11/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Le milizie religiose in Iraq uccidono gli internauti che visitano siti hard
“Abbiamo ricevuto molte segnalazioni, e tutte raccontano la stessa storia. Ci sono emissari delle milizie religiose che, negli internet caffè o in qualsiasi luogo pubblico dove sia possibile accedere alla rete, spiano siti visitati dagli utenti. Se una persona visita un sito che, secondo loro, offende l'Islam, è condannata a morte”.

un internet cafe a baghdadSiti pericolosi. Fatah Ahmed, presidente dell'organizzazione non governativa irachena Iraqi Aid Association (Iaa), che si occupa di sfollati, bambini e ragazzi, lancia l'allarme sull'ennesima persecuzione in atto nell'Iraq del post Saddam, liberato da una dittatura ma prigioniero di fanatici religiosi senza scrupoli. Giornalisti, docenti universitari, studenti, barbieri e parrucchieri e adesso internauti. Sembra che la follia delle milizie, sciite ma anche sunnite, non conosca sosta. Ogni giorno un nuovo bersaglio e, come ricorda Fatah, “sono già dozzine le vittime di questa nuova persecuzione, molte delle quali rapite appena fuori dagli internet cafè”.
Una situazione che diventa ancora più dura, secondo Ahmed, perché “in un paese che annega nella violenza internet è rimasta una delle poche isole felici per i ragazzi, sempre più impauriti e depressi”.

una foto di Ibraheem Abdel – QaharUna nuova mattanza. Ragazzi come , uno studente universitario, che ha raccontato la sua storia ad al-Jazeera. “Qualcuno era seduto accanto a me in un internet cafè e ho avuto la sensazione che mi spiasse. In particolare quando ho guardato dei filmati un po' osè...Quando ho finito mi sono diretto verso l'uscita, mi sono sentito afferrare alle spalle, e sono stato trascinato in una macchina”, racconta il giovane di Baghdad. “Mi hanno portato in una casa deserta, mi hanno abbassato i pantaloni, e mi hanno picchiato tutti insieme, con dei bastoni”, dice il 23enne iracheno, “poi hanno cominciato a spegnermi sigarette sul corpo, costringendomi a bere urina e sangue animale. Ero disperato, li imploravo di smetterla e chiedevo loro perché mi facessero tutto questo. Mi hanno risposto che me lo meritavo, perché con il mio comportamento offendevo l'Islam”. Solo dopo sei giorni di torture e umiliazioni, Ibraheem è stato rilasciato, con la promessa che se si fosse fatto sorprendere ancora a guardare certe cose avrebbe pagato con la vita. Come è successo a tanti altri prima e dopo di lui.
Ch.E.
Parole chiave: christian elia, iraq, internet
Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Iraq