Numero 13. Dal 1° giugno al 30 giugno 2007
I numeri sono quelli di un
bollettino di guerra, ma le vittime cadono sempre sullo stesso lato
del fronte. Sono 154 i giovani morti lungo le rotte dell’immigrazione
clandestina nel mese di giugno, tra cui almeno 7 donne e 3 bambini. I
corpi recuperati dal mare sono soltanto 41, gli altri 113 sono
dispersi sui fondali del Mediterraneo. Centodiciotto le vittime del
Canale di Sicilia; 28 sulle rotte per la Sardegna, in Algeria; 4
sulla via per le Canarie e 2 nel mar Egeo, nelle acque di Samos, in
Grecia. In Francia un ragazzo è morto soffocato nel camion
dove viaggiava nascosto verso l’Inghilterra, mentre in Spagna un
giovane nigeriano ha perso la vita a bordo dell’aereo sul quale
veniva deportato. Intanto gli sbarchi continuano a diminuire, e dalla
Libia arriva notizia di 2.137 arresti nel solo mese di maggio.
Una fossa comune.
La strage del Canale di Sicilia non accenna a fermarsi. Gli sbarchi a
Lampedusa sono dimezzati, contro un leggero aumento degli arrivi a
Malta, circa 900 tra maggio e giugno rispetto ai 1.780 di tutto il
2006. Ma la lista dei morti continua a allungarsi. Sono già
249 i giovani che hanno perso la vita sulle rotte libiche dall’inizio
del 2007, contro i 302 dell’intero 2006. Il tratto di mare tra la
Libia, Malta e la Sicilia è diventato una fossa comune. Vi
giacciono i corpi di 1.316 delle 2.178 vittime documentate da
Fortress Europe tra il 1994 e oggi. Un dato approssimato per difetto
perché nessuno sa cosa succede in pieno mare. Le onde
continuano a restituire corpi di naufragi fantasmi. Dopo i 21
cadaveri ripescati in mare dalla fregata francese La Motte Picquet il
31 maggio, il 17 giugno sono stati avvistati altri 14 cadaveri, 60
miglia a sud di Lampedusa. E il 21 giugno altri 4 corpi sono
affiorati al largo di Malta, 55 miglia a sud dell’isola. E altri
due sono stati ripescati a Dingli e a Mgarr il 26. Mentre a Zarzis,
in Tunisia, sono stati i pescatori ad avvistare i resti delle ultime
due vittime della traversata. Per non parlare dei dispersi. Almeno 92
l’ultimo mese, oltre ai 20 scomparsi al largo delle coste algerine,
al confine con la Tunisia, dove una barca diretta in Sardegna ha
fatto naufragio il 5 giugno. Cifre che sono valse dure accuse contro
Malta da parte dell’Unione europea e della stampa.
Capitano
coraggio. Salvati tre volte. Dalla morte sicura nel mare in
tempesta, dalle carceri libiche e dalla deportazione. Protagonisti
della storia i 20 superstiti di un naufragio in acque libiche e il
coraggio di un pescatore, Raymond Bugeja, che il 29 giugno ha preso a
bordo del suo rimorchiatore, l’Eyborg, i naufraghi e l’unico
cadavere recuperato di almeno 7 dispersi, e ha fatto rotta su Malta,
nonostante avesse ricevuto ordine di riportarli a Misratah, in Libia,
e nonostante fosse stato minacciato di arresto per favoreggiamento
dell’immigrazione clandestina. Alla fine La Valletta ha deciso di
inviare una nave per trasbordare i 20 giovani eritrei, etiopi,
nigeriani e somali. E Bugeja non è stato arrestato. “La
Libia non è il posto giusto per assistere queste persone - ha
detto alla stampa il capitano dell’Eyborg – ed è nostro
dovere dare loro protezione”.
Capitano
vergogna. Due settimane prima, l’11 giugno, il capitano di un
cargo iraniano aveva invece rifiutato di soccorrere 25 migranti in
mezzo al mare agitato, 47 miglia al largo dalla costa libica. Una
chiamata satellitare di uno dei passeggeri aveva allertato le forze
armate maltesi, che avevano quindi girato l’allarme a Tripoli, che
però si era rifiutata di intervenire a causa delle pessime
condizioni meteo. Il cargo era l’unica nave in zona che potesse
intervenire, ma alle richieste dei maltesi il capitano aveva
replicato dicendo che temeva che i naufraghi fossero armati. Così
ha continuato dritto. E quando, due giorni dopo, la Libia ha inviato
un aereo in ricognizione, dei naufraghi non rimaneva più
traccia.
Bugeja ha
ragione. La Libia non è un posto sicuro dove riportare i
migranti intercettati in mare. I 20 naufraghi caricati dall’Eyborg,
in Libia avrebbero fatto la fine dei 25 soccorsi il 15 giugno dal
peschereccio spagnolo “Nuestra Madre”, e fatti sbarcare a
Tripoli. I loro nomi si aggiungono alla lista dei 2.137 migranti
arrestati dalla polizia libica nel solo mese di maggio. Da settembre
2006 gli arresti sono almeno 12.000, secondo i dati ufficiali.
Detenuti per mesi, uomini, donne e persino bambini, senza nessuna
distinzione per i rifugiati riconosciuti dall’Acnur di Tripoli. Lo
scorso mese Fortress Europe ha documentato la detenzione, da sei
mesi, di 400 giovani eritrei, etiopi e somali, nel carcere di
Misratah, tra cui 50 donne, 7 bambini e 3 rifugiati. Un mese dopo non
si conosce il loro destino. Ma la pratica comune, come documenta il
recente libro reportage “Mamadou va a morire” – Gabriele Del
Grande, Infinito edizioni – è la deportazione a Kufrah, in
un centro di detenzione finanziato dall’Italia. A Kufrah sono
denunciate torture ed abusi, documentate da Human Rights Watch, Afvic
e da “Mamadou va a morire”. E da Kufrah partono i camion carichi
di deportati poi abbandonati in pieno deserto al confine con il
Sudan.
Diritto a misura.
È a questo destino che si rischia di consegnare i migranti
intercettati dalla nuova missione di Frontex, Nautilus II, attiva dal
25 giugno al largo di Malta. Partecipano Malta, Italia, Grecia,
Spagna, Francia e Germania e durerà almeno 5 settimane.
“Nessuno sarà respinto in Libia” assicura Frontex da
Varsavia. Tecnicamente non lo si può fare perchè la
Libia non ha preso parte alle operazioni e quindi le pattuglie non
operano in acque libiche. Il diritto marittimo internazionale non
vieta a nessuno la navigazione in acque internazionali. Ma lo stesso
diritto marittimo impone al porto più vicino di accogliere le
barche in difficoltà. Insomma le barche intercettate in acque
“search and rescue” di competenza libica, potranno
comunque essere ricondotte verso i porti africani, come nel caso
dell’Eyborg. Alla frontiera la sola solidarietà europea è
quella a cui si appella il vice presidente Franco Frattini, quando
invoca più navi e elicotteri per Frontex. Ormai ci si muove in
una dialettica di guerra all’immigrazione clandestina. E a
confermarlo è la cronaca dalle frontiere.
Bollettino di
guerra. Il 9 giugno muore soffocato da un bavaglio sul volo
Madrid-Lagos, un ventitreenne nigeriano condannato al rimpatrio. Al
30 giugno i 23 passeggeri del Marine I, la nave intercettata il 12
febbraio 2007 in acque mauritane, con a bordo 370 asiatici diretti
alle Canarie, sono ancora detenuti a Nouadhibou, dopo 4 mesi. In
Marocco, arresti e deportazioni vanno avanti: 28 algerini sono stati
abbandonati alla frontiera algerina a Oujda insieme a donne e bambini
detenute a Tétouan; e almeno 62 giovani sub-sahariani
arrestati nel Sahara occidentale in procinto di partire per le
Canarie e sono stati deportati alla frontiera con l’Algeria.
In Turchia dall’inizio
dell’anno sono state arrestate 1.800 persone lungo le coste
occidentali dell’Egeo, in partenza verso le isole greche, su rotte
che nel 2007 hanno già fatto 67 morti, gli ultimi 2 a Samos,
l’11 giugno. E altri 910 migranti sono stati arrestati tra metà
maggio e inizio giugno dall’operazione Frontex Poseidon, al confine
tra Grecia, Bulgaria e Turchia, e tra Grecia e Albania. La maggior
parte provenienti dall’Afghanistan, Somalia e Iraq, ovvero da Paesi
in guerra. Lo scorso anno la Grecia ha espulso 80.000 persone. E
dalla Grecia erano passati anche i 4 curdi iracheni ritrovati in
Francia il 13 giugno, nascosti nello scafo di un off-shore
trasportato da un camion diretto in Inghilterra. L’autista si è
accorto della presenza dei 4 soltanto a Saint Michel de Maurienne, in
Savoia, dopo la frontiera italiana. Ma era già troppo tardi.
Uno di loro è morto asfissiato.