Scritto da Jonathan Steele su The Guardian del 22/06/'07
Le tracce di Washington sono dappertutto, nel caos che ha colpito i Palestinesi.
L'ultima cosa di cui ora hanno bisogno è un inviato di nome Blair. Hanno saltato
o sono stati spinti? La presa da parte di Hamas degli uffici della sicurezza di
Fatah a Gaza è stata immotivata, oppure si è trattato di un attacco preventivo,
per prevenire un colpo di stato di Fatah? Dopo i tumulti della scorsa settimana,
diventa sempre più importante capire come tutto è iniziato. La causa fondamentale
è, naturalmente, ben nota. Israele, aiutato dagli Stati Uniti, non era preparato
ad accettare la vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi dell'anno scorso.

Appoggiati da una Unione Europea supina, i due governi avevano deciso di boicottare
politicamente le loro nuove controparti palestinesi, e di punire gli elettori
palestinesi bloccandone gli aiuti economici. Le loro politiche hanno avuto un
effetto terribile, trasformando Gaza anche più decisamente in una prigione aperta,
e creando un'enorme miseria umana. L'obiettivo era quello di far rivoltare gli
elettori contro Hamas - una strategia stupida tanto quanto cinica, considerato
che la pressione esterna di solito provoca la resistenza piuttosto che la resa.
Questa politica ha sconcertato persino i funzionari occidentali moderati come
James Wolfensohn, l'ex presidente della Banca mondiale, che gli americani avevano
nominato perché aiutasse l'economia di Gaza, prima della vittoria di Hamas alle
elezioni. "Il risultato non è stato quello di sviluppare l'attività economica,
ma di costruire più barriere", ha detto [Wolfensohn] questa settimana, mentre
spiegava perché si è dimesso, in disaccordo con la strategia degli Stati Uniti
e di Israele. È inoltre ben noto che Hamas è rimasto sorpreso dalla propria vittoria
elettorale come chiunque altro, e che aveva offerto al suo rivale, Fatah, un governo
di coalizione di unità nazionale. L'offerta è stata rifiutata. Se all'inizio era
stato fatto per l'orgoglio ferito, il rigetto di Fatah delle aperture regolarmente
ripetute da Hamas era sembrato sempre più coordinato da Washington, come componente
della strategia di boicottaggio.

Per mesi erano circolate informazioni su un lato più sinistro del boicottaggio.
Secondo queste informazioni, gli Stati Uniti l'anno scorso avevano deciso un piano
per armare e addestrare la guardia presidenziale di Mahmud Abbas, nello sforzo
intenzionale di affrontare e sconfiggere Hamas militarmente. Israele ha già arrestato
parecchie dozzine di parlamentari di Hamas e sindaci della West Bank. La fase
seguente era di fare lo stesso a Gaza, ma di fare in modo che a gestire il giro
di vite, invece che gli israeliani, fossero i palestinesi. Armare gli insorti
contro i governi eletti è una vecchia tradizione Usa, e non è un caso che Elliott
Abrams, il vice consigliere per la sicurezza nazionale, e quello che sembra essere
l'architetto dell'insurrezione contro Hamas, abbia giocato un ruolo chiave - sotto
Ronald Reagan - nel rifornimento di armi ai Contras, che combattevano il governo
legittimo del Nicaragua negli anni '80. Alcuni documenti che stanno circolando
in Medio Oriente sostengono di avere prove della strategia "del colpo duro" di
Abrams. Un testo enumera gli obiettivi di Washington come espressi in conversazioni
tra funzionari Usa e un governo arabo. Si trattava, tra l'altro, di "mantenere
il presidente Abbas e Fatah come centro di gravità sulla scena palestinese", "evitare
di perder tempo ad ammorbidire le condizioni ideologiche di Hamas", "minare la
stabilità politica di Hamas provvedendo ai bisogni economici palestinesi", e "rinforzare
l'autorità del presidente palestinese per poter indire e tenere elezioni anticipate
entro l'autunno 2007".

Il documento è datato 2 marzo, meno di un mese dopo che l'Arabia Saudita era
riuscita a mediare l'accordo della Mecca, in base al quale Abbas alla fine si
era accordato con Hamas per un governo unitario. L'accordo aveva turbato gli israeliani
e Washington, perché lasciava in carica il Primo Ministro di Hamas, Ismail Haniyeh.
Il documento suggerisce che gli Stati Uniti volevano sabotarlo. Di sicuro, secondo
i funzionari di Hamas, con i quali un avvilito Abbas più tardi si era incontrato,
ad Abbas venne detto di buttar via [l'accordo della] Mecca in tutti gli incontri
successivi che ebbe con il Primo Ministro israeliano Ehud Olmert o con il Segretario
di Stato Usa Condoleezza Rice e Abrams. In modo più preoccupante, il documento
sugli obiettivi Usa delineava un programma da 1,27 miliardi di dollari, che avrebbe
aggiunto sette battaglioni speciali, per un totale di 4.700 uomini, ai 15.000
che Abbas ha già nella sua guardia presidenziale e in altre forze di sicurezza,
cui dovevano inoltre essere forniti addestramento e armi supplementari. "Il risultato
voluto sarà la trasformazione delle forze di sicurezza palestinesi, e far in modo
che il presidente dell'Autorità palestinese sia in grado di salvaguardare decisioni
come lo scioglimento del gabinetto e la formazione di un gabinetto d'emergenza",
dice il documento.
Alastair Crooke - un ex consigliere per il Medio Oriente del responsabile per
la politica estera della UE, Javier Solana, e attualmente direttore di un istituto
di ricerca a Beirut - precisa che Israele ha bloccato le consegne di alcune armi:
non si fidava di inviarne troppe a Gaza, per paura che Fatah potesse perderle,
come effettivamente è accaduto. In questo senso, soltanto una parte del piano
è andata avanti. (La Gran Bretagna ha giocato una piccola parte, aiutando le forze
di sicurezza di Abbas: ha fornito equipaggiamenti "non letali" per circa 350.000
sterline, quest'anno, per la protezione del valico di Karni fra Gaza e Israele).
Ma Crooke dice che Hamas era irritata per il sabotaggio dell'accordo della Mecca,
specialmente dal rifiuto di Mohammed Dahlan, da molto tempo uomo forte di Fatah
a Gaza, e capo delle Forze di sicurezza preventiva, di accettare l'autorità del
ministro degli Interni indipendente, nominato dal governo unitario. "Dahlan ha
rifiutato di trattare con lui, e ha messo le sue truppe in strada a sfidare il
ministro degli Interni. Hamas ha capito di avere poche alternative, a parte quella
di assumere il controllo della sicurezza togliendolo alle forze che di fatto stavano
generando insicurezza", dice Crooke.

Ahmed Yusef, un portavoce di Hamas, conferma che il movimento ha pensato di dover
muoversi velocemente. Nelle sue parole, gli eventi della settimana scorsa sono
"precipitati a causa della politica americana e israeliana di armare elementi
dell'opposizione di Fatah, che vogliono attaccare Hamas e cacciarci dal governo".
Anche se Hamas ha bloccato con successo i piani Usa-Fatah per Gaza, Abbas sta
tentando di realizzarli nella West Bank, formando un governo di emergenza. È una
politica condannata [all'insuccesso], poiché la costituzione dice che un governo
di questo tipo può durare soltanto 30 giorni: il Parlamento deve rinnovarlo con
una maggioranza di due terzi, e il Parlamento è controllato da Hamas. L'unica
politica ragionevole per Abbas sarebbe di smettere di sforzarsi di emarginare
Hamas. Dovrebbe tornare all'accordo della Mecca, e sostenere un governo di unità.
Persino adesso, Hamas dice di essere disposto a farlo. Come si pone in tutto ciò
l'idea della Casa Bianca di coinvolgere Tony Blair come inviato per il Medio Oriente?
Crea una "coalizione dei discreditati" - Bush, Olmert, e Blair - e suona come
una presa in giro, visto che Blair non gode di credibilità con Hamas o con la
maggior parte degli altri Palestinesi. Meglio lasciare ai sauditi [il compito
di] far rivivere l'accordo della Mecca, o attendere che Abbas si renda conto di
essere caduto in una trappola. Nè il buonsenso, nè i principii democratici, né
tantomeno il tempo, sono dalla parte di Fatah.