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Superato il pesante portone di ferro borchiato, sorvegliato da un
soldatino uzbeco con un’ottocentesca divisa di panno grigio, si entra
nel carcere di Sheberghan. Qui, nel novembre 2001, venero rinchiusi
3.500 talebani catturati dalle milizie filoamericane del generale
Dostum.
In due anni e mezzo di detenzione il numero dei prigionieri di
Shabargan è sceso fino a mille. La maggior parte sono stati trasferiti
altrove o rilasciati dietro pagamento, ma molti, moltissimi, sono morti
per le torture e per le malattie dovute alle disumane condizioni di
vita nel carcere: violenze, sovraffollamento, denutrizione, sporcizia e
totale assenza di cure mediche.
“Prima del nostro arrivo si sono registrate decine e decine di decessi.
Senza la nostra assistenza e senza la nostra presenza come
‘osservatori’ la metà di questi prigionieri sarebbe certamente morta”,
afferma il dottor Das, avviandosi verso il blocco centrale della
prigione. Un’altra porta, chiusa da un’inferriata, immette nel piccolo
cortile dove si affacciano gli ingressi dei tre bracci della prigione:
a destra quello dei talebani afgani, a sinistra quello dei talebani
pachistani, e al centro quello dei ‘commander’ talebani.
Alle pareti del cortile sono appesi cartelli scritti in un inglese
approssimativo ma dal significato inequivocabile: “Scarcerazione o
morte”, “Non vogliamo altro che essere liberi”.
I lunghi corridoi sterrati e bui su cui si affacciano le celle,
solitamente chiuse, sono affollati come i vicoli di un bazar di Kabul.
Le porticine di legno delle celle sono state aperte e i detenuti
bivaccano in attesa di essere registrati per il trasferimento. A
vederseli davanti, in carne e ossa, non hanno proprio l’aspetto di
spietati terroristi.
Nessuno di loro ha la forza di parlare. Gli altri, quelli che stanno
meglio, raccontano la loro storia, che è la storia di tutti i
prigionieri di Shebergan. Parlano soprattutto i talebani pachistani, i
soli a conoscere un po’ di inglese. Prima della guerra, quando ancora
erano in Pakistan, erano studenti, contadini, piccoli commercianti.
Saif, un talebano sulla trentina dall’aria distinta e intelligente,
aveva una bottega di vestiti e cosmetici.
“Sono stato catturato a Kunduz dalle forze di Dostum, mentre gli aerei
americani continuavano a bombardare. Ci siamo arresi. Eravamo
tantissimi, circa quattordicimila prigionieri”. “Ci hanno legato le
mani dietro la schiena – continua Saif, sedendosi sulla soglia della
sua cella – e ci hanno fatti accovacciare a terra, lasciandoci esposti
ai bombardamenti americani. Quando questi si sono fatti più vicini,
molti hanno avuto paura e hanno provato a scappare. In quel momento le
guardie uzbeche hanno iniziato a sparare alle spalle di tutti quelli
che correvano, uccidendone centinaia e ferendone ancora di più. Poi ci
hanno caricati e chiusi in container per trasportarci in prigione. In
un container possono entrare un cinquantina di persone massimo. Ma loro
ci stipavano dai 250 ai 300 prigionieri. Nel mio eravamo in 270. Come
bestie, senza luce, senza aria, senza acqua, col fetore dei nostri
escrementi in cui eravamo immersi fino alle caviglie. Passavano le ore
e le persone attorno a me morivano una dopo l’altra, soffocate. Abbiamo
cominciato a battere sulle pareti del container chiedendo di aprire
almeno dei buchi per l’aria. Lo hanno fatto, sparando raffiche di mitra
contro il container. Decine i morti e i feriti. Io sono stato
fortunato. Arrivati a Shebergan, dal mio container siamo scesi vivi in
26. Questo si è ripetuto per centinaia di altri container, molti
semplicemente abbandonati sotto il sole cocente, altri fatti esplodere
gettando all’interno bombe a mano. Più di diecimila prigionieri sono
stati uccisi in quei giorni terribili”.
“Forse sono stati più fortunati di noi 3.500 sopravvissuti – dice
sorridendo Saif –. Appena siamo arrivati qui a Shebergan, le guardie di
Dostum ci hanno picchiati per ore con grossi cavi elettrici intrecciati
a mo’ di bastone. Molti sono anche stati torturati con la corrente
elettrica. Almeno 25 persone sono morte subito. Poi ci hanno sbattuti
in queste cellette di quattro metri per quattro: 50, 60 anche 70
prigionieri in ognuna. Come nei container, se non fosse stato per la
piccola finestra. Ci hanno lasciati chiusi lì per giorni senza cibo,
acqua e cure per i tantissimi feriti e ammalati. Decine di prigionieri
sono morti nelle settimane successive per le infezioni e la
tubercolosi. E per i pestaggi e le torture. Solo grazie a Emergency, a
miss Kate e a doctor Das, qualche mese dopo le cose sono cominciate a
migliorare. Abbiano ricevuto cure, cibo, acqua, e per la prima volta ci
siamo sentiti trattati, da loro, come esseri umani. Ma nessuno ci ha
mai detto quali sono le nostre accuse, quanti anni di carcere dobbiamo
scontare. Gli americani sono venuti a interrogarci quattro volte in due
anni e mezzo. Ci hanno fatto molte domande, ma non ci hanno
maltrattati. Certo, però, sapevano bene come ci trattava il loro amico
Dostum. Alcuni di noi sono stati portati via, a Guantanamo, sull’isola
di Cuba. Non so perché. So solo che io voglio tornare nella mia città,
alla mia vita, al mio negozio, e magari sposarmi”.
Il suo racconto viene interrotto dalla chiamata alla preghiera intonata
da un prigioniero nel corridoio. Chi ne ha le forze, Saif tra questi,
esce nel cortile dove c’è un angolo riservato alla preghiera e si
prostra verso il muro su cui è stata dipinta la pietra nera della
Mecca. Finita la preghiera il direttore della prigione fa il suo
ingresso nel piazzale. Tutti corrono nelle proprie celle a prendere il
fagotto con le proprie cose. Ad ogni nome urlato dal direttore e
riecheggiato dal passaparola dei prigionieri, una delle tre porte dei
bracci si apre ed esce un talebano. Nei loro occhi un misto di felicità
e paura: sono contenti di lasciare questo posto, ma temono quello che
li aspetta.
I prigionieri escono dai bracci a gruppi di dieci, vengono perquisiti
dalle guardie di Dostum e visitati dal dottor Das. Poi, nonostante le
richieste di Emergency, preoccupata per le gravi condizioni di salute
di moti prigionieri, vengono messi in catene. Una stretta ai polsi a
mo’ di manetta. Una alla caviglia, legata alla caviglia di un altro
prigioniero. Queste coppie di talebani saltellanti e goffi vengono
dirette a nove autobus.
I cancelli della tetra prigione di Pol-i-Charki, alla periferia estrema
della città, si aprono lasciando entrare gli autobus. Le guardie del
governo centrale prendono in consegna i prigionieri e li distribuiscono
in quelle che d’ora in poi saranno le loro nuove celle, non certo
migliori di quelle di prima, ma almeno qui ci stanno solo in quattro.
Enrico Piovesana