scritto per noi da
Marjola Rukaj
Scarse aspettative. Nei
caffè sovraffollati di Belgrado, i giovani non parlano mai di
politica: ti fanno capire subito che provano per l'argomento una
profonda idiosincrasia. E secondo i sondaggi, l’apatia
socio-politica è preoccupante, i giovani sono poco
rappresentati nella vita politica e sociale, e non se ne interessano,
ma dichiarano di ricevere le informazioni per caso, senza un proprio
particolare interesse. Non hanno simpatie per determinati politici né
del presente né del passato, ma dicono di odiare i macellai
degli anni Novanta.
“Ci hanno rovinato la vita, che dire di
loro..” dice Tomica M., studente di Biologia a Belgrado. E lo si
sente dire spesso nei discorsi della gente comune. Anche la
partecipazione dei giovani nei partiti politici è esigua, e la
coscienza dei problemi globali viene percepita come qualcosa di
importanza secondaria dopo i problemi concreti con cui ha a che fare
il paese. Vi è una logica pragmatica di sottofondo, nella
quale i giovani sfiduciati non vogliono perdere tempo in questioni
ritenute improduttive, mentre i valori dominanti sono di tipo
economico, come in tutti i paesi che si trovano a fare fronte a un
capitalismo selvaggio.
Fuga di cervelli.
Ma le informazioni arrivano, e un giovane di Belgrado subisce la
stessa cultura di massa che riceve ogni suo coetaneo in Europa, solo
che in modo acritico, come dicono i sociologi, senza avere modo di
confrontarsi con gli altri. La Serbia di oggi si è trovata con
un passaporto invalido, che permette di visitare pochi paesi che non
fanno parte dell’Ue. Per poter viaggiare si deve intraprendere un
calvario lungo e faticoso, fatto di burocrazia estenuante e
burocrazia umiliante, che nel miglioer dei casi si conclude con un
visto europeo solo dopo un bel pò di mesi di attesa. Questa è
una situazione che crea frustrazione, ostacola lo sviluppo, allontana
e raffredda le aspirazioni progressiste dei giovani. Ma i serbi sono
in buona compagnia, visto che anche i paesi vicini che si trovano in
fasi di collaborazione più avanzate con l’Ue, non ne hanno
tratto particolari vantaggi. Persino il quotidiano
Politika, che
non si distingue certo per posizioni critiche della società,
ha pubblicato un sondaggio qualche mese fà nel quale si
denunciava come più della metà dei giovani serbi non
siano mai stati all’estero. La
Citizens Pact, un ong cui sta
a cuore l’abbattimento delle frontiere nei Balcani, ha pubblicato
l’anno scorso una raccolta di testimonianze di giovani sulle loro
esperienze: ne è emerso un quadro tra l'assurdo e il
tragicomico, incorniciato dalle lunghe file davanti alle ambasciate
europee a Belgrado. Si era parlato di dover agevolare il viaggiare
almeno di alcune categorie, tra cui gli studenti, ma tra iter
burocratici e rapporti tesi tra Serbia e Ue non si è visto
niente di tutto questo.
Una società
sospesa. Non si viaggia granché neanche nei Balcani. Così
i giovani balcanici non si conoscono, parlano gli uni degli altri in
base a dei vecchi stereotipi caricaturali che creano delle barriere
invalicabili per il contatto e per porre le basi di quello che, un
domani, dev’essere il futuro pacifico della regione. Nonostante
questa difficoltà nel viaggiare, la Serbia è afflitto
dalla fuga dei cervelli, che assume dimensioni preoccupanti di anno
in anno. Questo accade a causa delle condizioni economiche dei
giovani, notevolmente peggiorate rispetto al passato, e
dell'incapacità di essere indipendenti e di costruirsi una
vita propria. E' Nato così il fenomeno del
peterpanismo,
incompatibile con le tendenze tradizionali dell’educazione
nelle società balcaniche. A migrare sono gli studenti di
talento che non vedono una prospettiva di lavoro appagante nel loro
paese. La maggior parte dichiara di andarsene per sempre. Srecko
Mihailovic un sociologo di Belgrado, afferma che questo sarebbe
disastroso per qualsiasi paese. In Serbia, in più sondaggi, si
evince che ogni 3 giovani, 2 se ne vogliono andare, e in molti se ne
vanno.
I
venditori ambulanti di Kalemegdan a Belgrado, nonostante tutto,
vendono sempre meno ritratti di Mladic e Karadzic, e i giovani di
Belgrado amano raccontare degli amici stranieri che, per un motivo o
un altro, sono tornati a vivere in Serbia. Con la ripresa dei
negoziati con l'Ue, lo scorso 13 giugno, ci si aspetta solo che anche
la disorientata Unione Europea traduca questo principio in una realtà
tangibile, per non continuare ad alimentare il passato.