05/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il ministro della Difesa australiano afferma che le truppe si trovano in Iraq per il petrolio
“La protezione delle risorse petrolifere è una delle ragioni per le quali le nostre truppe sono in Iraq”. Viva la sincerità, verrebbe da pensare, ascoltando le parole che ieri ha pronunciato Brendan Nelson, il ministro della Difesa australiano, che in pochi minuti sono rimbalzate ai quattro angoli della terra. E non c'è da stupirsi, visto che a parlare non è un pacifista militante, ma il titolare di uno dei dicasteri più importanti di un membro chiave della Coalizione che nel marzo 2003 ha invaso l'Iraq.
 
il ministro della difesa australiano brendan nelsonMotivazioni controverse. Per rovesciare il regime dittatoriale di Saddam Hussein, che possedeva armi di distruzione di massa e fomentava il terrorismo internazionale. Almeno nella versione ufficiale. Il regime, che dittatoriale lo era di certo, ma che non possedeva armi chimiche, nucleari o batteriologiche e del quale non sono mai stati dimostrati i legami con al-Qaeda, alla fine è caduto, trascinando nella polvere un popolo e un paese intero. In molti, nel corso degli anni, hanno cominciato a ritenere che la chiave di tutto, o per lo meno della prolungata permanenza dei militari stranieri in Iraq, fosse il controllo delle ingenti risorse petrolifere irachene. Le parole di Nelson, subito smentite dal premier australiano Howard, uno dei più stretti alleati della Casa Bianca, che si è affrettato a sottolineare come sia la lotta al terrorismo internazionale il vero motivo della missione, hanno ottenuto un'eco mondiale:
“Il Medio Oriente, non solo l'Iraq, è un importante fornitore di energia, e gli australiani devono riflettere su cosa succederebbe se ci fosse un prematuro ritiro dall'Iraq”, ha concluso Nelson.

militari usa schierati a difesa del ministero del petrolio irachenoLa questione petrolifera. Diplomazia a parte, è fuori di dubbio che il petrolio sia una delle partite sul tavolo della questione irachena. Per le potenze occidentali, e per gli iracheni stessi. Proprio in questi giorni, dopo mesi di estenuanti trattative, il premier iracheno al-Maliki aveva annunciato che il testo di legge sulla nuova normativa che regola la distribuzione dei proventi della vendita del petrolio era stato approvato dal governo e inviato al Parlamento di Baghdad. Subito smentito però dal governo regionale del Kurdistan, che ha dichiarato di non aver ancora approvato la bozza, e dall'Iraqi Accord Front, il principale schieramento sunnita in Parlamento, oltre che dai deputati sciiti fedeli all'ayatollah radicale Muqtada al Sadr. Un'opposizione trasversale, dunque, contraria allo spirito di fondo dell'accordo voluto dal premier al-Maliki: ripartire equamente i proventi della produzione del petrolio tra le 18 province irachene.

un militare usa in iraq, sullo sfondo di un pozzo petrolifero che bruciaLa spartizione del bottino. Le motivazioni sono diverse. Da un lato i curdi e gli sciiti, che contano nei rispettivi territori il grosso delle riserve petrolifere irachene, spingono per una ripartizione del controllo dei giacimenti che rispetti la localizzazione degli stessi. Per i curdi, sarebbero incostituzionali i quattro allegati al disegno di legge, che assegnano la gestione dei pozzi alla compagnia petrolifera nazionale (Inoc) o a quella delle regioni: secondo loro, in questo modo, alla compagnia nazionale andrebbe oltre il 90 percento delle riserve petrolifere accertate dell'Iraq, e ai governi regionali resterebbero le briciole.
Vicenda complicata ulteriormente dai sadristi, che avrebbero chiesto l'introduzione nella bozza della legge di un esplicito riferimento al divieto di firmare contratti con società petrolifere di stati che hanno truppe in Iraq. Ecco che, aldilà della diplomazia, le parole di Nelson assumono un senso profondo come un pozzo di petrolio.

Christian Elia

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