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Motivazioni
controverse. Per rovesciare il regime dittatoriale di Saddam
Hussein, che possedeva armi di distruzione di massa e fomentava il
terrorismo internazionale. Almeno nella versione ufficiale. Il
regime, che dittatoriale lo era di certo, ma che non possedeva armi
chimiche, nucleari o batteriologiche e del quale non sono mai stati
dimostrati i legami con al-Qaeda, alla fine è caduto,
trascinando nella polvere un popolo e un paese intero. In molti, nel
corso degli anni, hanno cominciato a ritenere che la chiave di tutto,
o per lo meno della prolungata permanenza dei militari stranieri in
Iraq, fosse il controllo delle ingenti risorse petrolifere irachene.
Le parole di Nelson, subito smentite dal premier australiano Howard,
uno dei più stretti alleati della Casa Bianca, che si è
affrettato a sottolineare come sia la lotta al terrorismo
internazionale il vero motivo della missione, hanno ottenuto un'eco
mondiale:
La
questione petrolifera. Diplomazia a parte, è fuori di
dubbio che il petrolio sia una delle partite sul tavolo della
questione irachena. Per le potenze occidentali, e per gli iracheni
stessi. Proprio in questi giorni, dopo mesi di estenuanti trattative,
il premier iracheno al-Maliki aveva annunciato che il testo di legge
sulla nuova normativa che regola la distribuzione dei proventi della
vendita del petrolio era stato approvato dal governo e inviato al
Parlamento di Baghdad. Subito smentito però dal governo
regionale del Kurdistan, che ha dichiarato di non aver ancora
approvato la bozza, e dall'Iraqi
Accord Front,
il principale schieramento sunnita in Parlamento, oltre che dai
deputati sciiti fedeli all'ayatollah radicale Muqtada al Sadr.
Un'opposizione trasversale, dunque, contraria allo spirito di fondo
dell'accordo voluto dal premier al-Maliki: ripartire equamente i
proventi della produzione del petrolio tra le 18 province irachene.
La
spartizione del bottino. Le motivazioni sono diverse. Da un lato
i curdi e gli sciiti, che contano nei rispettivi territori il grosso
delle riserve petrolifere irachene, spingono per una ripartizione del
controllo dei giacimenti che rispetti la localizzazione degli stessi.
Per i curdi, sarebbero incostituzionali i quattro allegati al disegno
di legge, che assegnano la gestione dei pozzi alla compagnia
petrolifera nazionale (Inoc) o a quella delle regioni: secondo loro,
in questo modo, alla compagnia nazionale andrebbe oltre il 90
percento delle riserve petrolifere accertate dell'Iraq, e ai governi
regionali resterebbero le briciole.
Christian Elia
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