23/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il racconto di un dissidente uzbeco imprigionato dal regime di Karimov
di Ruslan Sharipov*

 
Ruslan Sharipov
Ruslan Sharipov aveva 25 anni quando venne arrestato il 25 maggio 2003.
Faceva il giornalista e il volontario per un’associazione uzbeca di difesa dei diritti umani. Lavorava soprattutto su inchieste riguardanti la corruzione della polizia e delle autorità uzbeche e la persecuzione degli omosessuali, come lui.
Dopo aver ricevuto ripetute minacce dalle autorità del regime del presidente Islam Karimov, venne arrestato e condannato per pedofilia omosessuale.
Un’accusa infondata, che lui confessò dopo giorni di torture e minacce di morte.
Durante il suo anno di detenzione, Ruslan ha sperimentato e visto l’inferno a cui sono condannati i prigionieri politici e religiosi nelle carceri uzbeche.
Dopo essere fuggito dal suo paese, ha raccontato la sua storia.

Nei sotterranei del ministero. Dopo essere stato interrogato per due giorni in una stazione di polizia, in attesa del processo sono stato rinchiuso nei sotterranei del ministero dell’Interno, a Tashkent.  In dodici in una cella di pochi metri quadri con quattro panche di legno, senza finestre, senza poterci lavare e con una latrina nell’angolo senza scarico. Al mattino ci davano pane e acqua salata bollita, e alla sera una tazza di riso. Si veniva interrogati ogni giorno: lo scopo era farci firmare confessioni scritte. Ruslan durante il processoDopo due o tre giorni tutti firmavano qualsiasi cosa pur di non subire più quegli interrogatori: pestaggi feroci, scosse elettriche, soffocamento, unghie e denti strappati. Un mio compagno di cella interrogato assieme a me è stato appeso fuori dalla finestra del terzo piano a testa in giù, poi lo hanno soffocato con la maschera anti-gas mentre gli tenevano i piedi sulla piastra di un fornelletto acceso. Shahruh, un altro della mia cella, è tornato dopo ore di interrogatorio, privo di sensi e coperto di sangue: aveva subito la lomka (rottura), un pestaggio con spranghe di ferro volte a rompere tutte le ossa. Tutte le unghie delle dita gli erano state strappate. Gridò di dolore per tutta la notte, ma nessuno venne fino al mattino, quando lo portarono via. Non lo vidi più.
Marat Izzatulin e Valery Lobanov erano due dei poliziotti che partecipavano alle torture. Un giorno Izzatulin, in vena di confidenze terrorizzanti, mi disse quanto gli piaceva torturare e uccidere i prigionieri, soprattutto gli islamici. Mi disse con orgoglio che lui ne aveva torturati a morte sei, l’ultimo la settimana prima. Mi spiegò che il governo addestra con corsi speciali i torturatori come lui, pagandoli più degli altri poliziotti. Lobanov parlava me
no volentieri. Poi disse che lui non aveva ucciso nessuno e che si limitava a fare quello per cui era pagato: estorcere confessioni con la tortura.
Non vidi mai detenute donne nei sotterranei, ma di notte le sentivo urlare, mentre le guardie le violentavano.

Nella prigione di Tashkent. Dopo dieci giorni di questo inferno firmai la confessione, sperando che fosse finita lì. Venni invece trasferito alla prigione di Tashkent, diretta da Erkin Kamilov. Lì era anche peggio. Oltre ai pestaggi e alle torture, qui c’era la pratica degli abusi sessuali anche sui prigionieri maschi.
Interrogatorio di un prigioniero in UzbekistanNon solo sevizie con bottiglie e altri oggetti, ma veri e propri stupri, condotti, su ordine delle guardie, da detenuti già condannati che in cambio ricevono soldi e trattamenti particolari: niente torture, ma sigarette, alcol, droghe e libero accesso notturno alle celle femminili. Venire violentati significava automaticamente venire marchiati come ‘intoccabili’ del peggior tipo, omosessuali, condannati a subire regolari violenze sessuali, soprattutto una volta trasferiti nei campi di prigionia. Io, dopo un primo periodo, ho avuto la fortuna di non subire più questi trattamenti perché quando dalla prigione cominciai a scrivere appelli all’Onu e a Human Right Watch sul mio caso (v. "Stampa seviziata", ndr), il viceministro degli interni Rajab Qodirov mi convocò nel suo ufficio dicendomi che se la smettevo di scrivere, lui mi avrebbe garantito che non sarei stato più toccato. Io accettai il patto, e lui lo rispettò. Nei mesi successivi però continuavo a vedere quello che succedeva agli altri detenuti. Ne vidi morire parecchi, molti suicidi, come Tolik, che si tagliò le vene, e Akrom, di soli vent’anni, che s’impiccò in cella. 

Nel campo di prigionia. Nel novembre 2003 mi hanno trasferito nella colonia penale 64/3 di Tavaksay, 70 chilometri a nord-est della capitale: uno dei tanti campi di prigionia sparsi per il paese, pieni soprattutto di detenuti islamici appartenenti a gruppi banditi dalla legge, come il Movimento Islamico dell’Uzbekistan e l’Hizb ut-Tahrir, Partito della Liberazione (vedi “Islamistan 2”, ndr). Quasi metà dei duemila detenuti del mio campo erano ‘prigionieri religiosi’.
 Non si chiamano più gulag, ma lo sono ancora a tutti gli affetti: filo spinato, torrette, cani, torture, lavori forzati e terrore. I prigionieri sono costretti a lavorare nella fabbrica del campo, che nel mio caso era una vetreria. I ritmi di lavoro erano disumani, e ovviamente il ricavo rimane alla prigione. Il presidente uzbeco Islam Karimov con BushChi non lavorava bene veniva punito con inaudita violenza. Il regno del terrore qui, come nei famigerati ‘gulag neri’ d’epoca sovietica, non era retto dalle guardie, ma da una struttura gerarchica interna ai prigionieri, una struttura in stile mafioso che fa capo a un boss il quale, con i suoi informatori e scagnozzi, spia, taglieggia, minaccia e punisce gli altri detenuti. Il boss del mio campo era un tale Zokir. Ogni sabato nella sua cella si riuniva la sua ‘corte di giustizia’, durante la quale i detenuti prescelti venivano torturati e picchiati con le sbarre d’acciaio delle brande o con mattoni. Nei cinque mesi che ho passato lì dentro, ho visto uccidere così una media di due prigionieri ogni sabato, spesso anche di più. Anche le guardie, comunque, non disdegnavano le torture e la violenza. Ho assistito a una trentina di pestaggi da parte di poliziotti, molti dei quali finiti con la morte del prigioniero.
Nel marzo 2004 sono stato trasferito in una prigione di minima sicurezza, una specie di fabbrica statale a lavoro schiavistico da cui si poteva spesso uscire di notte per dormire da parenti o amici. Ricominciai a scrivere denunce all’estero, e quando lo scoprirono non mi concessero più permessi. Così finii di scontare la mia pena lì. Il 23 giugno mi hanno rilasciato con la condizionale e con molte minacce. Mi dissero che se avessi raccontato quello che avevo visto in prigione sarei tornato al campo di prigionia, e ci avrei finito i miei giorni. Pochi giorni dopo ho lasciato il mio paese.

Categoria: Diritti, Tortura
Luogo: Uzbekistan