Dopo anni di silenzio, la Colombia reagisce alla violenza. Ma il governo strumentalizza l'evento e lo stravolge
La
grande manifestazione del mezzogiorno di ieri, svoltasi in varie
città colombiane, ha rappresentato un momento storico. Il
paese si è fermato per 3 minuti, i clacson suonavano, le candele venivano accese
a centinaia, le
magliette bianche riempivano le piazze, politici e gente dello
spettacolo faceva la passerella.
È
stata una di quelle poche occasioni in cui i cittadini comuni hanno
espresso un profondo dissenso per la violenza che affligge il proprio
paese. È un evento raro, la durata del conflitto, l’
abitudine di aver vissuto tutta la vita insieme alla guerra civile e
forse la paura fanno si che questa “dolencia” sia spesso
interiorizzata e quasi mai espressa pubblicamente, che ci si conviva
silenziosamente. Per questo il grido dei Colombiani di oggi ha avuto
una grande importanza e porta con se anche grande speranza.
C'è chi dice no. Eppure
c’erano tante ragioni per non scendere in piazza ieri, non vestirsi di
bianco e non accendere candele.
Era
l’alba del 28 di giugno quando l’agenzia Anncol riportava un
comunicato delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia)
con il quale si annunciava la morte di 11 dei 12 deputati della
città di Cali, sequestrati 5 anni e tre mesi prima. La morte
sarebbe avvenuta durante un tentativo di liberazione per parte di un
gruppo armato non identificato.
Quello
dei 12 deputati fu un sequestro storico e
una grande presa in giro dello Stato e delle istituzioni: furono
portati via da guerriglieri mascherati da soldati, dopo un finto
attentato.
La storia. Quei
dodici deputati fanno da sempre parte della famosa lista per lo scambio umanitario
che,
purtroppo per loro, in 5 anni e tre mesi i guerriglieri e
il governo del presidente Uribe non sono mai riusciti a portare a termine.
La tragica notizia di giovedì 28, dunque, è stata una sorta di brusco risveglio
per milioni di colombiani, un trauma
talmente forte da scuotere persino la coscienza di un popolo che è come assuefatto
al sangue e alla violenza.
Ma
allora perché non unirsi alla folla, perché non mettere una
maglietta bianca e scendere in strada?
Primo motivo. Perché, come temeva Yolanda Pulecio, madre della franco-colombiana Ingrid
Betancourt, rapita nel febbraio del 2002, c’è stata una grande “strumentalizzazione
dell’evento”. Quel che era nato come un evento voluto dai
familiari dei deputati uccisi per chiedere a gran voce alle Farc la restituzione
dei corpi dei propri
cari e, al tempo stesso, pretendere da guerriglia e governo il tanto rimandanto
“accordo
umanitario”, si è
trasformato in una sfrontata chiamata politica e mediatica del
presidente Uribe. Quello stesso presidente che chiedeva ai soldati la
liberazione a ferro e fuoco dei prigionieri. Quello stesso presidente
che non ha mai accettato di realizzare uno “scambio umanitario”.
La
dignità delle famiglie delle vittime si merita rispetto e non
manipolazione politica.
Secondo motivo. Perché quella stessa mattina, il presidente
Uribe dichiarava: “I cittadini debbono approfittare della marcia
per esigere dal governo fermezza nella lotta al terrorismo, nessuna
incertezza e un no all’accordo umanitario”. Un discorso che cozza e si mostra
sprezzante del desiderio di pace di tante delle persone scese in piazza
ieri.
E
che dire dei mezzi di comunicazione che da due giorni suonavano le trombe della
convocazione? Quegli stessi media
che hanno ignorato per anni le manifestazioni altrettanto imponenti
contro il governo.
Terza ragione. Si poteva decidere di rimanere a casa perché questa
manifestazione era appoggiata da potenti gruppi economici, attori,
cantanti, personaggi dello spettacolo e politici che non si sono
mai visti quando ci si radunava dopo la scoperta di più di 80
fosse comuni di vittime di paramilitari, o quando le famiglie della
comunità di pace di S.José De Apartadó venivano
massacrate a colpi di macete dagli stessi paramilitari. Non si sono
visti neppure soccorrere qualcuno dei più di 15.000
desplazados del 2007 che vanno a sommarsi ai quasi tre milioni degli ultimi dieci
anni. Eppure, ieri in diretta Tv, hanno cantato contro il sequestro. Evidentemente
ci sono
crimini che valgono indignazione in Colombia e altri no.
Un altro motivo? Si
poteva decidere di non andare perché ieri gli imprenditori, le
banche e le istituzioni facilitavano e spingevano gli impiegati a
scendere in strada, mentre il presidente Uribe ha fatto tagliare lo
stipendii ai professori che avevano scioperato contro il suo governi e i tagli
all’istruzione.
O magari ci si potrebbe sentire scomodi per il fatto che i familiari delle vittime
vanno dicendo di sentirsi spiati dai servizi segreti, che intercettano le loro
telefonate.
Ma in fin dei conti, chissà se chi ha deciso
di rimanere a casa senza le magliette bianche e le bandiere patrie si
sia poi pentito nel vedere la grande festa di piazza. Oppure se, seduto in poltrona,
guardando le 3 ore di diretta TV a
reti unificate, non si sia invece sentito orgoglioso di aver detto no.
I dubbi si dipanano. E magari, gli ultimi dubbi saranno scomparsi guardando quanto è accaduto a Cali:
mentre Carolina
Charry, figlia di uno dei deputati uccisi, accusava il governo di essere tanto
colpevole
quanto la Farc, la folla ha cominciato a fischiarla al grido di “Uribe, Uribe”.
A quel punto, il ministro dell’Interno Carlos Holguín, le ha
tolto il microfono, l’ha definita “bambinetta immatura”, e ha rifiutato quelle
“accuse infami”. Che rispetto del dolore dei
familiari dei deputati. E nel giorno in loro onore!