06/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo anni di silenzio, la Colombia reagisce alla violenza. Ma il governo strumentalizza l'evento e lo stravolge
scritto per noi da
Simone Bruno
 
 
La grande manifestazione del mezzogiorno di ieri, svoltasi in varie città colombiane, ha rappresentato un momento storico. Il paese si è fermato per 3 minuti, i clacson suonavano, le candele venivano accese a centinaia, le magliette bianche riempivano le piazze, politici e gente dello spettacolo faceva la passerella.
È stata una di quelle poche occasioni in cui i cittadini comuni hanno espresso un profondo dissenso per la violenza che affligge il proprio paese. È un evento raro, la durata del conflitto, l’ abitudine di aver vissuto tutta la vita insieme alla guerra civile e forse la paura fanno si che questa “dolencia” sia spesso interiorizzata e quasi mai espressa pubblicamente, che ci si conviva silenziosamente. Per questo il grido dei Colombiani di oggi ha avuto una grande importanza e porta con se anche grande speranza.

candele contro la guerra
C'è chi dice no. Eppure c’erano tante ragioni per non scendere in piazza ieri, non vestirsi di bianco e non accendere candele.
Era l’alba del 28 di giugno quando l’agenzia Anncol riportava un comunicato delle Farc (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia) con il quale si annunciava la morte di 11 dei 12 deputati della città di Cali, sequestrati 5 anni e tre mesi prima. La morte sarebbe avvenuta durante un tentativo di liberazione per parte di un gruppo armato non identificato.
Quello dei 12 deputati fu un sequestro storico e una grande presa in giro dello Stato e delle istituzioni: furono portati via da guerriglieri mascherati da soldati, dopo un finto attentato.
 
protesta contro la guerraLa storia. Quei dodici deputati fanno da sempre parte della famosa lista per lo scambio umanitario che, purtroppo per loro, in 5 anni e tre mesi i guerriglieri e il governo del presidente Uribe non sono mai riusciti a portare a termine. La tragica notizia di giovedì 28, dunque, è stata una sorta di brusco risveglio per milioni di colombiani, un trauma talmente forte da scuotere persino la coscienza di un popolo che è come assuefatto al sangue e alla violenza. 
Ma allora perché non unirsi alla folla, perché non mettere una maglietta bianca e scendere in strada?
 
Primo motivo. Perché, come temeva Yolanda Pulecio, madre della franco-colombiana Ingrid Betancourt,  rapita nel febbraio del 2002, c’è stata una grande “strumentalizzazione dell’evento”. Quel che era nato come un evento voluto dai familiari dei deputati uccisi per chiedere a gran voce alle Farc la restituzione dei corpi dei propri cari e, al tempo stesso, pretendere da guerriglia e governo il tanto rimandanto “accordo umanitario”, si è trasformato in una sfrontata chiamata politica e mediatica del presidente Uribe. Quello stesso presidente che chiedeva ai soldati la liberazione a ferro e fuoco dei prigionieri. Quello stesso presidente che non ha mai accettato di realizzare uno “scambio umanitario”.
La dignità delle famiglie delle vittime si merita rispetto e non manipolazione politica.

protesta contro la guerraSecondo motivo. Perché quella stessa mattina, il presidente Uribe dichiarava: “I cittadini debbono approfittare della marcia per esigere dal governo fermezza nella lotta al terrorismo, nessuna incertezza e un no all’accordo umanitario”. Un discorso che cozza e si mostra sprezzante del desiderio di pace di tante delle persone scese in piazza ieri.
E che dire dei mezzi di comunicazione che da due giorni suonavano le trombe della convocazione? Quegli stessi media che hanno ignorato per anni le manifestazioni altrettanto imponenti contro il governo.

Terza ragione. Si poteva decidere di rimanere a casa perché questa manifestazione era appoggiata da potenti gruppi economici, attori, cantanti, personaggi dello spettacolo e politici che non si sono mai visti quando ci si radunava dopo la scoperta di più di 80 fosse comuni di vittime di paramilitari, o quando le famiglie della comunità di pace di S.José De Apartadó venivano massacrate a colpi di macete dagli stessi paramilitari. Non si sono visti neppure soccorrere qualcuno dei più di 15.000 desplazados del 2007 che vanno a sommarsi ai quasi tre milioni degli ultimi dieci anni. Eppure, ieri in diretta Tv, hanno cantato contro il sequestro. Evidentemente ci sono crimini che valgono indignazione in Colombia e altri no.

Un altro motivo? Si poteva decidere di non andare perché ieri gli imprenditori, le banche e le istituzioni facilitavano e spingevano gli impiegati a scendere in strada, mentre il presidente Uribe ha fatto tagliare lo stipendii ai professori che avevano scioperato contro il suo governi e i tagli all’istruzione.
O magari ci si potrebbe sentire scomodi per il fatto che i familiari delle vittime vanno dicendo di sentirsi spiati dai servizi segreti, che intercettano le loro telefonate.
Ma in fin dei conti, chissà se chi ha deciso di rimanere a casa senza le magliette bianche e le bandiere patrie si sia poi pentito nel vedere la grande festa di piazza. Oppure se, seduto in poltrona, guardando le 3 ore di diretta TV a reti unificate, non si sia invece sentito orgoglioso di aver detto no.
 
candele in piazza, BogotáI dubbi si dipanano. E magari, gli ultimi dubbi saranno scomparsi guardando quanto è accaduto a Cali: mentre Carolina Charry, figlia di uno dei deputati uccisi, accusava il governo di essere tanto colpevole quanto la Farc, la folla ha cominciato a fischiarla al grido di “Uribe, Uribe”. A quel punto, il ministro dell’Interno Carlos Holguín, le ha tolto il microfono, l’ha definita “bambinetta immatura”, e ha rifiutato quelle “accuse infami”. Che rispetto del dolore dei familiari dei deputati. E nel giorno in loro onore!
Parole chiave: colombia, farc, uribe, simone bruno
Categoria: Guerra
Luogo: Colombia
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