28/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Viaggio nell'ex carcere dove morì il repubblicano Bobby Sands. Diventerà uno stadio di calcio
Dal nostro inviato
 
The Maze (foto di Marco Pavan)Il labirinto. L’infinita matrioska di metallo che apre le sue porte stridenti svelando – una gabbia dopo l’altra – la sua geometrica perversione, si chiama Long Kesh. Ma in Irlanda del Nord tutti la conoscono come The Maze, il labirinto. Al suo penetrarvi, dietro speciale permesso del ministero degli Interni, quella che era la prigione di massima sicurezza più famosa del Regno Unito produce un effetto di totale disorientamento. Costruita nel 1976 e chiusa nel 2000, poco è cambiato da quando la presenza umana ha abbandonato questo spettrale luogo di pena, che si estende su 145 ettari, ogni singolo spazio racchiuso da un altro più grande, poi da uno più grande ancora, fino alle mura esterne, invalicabili, alte cinque metri e ancora sormontate dal filo spinato. Così come avvolti nel filo spinato sono i reticolati delle sezioni interne che contengono i famigerati ‘H Blocks’, costruzioni a forma di ‘H’, composte ciascuna da 96 celle. Da qualsiasi torretta si poteva abbracciare con lo sguardo tutto il carcere. Sulla testa, cavi metallici tesi tra le mura esterne e gli H Blocks impedivano a qualsiasi elicottero di atterrare nella prigione. Tra la cinta perimetrale e i reticoli interni vi era un’area chiamata ‘area inerziale’, larga 4,5 metri: chiunque vi si avvicinasse veniva immediatamente individuato da un sistema a micro-onde. Due soli erano i cancelli di accesso che conducevano al nucleo centrale. Si aprivano su un sistema di strade, ciascuna delle quali poteva venir chiusa e isolata dal resto della prigione in ogni momento. Il terribile passato di Long Kesh, uno degli ultimi simboli del conflitto nord-irlandese, verrà definitivamente consegnato all’oblio quando i bulldozer avranno finito di abbattere le sue cinte, le sue inferriate, le torri di guardia. Entro il 2011, un anno prima delle Olimpiadi di Londra, qui sorgerà uno stadio di calcio.
 
The Maze (foto di Marco Pavan)Opposte fedi. Nelle caserme del penitenziario alloggiavano 900 secondini, come 900 erano detenuti: un sorvegliante per ciascuno dei prigionieri politici appartenenti alle ali più estreme delle due fazioni in lotta. Con ribellioni, insurrezioni, suicidi e omicidi, si riproducevano in questo microcosmo le stesse dinamiche della guerra civile che si consumava all’esterno. Pochi chilometri più a nord, Belfast era l’epicentro di ostilità che per trent’anni dilaniarono il cuore più povero del Regno Unito. Cattolici contro protestanti, repubblicani contro unionisti, militanti dell’Ira contro gruppi paramilitari lealisti. Tremila morti, centinaia di orfani, un odio penetrato nei nervi e nelle vene di uomini e donne che parlavano la stessa lingua, condividevano radici comuni. Ma abbracciavano opposte fedi. Ora si vaga per questa città fantasma come in un dinosauro senza vita, sulle pareti del cui ventre rimangono le tracce di presenze umane digerite ed espulse, spesso vive, alcune volte morte, altre volte uscite vive, ma senza più vita.
 
Il letto dove morì Bobby Sands (foto di Marco Pavan)La protesta delle coperte. Il carcere era il risultato terminale, il culmine punitivo della linea dura che il governo britannico adottò nei confronti di chi veniva arrestato durante i Troubles, e qui imprigionato come criminale comune. Diventò lo specchio di un clima di violenza e idealismo che generò tra le forme più eroiche di sacrificio in nome di una causa politica. Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, the Maze fu il teatro di uno spettacolare sciopero della fame, che coinvolse decine di membri dell’Ira. Una contestazione che si concluse con dieci vittime, tra cui il principale animatore della protesta, Bobby Sands. Le proteste nacquero perché i reclusi erano considerati comuni criminali, anziché prigionieri politici. Dovevano vestire l’uniforme da detenuto, e conformarsi alla disciplina del carcere. Fu nel settembre del ’76 che cominciò la prima protesta. Kieran Nugent, diciottenne volontario dell’Ira, disse alle guardie che se volevano vedergli indosso l’uniforme avrebbero dovuto inchiodargliela alla schiena. Come punizione, i sorveglianti gli tolsero dall cella abiti e suppellettili, lasciando sul suolo solo un materasso e una coperta. In centinaia seguirono il suo esempio, in quella che diventò famosa come ‘la protesta delle coperte’, poiché i detenuti iniziarono a coprirsi solo con un panno di lana.
 
The Maze (foto di Marco Pavan)Come fantasmi. Le tensioni nel carcere erano aggravate dal fatto che la maggioranza dei prigionieri era cattolica, e le guardie perlopiù protestanti. A quella delle coperte seguì la protesta delle latrine. Un carrello passava per le celle consegnando le ciotole col cibo. Un secondo carrello ritirava la tazza con le deiezioni dei carcerati. Questi ultimi cominciarono a lamentarsi che le ciotole di cibo erano consegnate loro mezze vuote, e che spesso, volutamente, venivano rovesciate a terra dalle guardie. Cominciarono così a lanciare i propri rifiuti organici dalle finestre delle celle, o a spargerli sulle pareti. Presero a non lavarsi e a non radersi, provocando continui peggioramenti del loro stato igienico-sanitario. Ragazzi poco più che ventenni si aggiravano per le celle pallidi ed emaciati. Nel volgere di alcune settimane, sudici e malati, a chi li visitava apparivano irriconoscibili, sinistri come fantasmi. La protesta durò alcuni anni. Ma il riconoscimento dello status di prigionieri politici era ancora lungi dall’arrivare.

Murales di Bobby Sands a Belfast (foto di Marco Pavan)Bobby Sands. Gli scioperi della fame cominciarono alla fine degli anni '70, ma il più tragico e memorabile fu quello di Bobby Sands, inaugurato il 1 marzo 1981 e terminato con la sua morte, il 5 maggio, a soli 27 anni. Tra il maggio e l’agosto dello stesso anno, a Long Kesh morirono di fame dieci hunger strikers. I letti sui quali si spensero sono ancora lì, nell’ospedale del carcere. Li ospitano celle che hanno conservato il loro squallore, mentre nelle nude corsie della struttura, sotto un velo di polvere, resistono al tempo i carrelli, dove erano contenuti farmaci e droghe per alleviare le sofferenze dei detenuti, le chiavi, che chiudevano le porte blindate delle stanze, prigioni nella prigione, le lavagne, sulle quali veniva registrata entrata e uscita, a volte senza più vita, dei degenti. Lo sciopero della fame dei giovani repubblicani non piegò l’animo di ferro di Margaret Thatcher, che, il 6 maggio dell’81 dichiarò: “Il signor Sands era un criminale, condannato a scontare la sua pena. Ha scelto di togliersi la vita. E’ stata una scelta che la sua organizzazione non ha mai lasciato alle sue vittime”. Parole dure, che spinsero molti alla militanza armata. Anche tra i 100 mila che due giorni dopo seguirono il feretro di Sands fino al cimitero di Milltown, nel cuore cattolico di Belfast. Lo status di prigionieri politici fu riconosciuto ai detenuti di Long Kesh solo il 3 ottobre 1981, quando gli ultimi cinque interruppero lo sciopero della fame su pressione dei loro familiari, dell’esecutivo dell’Ira e di alcuni uomini di chiesa. Insieme alla possibilità di indossare abiti civili, fu concesso loro di tenere le chiavi della propria cella e di muoversi liberamente all’interno del loro blocco ‘H’.

Del labirinto rimarrà soltanto una minima porzione, il blocco 'H' numero 6, una scatola di ferro compatta e schiacciata, che vista dall’alto sembra l’hard-disk di un computer. Una memoria fisica per gli scettici e i revisionisti che verranno tra cent’anni. Monito di metallo, come Auschwitz lo è stato di mattoni rossi. Come lo è Guantanamo, di cemento e alluminio.

Luca Galassi

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità