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Il labirinto. L’infinita matrioska di metallo che apre le sue porte stridenti svelando – una
gabbia dopo l’altra – la sua geometrica perversione, si chiama Long Kesh. Ma in
Irlanda del Nord tutti la conoscono come The Maze, il labirinto. Al suo penetrarvi,
dietro speciale permesso del ministero degli Interni, quella che era la prigione
di massima sicurezza più famosa del Regno Unito produce un effetto di totale disorientamento.
Costruita nel 1976 e chiusa nel 2000, poco è cambiato da quando la presenza umana
ha abbandonato questo spettrale luogo di pena, che si estende su 145 ettari, ogni
singolo spazio racchiuso da un altro più grande, poi da uno più grande ancora,
fino alle mura esterne, invalicabili, alte cinque metri e ancora sormontate dal
filo spinato. Così come avvolti nel filo spinato sono i reticolati delle sezioni
interne che contengono i famigerati ‘H Blocks’, costruzioni a forma di ‘H’, composte
ciascuna da 96 celle. Da qualsiasi torretta si poteva abbracciare con lo sguardo
tutto il carcere. Sulla testa, cavi metallici tesi tra le mura esterne e gli H
Blocks impedivano a qualsiasi elicottero di atterrare nella prigione. Tra la cinta
perimetrale e i reticoli interni vi era un’area chiamata ‘area inerziale’, larga
4,5 metri: chiunque vi si avvicinasse veniva immediatamente individuato da un
sistema a micro-onde. Due soli erano i cancelli di accesso che conducevano al
nucleo centrale. Si aprivano su un sistema di strade, ciascuna delle quali poteva
venir chiusa e isolata dal resto della prigione in ogni momento. Il terribile
passato di Long Kesh, uno degli ultimi simboli del conflitto nord-irlandese, verrà
definitivamente consegnato all’oblio quando i bulldozer avranno finito di abbattere
le sue cinte, le sue inferriate, le torri di guardia. Entro il 2011, un anno prima
delle Olimpiadi di Londra, qui sorgerà uno stadio di calcio.
Opposte fedi. Nelle caserme del penitenziario alloggiavano 900 secondini, come 900 erano detenuti:
un sorvegliante per ciascuno dei prigionieri politici appartenenti alle ali più estreme
delle due fazioni in lotta. Con ribellioni, insurrezioni, suicidi e omicidi, si
riproducevano in questo microcosmo le stesse dinamiche della guerra civile che
si consumava all’esterno. Pochi chilometri più a nord, Belfast era l’epicentro
di ostilità che per trent’anni dilaniarono il cuore più povero del Regno Unito.
Cattolici contro protestanti, repubblicani contro unionisti, militanti dell’Ira
contro gruppi paramilitari lealisti. Tremila morti, centinaia di orfani, un odio
penetrato nei nervi e nelle vene di uomini e donne che parlavano la stessa lingua,
condividevano radici comuni. Ma abbracciavano opposte fedi. Ora si vaga per questa
città fantasma come in un dinosauro senza vita, sulle pareti del cui ventre rimangono
le tracce di presenze umane digerite ed espulse, spesso vive, alcune volte morte,
altre volte uscite vive, ma senza più vita.
La protesta delle coperte. Il carcere era il risultato terminale, il culmine punitivo della linea dura
che il governo britannico adottò nei confronti di chi veniva arrestato durante
i Troubles, e qui imprigionato come criminale comune. Diventò lo specchio di un
clima di violenza e idealismo che generò tra le forme più eroiche di sacrificio
in nome di una causa politica. Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80,
the Maze fu il teatro di uno spettacolare sciopero della fame, che coinvolse decine
di membri dell’Ira. Una contestazione che si concluse con dieci vittime, tra cui
il principale animatore della protesta, Bobby Sands. Le proteste nacquero perché
i reclusi erano considerati comuni criminali, anziché prigionieri politici. Dovevano
vestire l’uniforme da detenuto, e conformarsi alla disciplina del carcere. Fu
nel settembre del ’76 che cominciò la prima protesta. Kieran Nugent, diciottenne
volontario dell’Ira, disse alle guardie che se volevano vedergli indosso l’uniforme
avrebbero dovuto inchiodargliela alla schiena. Come punizione, i sorveglianti
gli tolsero dall cella abiti e suppellettili, lasciando sul suolo solo un materasso
e una coperta. In centinaia seguirono il suo esempio, in quella che diventò famosa
come ‘la protesta delle coperte’, poiché i detenuti iniziarono a coprirsi solo
con un panno di lana.
Come fantasmi. Le tensioni nel carcere erano aggravate dal fatto che la maggioranza dei prigionieri
era cattolica, e le guardie perlopiù protestanti. A quella delle coperte seguì
la protesta delle latrine. Un carrello passava per le celle consegnando le ciotole
col cibo. Un secondo carrello ritirava la tazza con le deiezioni dei carcerati.
Questi ultimi cominciarono a lamentarsi che le ciotole di cibo erano consegnate
loro mezze vuote, e che spesso, volutamente, venivano rovesciate a terra dalle
guardie. Cominciarono così a lanciare i propri rifiuti organici dalle finestre
delle celle, o a spargerli sulle pareti. Presero a non lavarsi e a non radersi,
provocando continui peggioramenti del loro stato igienico-sanitario. Ragazzi poco
più che ventenni si aggiravano per le celle pallidi ed emaciati. Nel volgere di
alcune settimane, sudici e malati, a chi li visitava apparivano irriconoscibili,
sinistri come fantasmi. La protesta durò alcuni anni. Ma il riconoscimento dello
status di prigionieri politici era ancora lungi dall’arrivare.
Bobby Sands. Gli scioperi della fame cominciarono alla fine degli anni '70, ma il più tragico
e memorabile fu quello di Bobby Sands, inaugurato il 1 marzo 1981 e terminato
con la sua morte, il 5 maggio, a soli 27 anni. Tra il maggio e l’agosto dello
stesso anno, a Long Kesh morirono di fame dieci hunger strikers. I letti sui quali si spensero sono ancora lì, nell’ospedale del carcere. Li
ospitano celle che hanno conservato il loro squallore, mentre nelle nude corsie
della struttura, sotto un velo di polvere, resistono al tempo i carrelli, dove
erano contenuti farmaci e droghe per alleviare le sofferenze dei detenuti, le
chiavi, che chiudevano le porte blindate delle stanze, prigioni nella prigione,
le lavagne, sulle quali veniva registrata entrata e uscita, a volte senza più
vita, dei degenti. Lo sciopero della fame dei giovani repubblicani non piegò l’animo
di ferro di Margaret Thatcher, che, il 6 maggio dell’81 dichiarò: “Il signor Sands
era un criminale, condannato a scontare la sua pena. Ha scelto di togliersi la
vita. E’ stata una scelta che la sua organizzazione non ha mai lasciato alle sue
vittime”. Parole dure, che spinsero molti alla militanza armata. Anche tra i 100
mila che due giorni dopo seguirono il feretro di Sands fino al cimitero di Milltown,
nel cuore cattolico di Belfast. Lo status di prigionieri politici fu riconosciuto
ai detenuti di Long Kesh solo il 3 ottobre 1981, quando gli ultimi cinque interruppero
lo sciopero della fame su pressione dei loro familiari, dell’esecutivo dell’Ira
e di alcuni uomini di chiesa. Insieme alla possibilità di indossare abiti civili,
fu concesso loro di tenere le chiavi della propria cella e di muoversi liberamente
all’interno del loro blocco ‘H’.
Del labirinto rimarrà soltanto una minima porzione, il blocco 'H' numero 6, una scatola di ferro compatta e schiacciata, che vista dall’alto sembra l’hard-disk di un computer. Una memoria fisica per gli scettici e i revisionisti che verranno tra cent’anni. Monito di metallo, come Auschwitz lo è stato di mattoni rossi. Come lo è Guantanamo, di cemento e alluminio.
Luca Galassi