22/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo anni di sfruttamento, gli Emirati Arabi Uniti lanciano una politica punitiva sui migranti
Il prossimo 2 settembre, per centinaia di migliaia di persone, non sarà un giorno come gli altri. E' per quella data che il governo degli Emirati Arabi Uniti ha posto il limite massimo per tutti i lavoratori stranieri irregolari, in massima parte provenienti dai paese dell'Estremo Oriente, per mettersi in regola o per abbandonare il paese.

Ultimatum di Stato. Il ministero del Lavoro del ricco emirato del Golfo Persico, comunicando la misura decisa dall'esecutivo, ha censito in 350 mila i migranti che lavorano nel paese: 250 mila di loro sono con un contratto in scadenza, il resto sono entrati illegalmente o con un visto temporaneo che adesso è scaduto. Tutte queste persone hanno tre mesi per trovare uno 'sponsor', cioè un datore di lavoro che garantisca per loro e gli offra un impiego regolarmente contrattualizzato. Entro il prossimo autunno, tutti coloro che non avranno trovato un impiego e non avranno lasciato il paese verranno condannati a 10 anni di prigione e successivamente espulsi. Coloro che invece faranno lavorare un clandestino verranno condannati a un mese di carcere e al pagamento di una multa pari a circa 10 mila euro. Non ci sono dubbi sull'applicazione della legge, perché sul tema gli Emirati non scherzano. Nel 2003, il governo emanò una sanatoria per circa 100 mila lavoratori stranieri irregolari: alla fine del termine previsto per mettersi in regola vennero arrestati circa 40 mila lavoratori che non erano riusciti a trovare un lavoro.

Gli elefanti bianchi. Una legge dura, che secondo molti osservatori risponde (in modo discutibile) alle pressioni della comunità internazionale sul governo degli Emirati, accusato di sfruttare la manodopera straniera al confine della schiavitù. Pochi paesi, come i 7 ricchi emirati che costituiscono il paese, hanno vissuto un boom economico di queste proporzioni. In pochi anni, gli Emirati sono diventati un punto di riferimento per il mercato immobiliare e finanziario mondiale, e si stanno lanciando alla grande nel business del turismo e delle energie rinnovabili. Il primo passo di questo sviluppo frenetico è rappresentato dai cosiddetti 'elefanti bianchi', costruzioni avveniristiche ormai conosciute in tutto il mondo. Un esempio: il Burj al-Arab Hotel, albergo che ha solo suites per milionari, con costi che partono dai 900 dollari a notte. La costruzione ha la forma di una vela spiegata dalla brezza del mare, e ogni spazio disponibile è dotato di una vetrata con vista mozzafiato sul Golfo Persico. Tra le attrazioni principali dell’albergo ci sono due ristoranti; uno sospeso per aria e l’altro sott’acqua. L’al-Muntala è a un’altezza di 200 metri sul livello del mare, mentre l’al-Mahara è 200 metri sotto.

Un boom costruito sullo sfruttamento. L'albergo è solo la punta dell'iceberg di una politica edilizia sfrenata che però ha goduto del 'vantaggio' di una manodopera sfruttata, e non è un eufemismo, fino alla morte. Migliaia di operai, quasi tutti provenienti dall'Estremo Oriente, sono stati gli schiavi delle aziende, locali e occidentali, che hanno vinto gli appalti per costruire i bellissimi palazzi. Paghe misere, a volte neanche saldate, condizioni di lavoro con orari inumani e totale assenza delle minime condizioni di sicurezza, possibilità per i datori di lavoro di di trattenere il passaporto a molti operai che poi, a costi elevati, vengono costretti a ‘riscattarli’ per essere liberi di tornare a casa. Il tutto mentre, per non rovinare l'immagine degli Emirati, vengono costretti a vivere in baracche fatiscenti, nascoste fuori dalla città, nel deserto, dove nessun uomo d'affari o turista andrà mai a curiosare. Niente acqua corrente, niente elettricità, niente cure mediche. Ecco come si spiega l'abbattimento dei costi per le aziende che hanno incassato miliardi costruendo i grattacieli che sono riusciti a guadagnarsi le copertine delle riviste di tutto il mondo. Che non si occupano però delle decine di suicidi che, ogni anno, avvengono negli Emirati tra i lavoratori stranieri.

Le pressioni internazionali. Dopo anni di sviluppo edilizio e di guadagni da capogiro però, qualcosa è cambiato. In primis, rispetto alle denunce di organizzazioni non governative come Human Rights Watch e Amnesty International, le aziende occidentali hanno cominciato ad avere problemi con le opinioni pubbliche dei paesi di provenienza, così come i governi che fanno affari con gli Emirati (Stati Uniti in prima fila) si sono trovati in una posizione imbarazzante, e hanno cominciato a far pressioni su Dubai per migliorare le condizioni di vita dei migranti. Ecco che, all'improvviso, da comoda manodopera a basso costo si è cominciato a parlare di clandestini. E gli emiri si sono dati da fare per migliorare, almeno in apparenza, le condizioni di vita degli operai stranieri e la legge sul lavoro regolare. Non punendo però le aziende, ma i lavoratori. In secondo luogo, gli Emirati si sono trovati ad affrontare un problema di ordine interno. I lavoratori stranieri infatti, nel giro di pochi anni, sono arrivati a rappresentare l'80 percento della popolazione residente nel paese. Un'enormità ed è anche per questo che le istituzioni fanno di tutto per non concedere la residenza a una comunità immane che finirebbe, nel giro di pochi anni, per avere il sopravvento sui locali. Venne tentata una politica di quote, per la quale veniva chiesto alle aziende straniere di assumere un tot di cittadini degli Emirati, ma non ha dato risultati evidenti. L'ultimo elemento di rottura con il passato, è stato quello della diversificazione degli investimenti. Adesso infatti, dopo un decennio di costruzioni immense, gli investimenti degli Emirati si sono concentrati di più sull'alta finanza, sul turismo culturale e non (basta pensare al recente accordo per aprire una succursale del Louvre a Dubai) e sulle fonti di energia, nucleare ed eolica in particolare.

Uniti contro lo sfruttamento. L'unione di questi fattori ha generato un parziale dietro front delle istituzioni, che adesso promettono battaglia al lavoro illegale. Anche perché, dopo anni di abusi subiti in silenzio, nella primavera dello scorso anno, si è verificato un fatto inatteso per i ricchi sceicchi del paese: migliaia di indiani, cingalesi, birmani e thailandesi hanno incrociato le braccia. Uno sciopero storico, per ottenere condizioni di vita umane. La polizia degli Emirati non ha fatto complimenti, caricando brutalmente gli operai e pestandoli a sangue. Ma i dimostranti hanno tenuto duro, ottenendo alcune piccole concessioni. Inoltre, dimostrando un gran senso pratico, i lavoratori hanno costituito una rappresentanza che ha tutto il sapore dello spirito pionieristico delle Società di Mutuo Soccorso dell'Europa del Settecento, e che si è dotata anche di un sito.
Un modo per fare sentire la loro voce, proprio quando gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso che sono stati sfruttati abbastanza, e si preparano a fare a meno di loro.  

Christian Elia

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