Gli studenti integralisti non si arrendono. Scaduti due ultimatum. Si teme un blitz dell’esercito
Sono ore febbrili nel centro della capitale pachistana Islamabad, attorno alla
Moschea Rossa. Nemmeno il coprifuoco imposto dal governo, il dispiegamento dei
corpi speciali dell’esercito con i blindati e l’imposizione di due ultimatum ha
posto fine alla rivolta armata dei giovani taliban delle due scuole coraniche della ‘Lal Masjid’. Gli scontri a fuoco proseguono,
seppur con minore intensità di ieri: il bilancio è salito ad almeno 16 morti,
forse 20 o più, quasi tutti studenti. I capi della rivolta, i fratelli Ghazi,
rifiutano la resa e minacciano attentati suicidi, ma stanno consentendo l’evacuazione
degli studenti che vogliono lasciare la moschea assediata: ne sono già usciti
almeno 700 e altri ne seguiranno nelle prossime ore.
Migliaia ancora dentro. Nella moschea rimangono forse 5 mila studenti, molti sono bambini delle prime
classi. Secondo le autorità, però, gli studenti armati, gli irriducibili, sarebbero
solo due o trecento.
L’ipotesi di un blitz militare è stata ufficialmente esclusa dal governo “per
evitare bagni di sangue”.
Per facilitare la resa degli studenti, è stata garantita l’impunità alle donne
e ai minorenni, ai quali sono stati addirittura offerti 60 euro a testa per tornare
dalle proprie famiglie. Ai maschi maggiorenni è stata garantita l’incolumità,
ma non la libertà immediata: dovranno dimostrare di non aver sparato. Carcere
assicurato invece, in caso di resa, per i capi della moschea, Abdul Aziz e Abdul
Rashid Ghazi, già accusati di terrorismo e omicidio.
Lavaggio del cervello. “Le mie due bambine sono ancora dentro”, ha detto a un giornalista della
Bbc un genitore. “Hanno 10 e 14 anni. Le ho sentite per telefono e mi hanno detto
che sono pronte a morire per l’Islam. E’ tutta colpa del governo, che dovrebbe
smetterla con questa storia”.
Molti altri, però, puntano il dito contro il cinico fanatismo dei vertici della
Moschea Rossa, accusati di aver fatto il lavaggio del cervello ai giovanissimi
studenti.
“Ho telefonato a mio fratello che sta dentro per convincerlo a uscire – ha detto
un ragazzo ai giornalisti – “è giovane e immaturo, non si rende conto di quello
che sta facendo”.
“Ho mandato mio figlio alla Lal Masjid perché studiasse, non perché diventasse
un criminale”, ha dichiarato un altro genitore.
Chi di jihad ferisce… Solo due chilometri separano la Moschea Rossa dal palazzo presidenziale del
generale Pervez Musharraf, entrambi nel pieno centro della capitale Islamabad.
L’integralismo islamico jihadista, che ampi settori del regime militare pachistano
hanno per anni promosso in Kashmir e Afghanistan, è arrivato nel cuore del Paese,
a due passi dai palazzi del potere. Un potere, quello di Musharraf, che sta pagando
il prezzo della svolta filo-Usa nella sua politica dopo l’11 settembre 2001.