Scritto per noi da
Daniela Greco
E' passata sotto tono, quest'anno, la giornata
internazionale di solidarietà per le vittime della tortura indetta dalla
Nazioni Unite. Sembrano essersene ricordati infatti in pochi, almeno in Italia.
Perché la tortura è un argomento scomodo, soprattutto di questi tempi.
Nessun governo ammette di praticarla, nessuna legge lo
permette, nessun giudice la giustificherà mai. Eppure in 102 Paesi del mondo,
secondo l'ultimo rapporto di Amnesty International, viene praticata
regolarmente, con lo scopo di annichilire e annientare il prigioniero come
uomo, privandolo della sua dignità e della sua identità. L'obbiettivo pratico,
poi, dipende dai casi. Come se ciò non bastasse sono almeno 50, denuncia
Amnesty, gli Stati che praticano la tortura sui minori, violando una lunga
serie di leggi nazionali e internazionali, oltre che di coscienza e di basilare
umanità.
C'è chi predica bene. Anche nel mondo "civilizzato" e democratico, il nostro,
quello occidentale, la tortura non è piaga sconosciuta. In particolare con la
"guerra al terrore", sono diversi i governi e spesso anche i governati
che hanno rimesso in discussione il divieto assoluto a torturare chiunque,
qualsiasi cosa abbia fatto, qualsiasi cosa nasconda.
Tanto per citare l'esempio più conosciuto, sono state
numerose, negli ultimi anni, le prese di posizioni di membri
dell'amministrazione statunitense, spalleggiati da accademici, giornalisti e
intellettuali, che hanno sostenuto che l'irrimediabile cambiamento causato
dagli attacchi dell'11 settembre avrebbe con un colpo cancellato, insieme alle
Torri Gemelle, la Dichiarazione universale dei diritti umani, la Convenzione di
Ginevra e i suoi Protocolli e la Convenzione contro la tortura e altre pene o
trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Le regole del gioco sembrerebbero
essersi fatte anacronistiche, e dunque tutto diviene lecito: il ballo degli
aguzzini, le umiliazioni, le percosse, le violenze, le minacce, le notti al
gelo, le sfilate nudi, i baci agli anfibi, le giornate senza cibo e
l'isolamento. A Guantanamo, come in Afghanistan e in Iraq.
Il procuratore generale britannico, proprio questa mattina,
ha annunciato che verrà aperta un'indagine per chiarire perché i militari della
Regina in Iraq abbiano usato gli strumenti tipici della tortura, come la
privazione del sonno, l'incappucciamento e il mantenimento in posizioni
intollerabili per ore. Nessuno, ha dichiarato Lord Goldsmith, li avrebbe
autorizzati e i capi dell'esercito erano stati avvertiti: anche a Baghdad si
applica la Convenzione Europea sui Diritti Umani.
E chi si sente legittimato. Visti i preamboli perché
stupirsi che alcuni governi, tra cui quelli di Cina, Egitto, Malesia, Arabia
Saudita, Russia, Uzbekistan e Yemen, abbiano gradito la retorica della “guerra
al terrore” e ne abbiano fatto ampio uso per rinominare le tradizionali
politiche repressive? Che altri, come quelli di Australia, Giordania, Regno
Unito e di alcuni paesi della Penisola araba, abbiano introdotto o rafforzato
legislazioni draconiane e pratiche illegali? Perché meravigliarsi sapendo che
Paesi come Egitto, Gambia, Kazakistan, Marocco, Pakistan, Svezia e altri
ancora, tra cui la stessa Italia, hanno consentito ad agenti stranieri di Paesi
quali Cina, Egitto, Siria e soprattutto Usa di prelevare illegalmente persone
dal proprio territorio. Perché mai Paesi come Pakistan, Russia, Siria o Yemen
avrebbero dovuto rivedere le proprie politiche di terrore, davanti a tanta
inusitata tolleranza da parte dei paladini della democrazia?
Meglio tardi che mai. In Italia, come si diceva poco
fa, la Giornata contro la tortura è passata sotto silenzio, ma qualcosa di
buono nell'ultimo anno in effetti è accaduto. Il 13 dicembre scorso, dopo quasi
vent'anni dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la
tortura, l'Italia si è dotata di una legge che inserisce nel suo codice penale
il reato di tortura, prevedendo da tre a 12 anni di reclusione per chi la
pratica. La norma prevede una condanna per chi "con violenza o minacce
gravi, infligge ad una persona forti sofferenze fisiche o mentali allo scopo di
ottenere da essa, o da una terza persona, informazioni o confessioni” . Quando
si dice, meglio tardi che mai.