Finalmente
nei giornali serbi le foto di Carla del Ponte ritraggono una donna
sorridente e fiduciosa, mentre da tempo appariva come una figura
severa dagli occhi rabbuiati, che proiettavano uno sguardo critico,
accigliato, come se volesse ricordare al paese che il suo
comportamento non soddisfaceva affatto.
Spiraglio
europeo. Molto temuta e seguita, rifletteva quotidianamente un
pessimismo dalle conseguenze inquietanti per la Serbia. Ma negli
ultimi tempi, sembra che i problemi con il Tribunale Penale
Internazionale (Tpi) stiano diminuendo e al paese è stata data
una vaga speranza europea, con la ripresa dei negoziati dopo un anno
tetro e pessimistico.
E’ poco e vago, come di
solito lo è la percezione dell’Unione Europea nei Balcani
che ne restano fuori, ma sarà un buon punto d’inizio per
dare un po' di ottimismo ai serbi e fare ritornare la fiducia nel
proprio paese. I rapporti con l’Ue, infatti, e l’isolamento che
ne è deriva, hanno contribuito a neutralizzare quell’energia
positiva che stava diffondendosi nell'ottobre 2000, quando Milosevic
venne consegnato alla Tpi, e il paese credette di essersi disfatto
dell’anacronismo nazionalista. Ma l’isolamento di questi tempi ha
creato delle condizioni che hanno impedito di sbarazzarsi del tutto
dall’incubo degli anni Novanta. Vi è stato in questo modo un
prolungamento dell’isolamento, che per molti sociologi serbi ha
contribuito nella formazione di una vera e propria “generazione
perduta” di giovani serbi, che sono cresciuti in modo anomalo,
sopravvissuti alle guerre degli anni Novanta, hanno attraversato
varie crisi di identità e ora si trovano fragili davanti a un
futuro incerto e non molto entusiasmante.
Generazione perduta?
Si dice che sia la classica crisi di valori che le società
est-europee si sono trovate ad affrontare dopo la caduta del muro di
Berlino, che per la Serbia è incominciata nel 2000. A questo,
però, bisogna aggiungere le conseguenze degli anni Novanta. I
giovani di oggi vengono chiamati in Serbia “i figli della guerra”
o i “figli della catastrofe”. Della Jugoslavia cosmopolita, che
era a un passo dall’entrata nell’Ue, è rimasto un erede
che ha subito un regresso evidente, un paese di giovani le cui
tendenze culturali vanno esattamente nella direzione opposta rispetto
a quelle dei propri genitori. La mancanza di comunicazione con i
propri coetanei di altre nazionalità ha fatto sì che il
terreno, in questo senso, diventasse sempre più propizio. E’
una generazione che è cresciuta nella propaganda
nazionalistica, che anche se ormai screditata ha lasciato
indirettamente un segno nelle loro convinzioni. Secondo uno dei
numerosi studi sociologici sui giovani serbi, la maggioranza
schiacciante si dichiara contro i matrimoni misti, mentre in materia
di religione solo l’8 percento si dichiara ateo, esattamente la
cifra che riguardava i credenti nella generazione dei loro genitori.
Sono ovviamente conseguenze inevitabili del ritrovato nazionalismo,
dai tratti romantici e irrazionali, che ha contribuito al recupero
dell’importanza della religione ortodossa in quanto elemento che
contraddistingue il gruppo etno-confessionale serbo da quelli vicini.
Vi sono poi i 'fatalismi balcanici' della purezza etnica, che vengono
dati per scontati in tutte le ideologie nazionaliste balcaniche,
tanto da intorpidire la logica davanti alla palese eterogeneità
etno-culturale. Come tutti i nazionalismi balcanici, anche quello
serbo sprona all’isolamento e all’etnocentrismo. E quando ci si
trova isolati, tutto questo non fa che assolutizzarsi.