La
corsa ai nuovi mercati africani? Un'affare tra la tigre e il dragone.
No, non stiamo parlando del film di Ang Lee, ma dei nuovi partners
economici del continente nero. Agli Stati Uniti, e a una Cina sempre
più presente, negli ultimi anni si è affiancata
l'India, destinata secondo gli analisti a rimanere un partner
secondario rispetto ai primi due, ma che potrebbe portare all'Africa
benefici (non solo economici) molto più duraturi. Da
Johannesburg a Lagos, da Abidjan a Dakar, quello indiano sta
diventando il modello di sviluppo da imitare per un continente visto
finora solo come un deposito di materie prime.
Il boom. Meno
di 15 anni fa, la presenza indiana in Africa si limitava a qualche
ambasciata nei Paesi più importanti e a un commercio
bilaterale trascurabile. Oggi, le imprese indiane fabbricano
automobili in Senegal e Sudafrica, estraggono petrolio in Nigeria,
varano progetti agricoli in Kenya e costruiscono autostrade in
Etiopia. Il commercio bilaterale non-petrolifero con l'Africa
occidentale è arrivato a tre miliardi di dollari, quello con
l'Africa meridionale a quattro. Negli ultimi anni, i traffici tra
Nuova Delhi e il continente stanno crescendo all'impressionante ritmo
del 25 percento annuo, arrivando a toccare i 19,3 miliardi di dollari
nel periodo tra l'aprile 2006 e il gennaio 2007. Numeri di tutto
rispetto, anche se ancora lontani da quelli che possono vantare Usa e
Cina. Ma, sotto molti punti di vista, la presenza indiana in Africa è
meglio accetta che quelle di Pechino e Washington.
Filosofie. Merito
di un diverso approccio al continente, assicurano gli esperti. “Il
segreto del successo della penetrazione indiana è il suo
carattere
soft, focalizzato sui progetti agro-industriali, la
vendita di medicinali a basso costo, il trasferimento di tecnologia e
know-how”, spiega a
PeaceReporter Alex Vines,
direttore del programma africano al
Royal Institute of
International Affairs di Londra.
Un
esempio? Lo stato indiano dell'Andhra Pradesh ha raggiunto un accordo
con il Kenya per la concessione di terre a 500 agricoltori indiani,
che in cambio di un usufrutto di 99 anni si impegneranno a formare la
popolazione locale alle nuove tecniche di coltivazione, che
dovrebbero risolvere i problemi legati alla penuria d'acqua e alla
mancanza di terre fertili.
Più
in generale, con il lancio del
Focus Africa Programme nel
2002, il governo indiano ha favorito il commercio bilaterale con
l'Africa grazie alla concessione di linee di credito che potessero
stimolare uno scambio complementare di prodotti. Macchinari,
medicinali e tecnologia da una parte, materie prime, prodotti tessili
e agro-alimentari dall'altra. E se non sfugge a nessuno come la
bilancia commerciale sia qualitativamente sbilanciata a favore
dell'India, il commercio indo-africano è comunque più
diversificato di quello con Cina e Usa, accusati di vedere l'Africa
come un semplice serbatoio dove placare la loro sete di materie
prime.
Modello. “In
Africa c'è una sorta di rispetto per quello che l'India ha
dimostrato di essere negli ultimi anni – dichiara a
PeaceReporter
Karen Monaghan, analista del
Council on Foreign Relations
di Washington –. Una nazione guida in Asia, democratica, con
una stampa libera e una società civile attiva. Un modello da
imitare”. L'India rappresenta tutto ciò che l'Africa aspira
a diventare nei prossimi anni: considerando anche il comune passato
coloniale, molti leader africani pensano di poter trarre utili
insegnamenti dall'esperienza indiana.
L'India
è sempre più coinvolta in progetti di educazione, oltre
a rappresentare la soluzione potenziale di molti problemi del
continente: i suoi medicinali a basso costo vanno a ruba, così
come gli investimenti nel settore delle comunicazioni, fondamentali
per un territorio come quello africano dove la dispersione della
popolazione non ha permesso la creazione di infrastrutture adeguate.
E mentre i vestiti cinesi fanno concorrenza alle manifatture locali,
le automobili e i macchinari
low-cost indiani, costruiti in
joint-venture con le imprese africane, spopolano.
Oltre
a ciò, la penetrazione indiana è condotta da imprese
private, contrariamente a quella cinese, guidata dalle grandi imprese
statali. Questo dovrebbe mettere al sicuro il governo di Nuova Delhi
dalle accuse di collusione con Paesi non democratici come lo Zimbabwe
e il Sudan.
Diaspora. Eppure,
l'esperienza indiana non è stata esente da problemi: la
recente vicenda del colosso dell'acciaio
Mittal, costretto a
rinegoziare con le autorità liberiane un contratto di
sfruttamento minerario firmato con il governo di transizione, non ha
certo giovato all'immagine del Paese. La
Mittal si era infatti
assicurata un contratto-capestro, in cui non erano fissati i diritti
di sfruttamento dei giacimenti di ferro e non era prevista alcuna
tutela dei lavoratori. Addirittura, il contratto non era soggetto
alla legislazione liberiana e dava la possibilità alla
multinazionale di sfruttare
in esclusiva, e senza il pagamento di alcun affitto, il porto della
città di Buchanan. Un brutto affare sanato nel 2006, con la
stipula di un nuovo accordo.
Nonostante
il risalto mediatico dato alla vicenda, la cosa non sembra aver avuto
conseguenze nei Paesi circostanti dell'Africa occidentale, dove
l'India è presente da poco tempo. Diverso il discorso per la
parte orientale del continente: nelle isole Seychelles e nelle
Mauritius, più della metà della popolazione è di
origine indiana, ma non sempre i rapporti con i locali sono stati
facili. “Nella mente della diaspora è ancora viva l'immagine
delle espulsioni di massa degli asiatici dall'Uganda (decise dal
presidente Idi Amin nel 1972 per ''favorire'' l'economia a conduzione
nera,
ndr) – ricorda la Monaghan –. Per questo le imprese
come la
Tata Motors si impegnano a creare
joint-ventures
con soggetti locali, come in Senegal o in Sudafrica. Non vogliono
essere viste come imprese indiane”.
In
aprile, sempre in Uganda, una manifestazione di protesta per la
concessione di un terzo della foresta di Mabira alla società
indiana
Mehta Group, che avrebbe dovuto impiantarvi una
piantagione di canna da zucchero, sfociò in una selvaggia
caccia all'asiatico. Prova che, in alcuni Paesi, il risentimento
verso una comunità molto ben inserita soprattutto nel piccolo
commercio è ancora forte.
Competizione. Problemi
che difficilmente bloccheranno l'espansione indiana: nei prossimi tre
anni, gli investimenti in Africa meridionale dovrebbero salire a 12
miliardi di euro, mentre la sola Costa d'Avorio attirerà un
miliardo di dollari da qui al 2011.
“Gli
indiani sono molto più bravi ad addestrare il personale locale
e a inserirlo nei progetti, oltre a parlare inglese. Tutti vantaggi
non trascurabili sui rivali cinesi”, sottolinea la Monaghan. Ma,
soprattutto, l'arrivo dell'India ha allargato il mercato africano,
dando la possibilità al continente di trattare da una
posizione di relativa forza. “Se è vero che l'India non
arriverà mai a competere con Cina e Usa a livello di
investimenti, visto che parte da una base molto più bassa –
conclude Vines – porterà comunque maggiore competizione sul
mercato, e ciò permetterà ai Paesi africani di
strappare condizioni più vantaggiose”. Chissà che tra
la tigre, il dragone e lo zio Sam, alla fine a spuntarla non sia la
gazzella africana.