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A corto di soldi. Nei giorni scorsi, McCain ha ammesso di aver raccolto per la campagna elettorale,
nel secondo trimestre del 2007, poco più di 11 milioni di dollari. Rispettivamente,
tre e sei milioni meno di Mitt Romney e Rudy Giuliani, i due principali rivali
per la nomination repubblicana. Con i candidati democratici non c'è confronto: Barack Obama ha
raccolto 32,5 milioni nello stesso periodo di tempo, Hillary Clinton oltre 27.
Il divario nei finanziamenti elettorali è spiegato dai politologi con il maggiore
attivismo della base democratica, ansiosa di cambiare colore alla Casa Bianca.
Ma per McCain è innanzitutto un problema di sopravvivenza politica: partito con
l'obiettivo di raggranellare 100 milioni in un anno, ora si trova con due milioni
scarsi in cassa. Ciò lo ha portato a dimezzare il personale della sua campagna,
mentre alcuni membri dell'entourage hanno accettato di vedersi ridurre lo stipendio.
Fonti interne al suo staff hanno ammesso che il senatore sta accarezzando l'idea
di accettare un finanziamento pubblico di sei milioni di dollari, a disposizione
per ogni candidato. Soldi che però si possono godere alla condizione di attenersi
a rigidi limiti di spesa: per esempio, precludono la possibilità di investire
forte negli spot televisivi. E' insomma denaro che ti lega le mani, e per questo
non è stato accettato da nessuno dei maggiori candidati.
Costruzione dell'immagine. Anche volendolo definire un momento di difficoltà, non potrebbe capitare in un
periodo peggiore. Per come funzionano le logiche dei finanziamenti elettorali
negli Usa, mostrare di avere il vento in poppa ora è fondamentale: nessuno ti
dà soldi per la campagna, se sei percepito come un perdente che si è bloccato
a metà. Specie nella condizione di McCain, che ha preparato la rivincita dal 2000,
quando Bush gli strappò la nomination dei repubblicani. Dopo alcuni anni all'ombra del presidente, alle prime difficoltà
McCain era riuscito a ritagliarsi il ruolo del conservatore “duro ma giusto”:
con cinque anni e mezzo trascorsi come prigioniero di guerra nelle mani dei vietcong,
le sue critiche contro Guantanamo e gli abusi di Abu Ghraib avevano un certo peso.
Sull'immigrazione, rappresentando in Senato uno stato in prima linea, McCain ha
usato lo stesso approccio, auspicando maggiori controlli alle frontiere ma anche
una via per regolarizzare 12 milioni di clandestini.
Ultima possibilità. Mentre i sondaggi mostrano percentuali di consenso in picchiata per presidente
e Congresso, a testimonianza del desiderio di facce nuove da parte degli elettori,
anche l'età di McCain è diventata un problema. Nel novembre 2008 avrà 72 anni,
il che farebbe di lui il più vecchio presidente neoeletto nella storia degli Usa.
Nella massacrante campagna elettorale ha già dimostrato più volte segni di stanchezza,
e il suo fisico mostra tutti gli anni che ha: a causa delle torture subite in
Vietnam, McCain non può alzare le braccia più in alto della testa, e negli ultimi
dieci anni ha dovuto combattere con un cancro alla pelle. Con pochi soldi a disposizione
ed energie non infinite, ora sta considerando di concentrare la propria attenzione
sugli stati che per primi terranno le elezioni primarie. E' la strategia adottata
anche da Bob Dole nel 1996 e da John Kerry nel 2004: in crisi finanziaria e apparentemente
snobbati dagli elettori a livello nazionale, puntarono tutto sulle primarie iniziali
in alcuni stati chiave, contando poi sull'effetto valanga. Contro tutti i pronostici,
riuscirono a strappare la nomination. McCain lo sa bene. Ma saprà anche che nessuno
dei due è diventato presidente. Alessandro Ursic
Parole chiave: McCain, elezioni, 2008, novembre, nomination, repubblicani