Scritto per noi da
E’ un poeta in età, ma non è un monumento statico della poesia. Anzi. Questa
antologia lo presenta ancora vitale per le tematiche moderne che ancora affronta.
Le sue poesie non sono quindi una scelta intellettuale su un mondo conosciuto
per sentito dire, i suoi versi hanno la sonorità del lavoro, il sapore del ferro,
sono la riflessione, la cronaca, la visione all’interno dell’officina dove ha
lavorato e resistito per tanti anni.
“Le poesie…attingono all’esperienza operaia, fondamentale per la vita e la scrittura
di Luigi Di Ruscio, anche se sicuramente riduttiva rispetto al portato della sua
produzione…” scrive di lui nella prefazione Angelo Ferracuti, scrittore e collaboratore
del “ Diario della settimana”. I suoi versi sono fatti di parole che escono direttamente da un luogo di lavoro,(
sottilissimi fili di ferro escono dalla trafilatrice con uno stesso colore…) parole-
lamenti, parole-imprecazioni di un’umanità che lancia richiami al mondo esterno.
“ Per colazione hanno acqua e pane/ bevono molta acqua/ la saliva che hanno devono
sputarla sulle mani/ perché il martello non scivoli/ a mezzogiorno mettono nel
brodo d’erbe/ il solito pane nero…/
E già che ci siamo, per collegarci al nostro paese in questa sua fase economica”
la pensione è di ottomila al mese/ quarant’anni di fatica/ per pane e formaggio
grattugiato/ per imparare a stendere la mano e morire solo…”
La poesia di Luigi Di Ruscio è una poesia epica, di lotta, che non lascia spazio
a sentimentalismi e alla speranza di un cambiamento sociale quasi impossibile,
e trasmette rabbia e impotenza di azione di fronte alle tragedie delle morti bianche”
(o quello che cadde nella vasca della calce viva/ scavata la fossa scaricate le
pietre cotte/ poi con l’acqua tutto ribolliva e fumava/ il ribollire delle pietre
cotte fu l’ultima cosa che vide”) La forza di quest’uomo ricco di esperienza è
quella di non cedere verso gli uomini del Potere, della violenza brutale, del
loro cinismo sul luogo di lavoro …("ieri è crollata di schianto la gru elevatrice/
ognuno sparì dietro quella grande polvere/ uno spezzarsi improvviso dei materiali
si spezza/ in piena notte la botta il guidatore vidi in un salto salvarsi/…il
caporeparto prese un libro/ dove tutte le grandi cadute dovrebbero essere previste").
La Norvegia non è solo lavoro. L’autore accompagna Angelo Ferracuti, che va a
trovarlo in viaggio di nozze nel 1987, alle tombe di due grandi artisti norvegesi,
Munch al cimitero ebraico e Ibsen a quello monumentale: “E io e Patrizia”, scrive
il giornalista, “restammo incantati per l’assoluta semplicità di queste pietre
sepolcrali che non erano in realtà monumentali come quelle italiane, ma essenzialissime e scarne al massimo".
La sua salvezza è comunque la creatività, anche se dolorosa (“Battere su questa
macchina da scrivere sino ad ammattirti/ battendo scrivendo/approfondire una poesia
significa voler bucare la carta/ scartare le velleità e non rimanere neppure il
buco sulla carta/ non c’è nulla da rimpiangere l’unica dignità è essere fuori
e contro…”)