti in prima fila)
si sono trovati in una posizione imbarazzante, e hanno cominciato a
far pressioni su Dubai per migliorare le condizioni di vita dei
migranti. Ecco che, all'improvviso, da comoda manodopera a basso
costo si è cominciato a parlare di clandestini. E gli emiri si
sono dati da fare per migliorare, almeno in apparenza, le condizioni
di vita degli operai stranieri e la legge sul lavoro regolare. Non
punendo però le aziende, ma i lavoratori. In secondo luogo,
gli Emirati si sono trovati ad affrontare un problema di ordine
interno. I lavoratori stranieri infatti, nel giro di pochi anni, sono
arrivati a rappresentare l'80 percento della popolazione residente
nel paese. Un'enormità ed è anche per questo che le
istituzioni fanno di tutto per non concedere la residenza a una
comunità immane che finirebbe, nel giro di pochi anni, per
avere il sopravvento sui locali. Venne tentata una politica di quote,
per la quale veniva chiesto alle aziende straniere di assumere un tot
di cittadini degli Emirati, ma non ha dato risultati evidenti.
L'ultimo elemento di rottura con il passato, è stato quello
della diversificazione degli investimenti. Adesso infatti, dopo un
decennio di costruzioni immense, gli investimenti degli Emirati si
sono concentrati di più sull'alta finanza, sul turismo
culturale e non (basta pensare al recente accordo per aprire una
succursale del Louvre a Dubai) e sulle fonti di energia, nucleare ed
eolica in particolare.
Uniti
contro lo sfruttamento. L'unione di questi fattori ha generato un
parziale dietro front delle istituzioni, che adesso promettono
battaglia al lavoro illegale. Anche perché, dopo anni di abusi
subiti in silenzio, nella primavera dello scorso anno, si è
verificato un fatto inatteso per i ricchi sceicchi del paese:
migliaia di indiani, cingalesi, birmani e thailandesi hanno
incrociato le braccia. Uno sciopero storico, per ottenere condizioni
di vita umane. La polizia degli Emirati non ha fatto complimenti,
caricando brutalmente gli operai e pestandoli a sangue. Ma i
dimostranti hanno tenuto duro, ottenendo alcune piccole concessioni.
Inoltre, dimostrando un gran senso pratico, i lavoratori hanno
costituito una rappresentanza che ha tutto il sapore dello spirito
pionieristico delle Società di Mutuo Soccorso dell'Europa del
Settecento, e che si è dotata anche di un sito.Christian Elia
Parole chiave: christian elia, emirati arabi uniti, dubai, abu dahbi, lavoratori stranieri emirati, migranti