03/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Nella corsa all'economia africana l'India si inserisce tra Cina e Usa
La corsa ai nuovi mercati africani? Un'affare tra la tigre e il dragone. No, non stiamo parlando del film di Ang Lee, ma dei nuovi partners economici del continente nero. Agli Stati Uniti, e a una Cina sempre più presente, negli ultimi anni si è affiancata l'India, destinata secondo gli analisti a rimanere un partner secondario rispetto ai primi due, ma che potrebbe portare all'Africa benefici (non solo economici) molto più duraturi. Da Johannesburg a Lagos, da Abidjan a Dakar, quello indiano sta diventando il modello di sviluppo da imitare per un continente visto finora solo come un deposito di materie prime.

Lo staff della Tata Motors in ZambiaIl boom. Meno di 15 anni fa, la presenza indiana in Africa si limitava a qualche ambasciata nei Paesi più importanti e a un commercio bilaterale trascurabile. Oggi, le imprese indiane fabbricano automobili in Senegal e Sudafrica, estraggono petrolio in Nigeria, varano progetti agricoli in Kenya e costruiscono autostrade in Etiopia. Il commercio bilaterale non-petrolifero con l'Africa occidentale è arrivato a tre miliardi di dollari, quello con l'Africa meridionale a quattro. Negli ultimi anni, i traffici tra Nuova Delhi e il continente stanno crescendo all'impressionante ritmo del 25 percento annuo, arrivando a toccare i 19,3 miliardi di dollari nel periodo tra l'aprile 2006 e il gennaio 2007. Numeri di tutto rispetto, anche se ancora lontani da quelli che possono vantare Usa e Cina. Ma, sotto molti punti di vista, la presenza indiana in Africa è meglio accetta che quelle di Pechino e Washington.

Filosofie. Merito di un diverso approccio al continente, assicurano gli esperti. “Il segreto del successo della penetrazione indiana è il suo carattere soft, focalizzato sui progetti agro-industriali, la vendita di medicinali a basso costo, il trasferimento di tecnologia e know-how”, spiega a PeaceReporter Alex Vines, direttore del programma africano al Royal Institute of International Affairs di Londra.
Un esempio? Lo stato indiano dell'Andhra Pradesh ha raggiunto un accordo con il Kenya per la concessione di terre a 500 agricoltori indiani, che in cambio di un usufrutto di 99 anni si impegneranno a formare la popolazione locale alle nuove tecniche di coltivazione, che dovrebbero risolvere i problemi legati alla penuria d'acqua e alla mancanza di terre fertili.
Più in generale, con il lancio del Focus Africa Programme nel 2002, il governo indiano ha favorito il commercio bilaterale con l'Africa grazie alla concessione di linee di credito che potessero stimolare uno scambio complementare di prodotti. Macchinari, medicinali e tecnologia da una parte, materie prime, prodotti tessili e agro-alimentari dall'altra. E se non sfugge a nessuno come la bilancia commerciale sia qualitativamente sbilanciata a favore dell'India, il commercio indo-africano è comunque più diversificato di quello con Cina e Usa, accusati di vedere l'Africa come un semplice serbatoio dove placare la loro sete di materie prime.

Una fonderia della Mittal in SudafricaModello. “In Africa c'è una sorta di rispetto per quello che l'India ha dimostrato di essere negli ultimi anni – dichiara a PeaceReporter Karen Monaghan, analista del Council on Foreign Relations di Washington –. Una nazione guida in Asia, democratica, con una stampa libera e una società civile attiva. Un modello da imitare”. L'India rappresenta tutto ciò che l'Africa aspira a diventare nei prossimi anni: considerando anche il comune passato coloniale, molti leader africani pensano di poter trarre utili insegnamenti dall'esperienza indiana.
L'India è sempre più coinvolta in progetti di educazione, oltre a rappresentare la soluzione potenziale di molti problemi del continente: i suoi medicinali a basso costo vanno a ruba, così come gli investimenti nel settore delle comunicazioni, fondamentali per un territorio come quello africano dove la dispersione della popolazione non ha permesso la creazione di infrastrutture adeguate. E mentre i vestiti cinesi fanno concorrenza alle manifatture locali, le automobili e i macchinari low-cost indiani, costruiti in joint-venture con le imprese africane, spopolano.
Oltre a ciò, la penetrazione indiana è condotta da imprese private, contrariamente a quella cinese, guidata dalle grandi imprese statali. Questo dovrebbe mettere al sicuro il governo di Nuova Delhi dalle accuse di collusione con Paesi non democratici come lo Zimbabwe e il Sudan.

Diaspora. Eppure, l'esperienza indiana non è stata esente da problemi: la recente vicenda del colosso dell'acciaio Mittal, costretto a rinegoziare con le autorità liberiane un contratto di sfruttamento minerario firmato con il governo di transizione, non ha certo giovato all'immagine del Paese. La Mittal si era infatti assicurata un contratto-capestro, in cui non erano fissati i diritti di sfruttamento dei giacimenti di ferro e non era prevista alcuna tutela dei lavoratori. Addirittura, il contratto non era soggetto alla legislazione liberiana e dava la possibilità alla multinazionale di sfruttare in esclusiva, e senza il pagamento di alcun affitto, il porto della città di Buchanan. Un brutto affare sanato nel 2006, con la stipula di un nuovo accordo.
Nonostante il risalto mediatico dato alla vicenda, la cosa non sembra aver avuto conseguenze nei Paesi circostanti dell'Africa occidentale, dove l'India è presente da poco tempo. Diverso il discorso per la parte orientale del continente: nelle isole Seychelles e nelle Mauritius, più della metà della popolazione è di origine indiana, ma non sempre i rapporti con i locali sono stati facili. “Nella mente della diaspora è ancora viva l'immagine delle espulsioni di massa degli asiatici dall'Uganda (decise dal presidente Idi Amin nel 1972 per ''favorire'' l'economia a conduzione nera, ndr) – ricorda la Monaghan –. Per questo le imprese come la Tata Motors si impegnano a creare joint-ventures con soggetti locali, come in Senegal o in Sudafrica. Non vogliono essere viste come imprese indiane”.
In aprile, sempre in Uganda, una manifestazione di protesta per la concessione di un terzo della foresta di Mabira alla società indiana Mehta Group, che avrebbe dovuto impiantarvi una piantagione di canna da zucchero, sfociò in una selvaggia caccia all'asiatico. Prova che, in alcuni Paesi, il risentimento verso una comunità molto ben inserita soprattutto nel piccolo commercio è ancora forte.

Scontri durante le manifestazioni antiasiatiche a KampalaCompetizione. Problemi che difficilmente bloccheranno l'espansione indiana: nei prossimi tre anni, gli investimenti in Africa meridionale dovrebbero salire a 12 miliardi di euro, mentre la sola Costa d'Avorio attirerà un miliardo di dollari da qui al 2011.
“Gli indiani sono molto più bravi ad addestrare il personale locale e a inserirlo nei progetti, oltre a parlare inglese. Tutti vantaggi non trascurabili sui rivali cinesi”, sottolinea la Monaghan. Ma, soprattutto, l'arrivo dell'India ha allargato il mercato africano, dando la possibilità al continente di trattare da una posizione di relativa forza. “Se è vero che l'India non arriverà mai a competere con Cina e Usa a livello di investimenti, visto che parte da una base molto più bassa – conclude Vines – porterà comunque maggiore competizione sul mercato, e ciò permetterà ai Paesi africani di strappare condizioni più vantaggiose”. Chissà che tra la tigre, il dragone e lo zio Sam, alla fine a spuntarla non sia la gazzella africana.

Matteo Fagotto

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