Michael Bloomberg viene dato come probabile candidato indipendente alle prossime elezioni Usa
Con già 18 candidati in gara, e ognuno dei due campi che può contare su almeno
tre pezzi grossi, solo un indovino può immaginare quali saranno i due sfidanti
che il prossimo anno si contenderanno la presidenza degli Stati Uniti; ma il problema
è anche capire se saranno solo due. Dopo che la scorsa settimana Michael Bloomberg
ha stracciato la sua tessera di repubblicano (fino al 2001 era democratico), il
tam tam dei media dà infatti l'attuale sindaco di New York come probabile candidato
indipendente alla Casa Bianca. Lui nega, ma gli credono in pochi. Così, l'ipotesi
Bloomberg for president ha elettrizzato una campagna elettorale partita in forte anticipo rispetto agli
anni scorsi. E l'incertezza sui suoi effetti – ha possibilità di vincere? O può
solo disturbare i candidati repubblicani e democratici? - continuerà probabilmente
a lungo.
Le sue mosse. Anche mentre sosteneva di non voler candidarsi, il miliardario sindaco ha rilasciato
dichiarazioni che non riguardano esattamente solo la metropoli. “Corriamo il pericolo
di perdere il nostro ruolo di guida nella scienza, nella medicina, nell'istruzione
e nell'economia. Non c'è nessuno pronto a farsi carico di decisioni difficili”,
ha detto. Parole che giungono dopo una serie mosse che tradiscono l'idea di candidarsi.
Sono due anni che Bloomberg si sta preparando il terreno, assumendo i migliori
consulenti per capire se esiste un campo in cui fare la sua discesa. Ha appena
rivoluzionato il suo sito personale, fermo dal periodo della sua rielezione a
sindaco. E ha confidato ad alcuni amici che, dall'alto delle sue enormi fortune
(stimate in oltre 5 miliardi di dollari), è disposto a spendere 500 milioni di
tasca sua per la campagna elettorale.
I suoi vantaggi. Se decidesse di candidarsi, Bloomberg porterebbe con sé tutta la credibilità
guadagnata prima da magnate della finanza e poi da sindaco. Ha dimostrato intraprendenza
negli affari privati ma anche un'ottima capacità di gestione della cosa pubblica,
mosso più dal pragmatismo che da barriere ideologiche. Sotto di lui, a New York
i crimini più gravi sono calati del 30 percento, è calata la disoccupazione, sono
migliorate le scuole. Tutto questo con le casse cittadine in attivo e una leadership non conflittuale, dimostrata nelle trattative con i sindacati e confermata dagli
stellari livelli di consenso raggiunti tra tutti gli abitanti di New York: bianchi,
neri, ispanici.
I suoi punti deboli. Ma New York, come si dice negli Usa, non è la vera America. E per convincere
il resto del Paese a votarlo, le scarse capacità oratorie di Bloomberg non aiutano.
Come non lo facilitano, agli occhi dei conservatori, le sue vedute pro-matrimoni
gay e a favore del diritto all'aborto, o quelle a sostegno della ricerca sulle
cellule staminali e del controllo delle armi da fuoco; nonché il fatto, come scherzò
una volta lui stesso, di essere “un miliardario basso di statura, ebreo e divorziato”.
Da parte dei democratici, data l'estrema impopolarità della guerra in Iraq, in
molti faranno notare come Bloomberg abbia sempre sostenuto il conflitto. Prima
dichiarando che l'invasione era giustificata dagli attentati dell'11 settembre
2001: “Non dimentichiamo che la guerra è iniziata a pochi isolati da qui”, disse
durante una conferenza stampa a Manhattan a fianco di Laura Bush, nel 2004. E
poi cercando sì di smarcarsi dall'intransigenza dell'amministrazione Bush, ma
ribadendo il bisogno di “sostenere i nostri soldati”, e scartando l'idea di fissare
una data per il ritiro delle truppe.
Spazio da riempire. Sono incognite non da poco. Ma è anche vero che ogni candidato ha i suoi punti
deboli, e questo si riflette nella disaffezione degli elettori. Mentre un recente
sondaggio ha mostrato come il gradimento di Bush sia precipitato al 26 percento,
altri rilevamenti statistici evidenziano la disillusione degli americani verso
il rigido sistema bipartitico. In uno di questi, un terzo degli intervistati ha
rifiutato di identificarsi con uno dei due partiti. E se i repubblicani vanno
male, trainati verso il basso dalla discesa di Bush, i democratici non stanno
molto meglio: in un altro sondaggio recente, solo il 14 percento degli intervistati
ha detto di avere “molta fiducia” nel Congresso, guidato ora dai democratici.
Spazio per il terzo incomodo, insomma, sembra esserci. Se Bloomberg vorrà riempirlo,
dovrà però superare la diffidenza nei suoi confronti al di fuori di New York.
In un'indagine effettuata da Newsweek, due persone su tre hanno dato per “poco o per niente probabile” il loro voto
al miliardario, se decidesse di candidarsi.
Il fattore tempo. Rispetto ai candidati dei due partiti, Bloomberg ha però un vantaggio non da
poco: il tempo. Mentre democratici e repubblicani avranno già nel febbraio del
prossimo anno le primarie decisive per scegliere per la
nomination, lui potrà aspettare di scoprire le carte anche fino alla tarda primavera: la
prima scadenza per l'iscrizione dei candidati indipendenti, ricorre infatti solo
a fine maggio, nel Texas. Così, mentre i vari Hillary, Obama, Giuliani e McCain
si saranno scannati in estenuanti sfide per la candidatura, Bloomberg avrà il
lusso di poter stare alla finestra. E da lì osservare le mancanze dei due sfidanti
principali. Se avrà bisogno di soldi per l'eventuale campagna, come ha scritto
un editorialista del
Washington Post, “non avrà che da andare al suo Bancomat”.
I suoi obiettivi. Le esperienze di altri candidati indipendenti non incoraggiano di certo. Chi
ha raccolto un buon numero di voti, come Ross Perot nel 1992 (19 percento a livello
nazionale) o Theodore Roosevelt nel 1912, ha spostato l'esito della contesa, sottraendo
preferenze decisive a uno dei due candidati dell'establishment. Ma nessuno è mai andato neanche vicino a diventare presidente. E allora, tra
le ipotesi che fanno i politologi americani, c'è anche quella di uno scenario
inaspettato. Il giorno dopo aver negato di volersi candidare, Bloomberg ha infatti
ammorbidito la sua posizione dichiarando “Non sarò mai presidente”. Cosa può voler
dire? Il New York Times ha ipotizzato una strategia alternativa: quella di puntare non alla Casa Bianca,
ma a una specie di “amministrazione di coalizione” con il candidato che ha prevalso,
ma che per colpa del terzo incomodo non è riuscito a raggiungere i 270 voti elettorali
(quelli assegnati per ogni stato vinto) necessari per essere eletto. Uno scenario
non da escludere: basterebbe che Bloomberg prevalesse anche nel solo stato di
New York, con il resto dell'America equamente divisa tra gli altri due candidati.
In quel caso, lo stallo dovrebbe venire risolto all'interno della Camera dei
rappresentanti (da rieleggere anch'essa nel novembre 2008), e Bloomberg potrebbe
essere l'ago della bilancia. Fantascienza, nel consolidato mondo politico statunitense?
Forse. Ma lo stesso si sarebbe detto prima delle elezioni del 2000, quando la
presidenza venne assegnata dalla Corte Suprema dopo innumerevoli riconteggi dei
voti in Florida. Dove Bush, anche per la presenza dell'indipendente Ralph Nader,
superò Al Gore per soli 537 voti.