Messico, nonostante sia passato un anno dalla sconfitta elettorale, Lopez Obrador attacca la gerarchia politica nazionale e non si rassegna ad un ruolo di comparsa
Nonostante sia passato un anno dalle elezioni presidenziali, Andres Manuel Lopez
Obrador, il candidato sconfitto da Felipe Calderon, non vuole saperne di riconoscere
il governo attuale e con i suoi fedelissimi continua con la mobilitazione e le
proteste.
I fatti. “E' passato un anno dalle elezioni presidenziali e possiamo dire con orgoglio
che il governo di destra sta sbagliando”, ha detto Amlo (il nomignolo con il quale
viene chiamato Obrador).
“Noi siamo ancora qui – ha aggiunto il leader della sinistra – e continuiamo
con le nostre proteste convinti più che mai che il nostro Paese abbia la necessità
di sviluppare un progetto alternativo di 'nazione'”. Ma, stando alle testimonianze
dirette in arrivo dal Messico, pare che a questa manifestazione non ci sia stata
la solita folla oceanica che nei messi immediatamente successivi al risultato
elettorale aveva animato le proteste.
Convinto che la maggioranza dei messicani, oggi, pensi che il 2 luglio 2006 fu
giornata di brogli elettorali, Obrador, che si è autonominato presidente legittimo
del Messico ha rincarato la dose: “Nel mese di luglio dello scorso anno la mafia
ci ha imposto un presidente”.
Non solo. Per Amlo è giunta anche l'ora di smetterla con gli sprechi e investire
bene il denaro dei messicani. “Basta con i privilegi. Non possiamo dimenticare
che un magistrato della Corte Suprema guadagna 35 mila euro al mese”
Colpi duri contro tutti. Amlo, ne ha avute per tutti, non solo per la classe dirigente attualmente impegnata
a amministrare lo Stato. Dall'ex presidente spagnolo Maria Aznar, a quello messicano,
Vicente Fox, fino ad arrivare al direttore gerente del Fondo Monetario Internazionale,
Rodrigo Rato, tutti sono entrati nel mirino del leader del Prd (Partido Democratico
Revolucionario). Secondo Amlo, Rato e Aznar, sono responsabili di aver indirizzato
le decisioni messicane durante le discussioni della 'reforma de Seguridad Social', da poco approvata dal Congresso di Città del Messico, a suo avviso una riforma che penalizza i lavoratori messicani.
A Calderon, Obrador non perdona il progetto di riforma fiscale e chiede ai deputati
della sua coalizione di non scendere a compromessi. “Zero negoziazione con quelle
persone che fanno politica contro la popolazione e che vogliono cedere la sovranità
nazionale agli stranieri”, ha detto il presidente autoproclamato, che ha anche
minacciato una serie di scioperi e proteste su larga scala se l'industria petrolifera
sarà privatizzata.
Forse, anche se Amlo non lo ammetterà mai, la sua popolarità è in netto calo
e ormai, a un anno di distanza dalla tornata elettorale, il Paese sembra essersi
abituato all'idea di avere come presidente Felipe Calderon.