04/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli studenti integralisti non si arrendono. Scaduti due ultimatum. Si teme un blitz dell’esercito
Sono ore febbrili nel centro della capitale pachistana Islamabad, attorno alla Moschea Rossa. Nemmeno il coprifuoco imposto dal governo, il dispiegamento dei corpi speciali dell’esercito con i blindati e l’imposizione di due ultimatum ha posto fine alla rivolta armata dei giovani taliban delle due scuole coraniche della ‘Lal Masjid’. Gli scontri a fuoco proseguono, seppur con minore intensità di ieri: il bilancio è salito ad almeno 16 morti, forse 20 o più, quasi tutti studenti. I capi della rivolta, i fratelli Ghazi, rifiutano la resa e minacciano attentati suicidi, ma stanno consentendo l’evacuazione degli studenti che vogliono lasciare la moschea assediata: ne sono già usciti almeno 700 e altri ne seguiranno nelle prossime ore.
 
Migliaia ancora dentro. Nella moschea rimangono forse 5 mila studenti, molti sono bambini delle prime classi. Secondo le autorità, però, gli studenti armati, gli irriducibili, sarebbero solo due o trecento.
L’ipotesi di un blitz militare è stata ufficialmente esclusa dal governo “per evitare bagni di sangue”.
Per facilitare la resa degli studenti, è stata garantita l’impunità alle donne e ai minorenni, ai quali sono stati addirittura offerti 60 euro a testa per tornare dalle proprie famiglie. Ai maschi maggiorenni è stata garantita l’incolumità, ma non la libertà immediata: dovranno dimostrare di non aver sparato. Carcere assicurato invece, in caso di resa, per i capi della moschea, Abdul Aziz e Abdul Rashid Ghazi, già accusati di terrorismo e omicidio.
 
Lavaggio del cervello. “Le mie due bambine sono ancora dentro”, ha detto a un giornalista della Bbc un genitore. “Hanno 10 e 14 anni. Le ho sentite per telefono e mi hanno detto che sono pronte a morire per l’Islam. E’ tutta colpa del governo, che dovrebbe smetterla con questa storia”.
Molti altri, però, puntano il dito contro il cinico fanatismo dei vertici della Moschea Rossa, accusati di aver fatto il lavaggio del cervello ai giovanissimi studenti.
“Ho telefonato a mio fratello che sta dentro per convincerlo a uscire – ha detto un ragazzo ai giornalisti – “è giovane e immaturo, non si rende conto di quello che sta facendo”.
“Ho mandato mio figlio alla Lal Masjid perché studiasse, non perché diventasse un criminale”, ha dichiarato un altro genitore.
 
Chi di jihad ferisce… Solo due chilometri separano la Moschea Rossa dal palazzo presidenziale del generale Pervez Musharraf, entrambi nel pieno centro della capitale Islamabad. L’integralismo islamico jihadista, che ampi settori del regime militare pachistano hanno per anni promosso in Kashmir e Afghanistan, è arrivato nel cuore del Paese, a due passi dai palazzi del potere. Un potere, quello di Musharraf, che sta pagando il prezzo della svolta filo-Usa nella sua politica dopo l’11 settembre 2001.
 

Enrico Piovesana

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