di Ruslan Sharipov*
Ruslan Sharipov aveva 25 anni quando venne arrestato il 25 maggio 2003.
Faceva il giornalista e il volontario per un’associazione uzbeca di difesa dei
diritti umani. Lavorava soprattutto su inchieste riguardanti la corruzione della
polizia e delle autorità uzbeche e la persecuzione degli omosessuali, come lui.
Dopo aver ricevuto ripetute minacce dalle autorità del regime del presidente
Islam Karimov, venne arrestato e condannato per pedofilia omosessuale.
Un’accusa infondata, che lui confessò dopo giorni di torture e minacce di morte.
Durante il suo anno di detenzione, Ruslan ha sperimentato e visto l’inferno a
cui sono condannati i prigionieri politici e religiosi nelle carceri uzbeche.
Dopo essere fuggito dal suo paese, ha raccontato la sua storia.
Nei sotterranei del ministero. Dopo essere stato interrogato per due giorni in una stazione di polizia, in
attesa del processo sono stato rinchiuso nei sotterranei del ministero dell’Interno,
a Tashkent. In dodici in una cella di pochi metri quadri con quattro panche di legno, senza
finestre, senza poterci lavare e con una latrina nell’angolo senza scarico. Al
mattino ci davano pane e acqua salata bollita, e alla sera una tazza di riso.
Si veniva interrogati ogni giorno: lo scopo era farci firmare confessioni scritte.
Dopo due o tre giorni tutti firmavano qualsiasi cosa pur di non subire più quegli
interrogatori: pestaggi feroci, scosse elettriche, soffocamento, unghie e denti strappati. Un mio compagno di cella interrogato
assieme a me è stato appeso fuori dalla finestra del terzo piano a testa in giù,
poi lo hanno soffocato con la maschera anti-gas mentre gli tenevano i piedi sulla
piastra di un fornelletto acceso. Shahruh, un altro della mia cella, è tornato
dopo ore di interrogatorio, privo di sensi e coperto di sangue: aveva subito la
lomka (rottura), un pestaggio con spranghe di ferro volte a rompere tutte le ossa.
Tutte le unghie delle dita gli erano state strappate. Gridò di dolore per tutta la notte, ma nessuno venne fino al mattino, quando
lo portarono via. Non lo vidi più.
Marat Izzatulin e Valery Lobanov erano due dei poliziotti che partecipavano alle
torture. Un giorno Izzatulin, in vena di confidenze terrorizzanti, mi disse quanto
gli piaceva torturare e uccidere i prigionieri, soprattutto gli islamici. Mi disse
con orgoglio che lui ne aveva torturati a morte sei, l’ultimo la settimana prima.
Mi spiegò che il governo addestra con corsi speciali i torturatori come lui, pagandoli
più degli altri poliziotti. Lobanov parlava meno volentieri. Poi disse che lui non aveva ucciso nessuno e che si limitava a
fare quello per cui era pagato: estorcere confessioni con la tortura.
Non vidi mai detenute donne nei sotterranei, ma di notte le sentivo urlare, mentre
le guardie le violentavano.
Nella prigione di Tashkent. Dopo dieci giorni di questo inferno firmai la confessione, sperando che fosse
finita lì. Venni invece trasferito alla prigione di Tashkent, diretta da Erkin
Kamilov. Lì era anche peggio. Oltre ai pestaggi e alle torture, qui c’era la pratica
degli abusi sessuali anche sui prigionieri maschi.
Non solo sevizie con bottiglie e altri oggetti, ma veri e propri stupri, condotti,
su ordine delle guardie, da detenuti già condannati che in cambio ricevono soldi
e trattamenti particolari: niente torture, ma sigarette, alcol, droghe e libero
accesso notturno alle celle femminili. Venire violentati significava automaticamente
venire marchiati come ‘intoccabili’ del peggior tipo, omosessuali, condannati
a subire regolari violenze sessuali, soprattutto una volta trasferiti nei campi
di prigionia. Io, dopo un primo periodo, ho avuto la fortuna di non subire più
questi trattamenti perché quando dalla prigione cominciai a scrivere appelli all’Onu
e a Human Right Watch sul mio caso (v. "Stampa seviziata", ndr), il viceministro degli interni Rajab Qodirov mi convocò nel suo ufficio dicendomi
che se la smettevo di scrivere, lui mi avrebbe garantito che non sarei stato più
toccato. Io accettai il patto, e lui lo rispettò. Nei mesi successivi però continuavo
a vedere quello che succedeva agli altri detenuti. Ne vidi morire parecchi, molti
suicidi, come Tolik, che si tagliò le vene, e Akrom, di soli vent’anni, che s’impiccò
in cella.
Nel campo di prigionia. Nel novembre 2003 mi hanno trasferito nella colonia penale 64/3 di Tavaksay,
70 chilometri a nord-est della capitale: uno dei tanti campi di prigionia sparsi
per il paese, pieni soprattutto di detenuti islamici appartenenti a gruppi banditi
dalla legge, come il Movimento Islamico dell’Uzbekistan e l’Hizb ut-Tahrir, Partito
della Liberazione (vedi “Islamistan 2”, ndr). Quasi metà dei duemila detenuti del mio campo erano ‘prigionieri religiosi’.
Non si chiamano più gulag, ma lo sono ancora a tutti gli affetti: filo spinato,
torrette, cani, torture, lavori forzati e terrore. I prigionieri sono costretti
a lavorare nella fabbrica del campo, che nel mio caso era una vetreria. I ritmi
di lavoro erano disumani, e ovviamente il ricavo rimane alla prigione.
Chi non lavorava bene veniva punito con inaudita violenza. Il regno del terrore
qui, come nei famigerati ‘gulag neri’ d’epoca sovietica, non era retto dalle guardie, ma da una struttura gerarchica interna ai prigionieri, una
struttura in stile mafioso che fa capo a un boss il quale, con i suoi informatori
e scagnozzi, spia, taglieggia, minaccia e punisce gli altri detenuti. Il boss
del mio campo era un tale Zokir. Ogni sabato nella sua cella si riuniva la sua
‘corte di giustizia’, durante la quale i detenuti prescelti venivano torturati
e picchiati con le sbarre d’acciaio delle brande o con mattoni. Nei cinque mesi
che ho passato lì dentro, ho visto uccidere così una media di due prigionieri
ogni sabato, spesso anche di più. Anche le guardie, comunque, non disdegnavano
le torture e la violenza. Ho assistito a una trentina di pestaggi da parte di
poliziotti, molti dei quali finiti con la morte del prigioniero.
Nel marzo 2004 sono stato trasferito in una prigione di minima sicurezza, una
specie di fabbrica statale a lavoro schiavistico da cui si poteva spesso uscire
di notte per dormire da parenti o amici. Ricominciai a scrivere denunce all’estero,
e quando lo scoprirono non mi concessero più permessi. Così finii di scontare
la mia pena lì. Il 23 giugno mi hanno rilasciato con la condizionale e con molte
minacce. Mi dissero che se avessi raccontato quello che avevo visto in prigione
sarei tornato al campo di prigionia, e ci avrei finito i miei giorni. Pochi giorni
dopo ho lasciato il mio paese.