05/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Ritirato dal commercio videogame violento. Ma quanta violenza viene veicolata da film e media?
scritto per noi da
Mario Baccigalupi*
 
Fotogramma di Manhunt 2Dibattito sulla violenza. Che Manhunt non fosse un gioco da educande era cosa ben nota. Anzi, per dirla tutta, è difficile ricordare un videogame più violento apparso sulla scena dell'intrattenimento elettronico. Non stupisce, quindi, che sul secondo capitolo della serie si stia accentrando il dibattito sul livello di violenza tollerabile in un'opera videoludica. Tanto che in molti paesi, Italia compresa, l'attenzione del legislatore è già stata superata da una perentoria decisione di totale censura. E' forse però opportuno fermarsi a valutare l'effettiva validità di tale scelta.

Un altro videogame violento: Postal 2Qualità artistiche? Non serve elencare tutte le caratteristiche iper-violente insite in Manhunt 2, senz'altro esaltate rispetto al gioco precedente: sono già state snocciolate con dovizia di particolari da gran parte della stampa. È importante, invece, riflettere con attenzione sulle parole di David Cooke, portavoce del British Board of Film Classification, l'organismo inglese preposto al controllo dei contenuti videoludici. Cooke ha parlato della grande difficoltà nel “rifiutare la distribuzione di un lavoro d'ingegno”, centrando indirettamente il cuore del problema. Questo non risiede solo nei contenuti, ma anche nel rispetto dovuto a tutte le forme espressive. Non è un caso che queste oculate parole arrivino dalla Gran Bretagna, dove l'industria videoludica è stata maggiormente metabolizzata ed è oggi considerata una risorsa culturale nazionale. Ma allora, Manhunt 2 sarebbe davvero il nuovo spartiacque della violenza mediatica “interattiva”, e nessuna qualità artistica riuscirebbe a salvarlo dall'accusa di istigazione “alla violenza immotivata e all'omicidio”? In quest'ottica, meglio il ritiro immediato, deve aver pensato il ministro italiano delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni.

Vietato ai minori. Pur riconoscendo la necessità di porre un'attenzione sempre maggiore sulle caratteristiche “immersive” del media videogame, è tuttavia possibile intravedere in tale decisione una pesante aura di ipocrisia, soprattuto se si tiene conto del differente grado di tolleranza concesso ad altri prodotti di consumo, soprattutto nel cinema e sul mercato dell' home video. Se pensiamo all'identikit del giocatore medio di Manhunt, è facile associarne le caratteristiche principali al tipico cultore del filone cinematografico americano "new-gore". Saremmo certi di trovare ogni anno nelle sale parecchi prodotti in grado di soddisfare la crescente sete di efferatezze. Eppure, su uno dei capisaldi del genere, come il secondo capitolo della serie “Saw: l'enigmista”, è stato posto nulla più che un normale divieto ai minori di 14 anni.

Gran Theft AutoL'alternativa nel 'peer to peer'. I produttori di Manhunt 2, la Rockstar Games, sono gli stessi di Grand Theft Auto, spesso criticato per una sua presunta natura "diseducativa" e potenzialmente pericolosa. L'apice della polemica, però, è stato raggiunto con l'accusa di aver ispirato, con Manhunt 1, un omicidio vero, nel 2004, ad opera di un diciassettenne inglese. E' facile supporre che tanto chiasso – e la conseguente censura – portino alla prevedibile diffusione del gioco nelle reti 'peer to peer', ovvero di condivisione di file. Da qui a pochi mesi è inoltre previsto l'arrivo sul mercato del terzo capitolo di un'altro controverso videogame, ben più pericoloso proprio perché meno elaborato e ancor più nichilista. Il suo stesso titolo, “Postal 3”, si riferisce ad un modo di dire ricorrente nell'immaginario collettivo americano, ovvero "to go postal", nel quale si concretizza l'incubo del cittadino qualunque che perde il lume della ragione facendo una strage, magari proprio in una stazione postale. Ebbene, se è facile attendersi la stessa sorte anche per questo gioco, è altresì probabile che gli adolescenti riescano facilmente a scaricare entrambi i titoli. Senza che nemmeno ai loro genitori sia stata concessa la facoltà di valutare, capire ed, eventualmente, spiegare.