Le bombe a grappolo sono una nuova emergenza mondiale.

“Le cluster bomb sono a tutti gli effetti armi di distruzione di massa. Si tratta
di ordigni inumani, se mai qualcosa di umano può esserci in una guerra”. Nicoletta
Dentico, presidente della Campagna italiana contro le Mine, non usa mezzi termini
e continua: “Questi strumenti di morte sono la modernizzazione delle vecchie mine
antipersona. Dopo la messa al bando degli antichi sistemi e col cambiamento delle
strategie militari, adesso abbiamo i nuovi ritrovati. Se era possibile disinnescare
le mine proibite, con quelle di oggi la bonifica è molto più difficile”.
Dopo il Trattato di Ottawa, del 1997 e la conseguente messa al bando delle mine,
le munizioni cluster sono una nuova emergenza umanitaria per tutto il mondo.
Il terribile marchingegno di morte è composto da un contenitore che trasporta
da 200 a 250 piccoli ordigni. Può esser sganciato da arerei tattici, bombardieri
d’alta quota, sparato da cannoni o da sistemi di lancio multiplo. Poco prima di
raggiungere l’obiettivo il dispenser si apre e le cluster, appese a piccoli paracadute,
colpiscono il terreno.
Per comprenderne bene la capacità distruttiva bisogna pensare che un bombardiere
può trasportare fino a trenta conteni tori e quindi colpire anche 7500 volte un
territorio nello stesso momento. L’area di attività delle cluster impegna, per
ogni dispenser, un perimetro ovale di 1500-2000 metri per 500-700. Il pericolo,
tuttavia, non si esaurisce al momento dell’impatto. Non tutte le piccole bombe
esplodono.
Sebbene alcuni esperti militari e le case produttrici indichino il margine di
inefficienza in un 5 per cento, gli artificieri hanno trovato dal 10 al 40 per
cento di ordigni inesplosi. Simili a lattine di birra, dai colori sgargianti,
attraggono i bambini, sembrando giocattoli. Basta toccarle perché scoppino, provocando
ferite, mutilazioni spaventose e la morte.
Rae McGrath è un inglese della Landmine Action e uno dei maggiori esperti al
mondo di cluster bomb. Racconta: “Il 31 marzo dello scorso anno gli aerei degli
Stati Uniti hanno bombardato al-Hilla, nell’Iraq centrale. In quell’occasione
sono morti 33 civili e 109 sono stati feriti. Non si è trattato di un episodio
isolato. Già in Afghanistan nel 2001 e 2002 e in Jugoslavia nel 1999 si erano
verificati fatti simili. Le bombe a grappolo lanciate su centri abitati hanno
effetti ancor più devastanti di quelli prodotti in battaglia. Poichè questi oggetti
hanno bisogno di un terreno liscio, duro e compatto per funzionare al meglio,
quando cadono su una città rimbalzano sui tetti, entrano dalle finestre nelle
case e in gran parte non esplodono, con conseguenze non difficili da immaginare,
anche dopo la fine dei combattimenti”.
Una pubblicazione dell’esercito americano, Field Artillery, in un articolo sostiene:
“Le piccole bombe inesplose sono un problema per la popolazione innocente, per
le stesse nostre forze leggere, per la fanteria e per chi cammina dopo il bombardamento
di un’area urbana.
Nicoletta Dentico, appassionata e piena di indignazione aggiunge: “Le leggi internazionali
definiscono criteri chiari per ridurre al massimo i danni per le popolazioni inermi.
Gli obiettivi permessi sono solo quelli militari, l’uso di armi indiscriminate
è proibito. Dove sono finite le regole? Noi non sappiamo quasi più nulla dei conflitti
in corso e la distruzione va avanti anche dopo la fine delle ostilità. I terreni

inquinati da ordigni inesplosi continuano ad essere mortali per anni. Oggi la
guerra è diventato uno strumento della politica, non è più, come sosteneva Jean
Baudrillard, un prolungamento dell'assenza di politica. Se il diritto è violato
non vuol dire che è morto. Sappiamo delle menzogne del governo americano sull’Iraq
solo perché questioni di politica interna, le elezioni presidenziali di novembre,
hanno almeno in parte svelato la verità. Dopo Ottawa, le cluster rilanciano il
discorso sulle violazioni del diritto anche in condizioni di guerra. Spetta alla
società civile di tutto il mondo far emergere la tragedia e imporre soluzioni”.
Human Rights Watch, nel marzo 2003, ha segnalato la presenza in Italia di bombe
a grappolo. Secondo la Campagna italiana contro le Mine “il nostro Paese sarebbe
però solo uno dei tanti che stoccano questo tipo di munizioni. E’ anche uno dei
33, tra i quali 11 membri dell’Unione Europea, produttori di cluster. L’Italia
ha avuto nel 1999 un ‘assaggio’ degli effetti di questi ordigni quando aerei NATO
di ritorno alla base di Aviano dopo le missioni in Serbia e Kossovo hanno rilasciato
nell’Adriatico, in manovre di emergenza, 235 bombe (comprese alcune bombe a grappolo
contenenti a loro volta centinaia di submunizioni). In conseguenza di questo,
si sono verificati alcuni incidenti tra cui il ferimento di quattro membri dell’equipaggio
di un peschereccio”.
La Dentico conclude: “Con nuove iniziative nazionali e internazionali vogliamo
proibire, una volta per tutte, i sistemi d’arma indiscriminati. Adesso, tuttavia,
comincia la lunga strada per mettere al bando le cluster bomb”.
Roberto Bàrbera