27/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Processati per abuso di potere tre agenti della polizia religiosa saudita
Per la prima volta in Arabia Saudita alcuni membri della temuta polizia religiosa sono stati messi sotto processo per abusi.

Donna saudita lavora in una redazioneAbusi. Gli imputati sono tre agenti della controversa Commissione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, e devono rispondere di due episodi di abusi avvenuti nella città di Tabuk, nel nord del paese, e nella capitale Riyad. Nel primo caso, una donna e un uomo sono stati arrestati perché si trovavano sulla stessa auto senza essere parenti, una circostanza considerata illegale in Arabia Saudita. L'uomo, che poi si è rivelato essere l'autista della donna, una volta in carcere è morto per quelle che la polizia ha definito “circostanze naturali”. Di fronte allo sdegno suscitato dalla vicenda nella popolazione, il governatore locale ha pagato di tasca sua un risarcimento di circa 10 mila euro. Nel secondo episodio che verrà giudicato dal tribunale, gli agenti della polizia della capitale hanno fatto irruzione nella casa di un uomo che ritenevano fosse in possesso di alcolici. Non è chiaro se l'accusa fosse fondata, ma 11 delle persone che si trovavano nella casa sono state arrestate e il proprietario è stato ucciso a bastonate.

Donne saudite in un call centerRiforme? Indipendentemente dalle sorti dei processi, il malcontento nei confronti di una commissione spesso accusata di abusi di potere è in crescita. Critiche all'operato della polizia religiosa sono state mosse anche dalla stampa locale, mentre alcuni giorni fa il presidente della Commissione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio ha cercato di replicare alle accuse promettendo la creazione di un nuovo dipartimento il cui compito sarà consigliare la polizia, quando si trovi nel dubbio circa le leggi e i regolamenti cui attenersi. Una riforma della polizia religiosa è stata più volte promessa anche dalla famiglia reale, contrariata dall'immunità degli agenti che, come scritto da un editorialista saudita, “si sono arrogati il ruolo di poliziotti, giudici e giurie”. La famiglia reale, però, rappresenta la garanzia della legge islamica nel paese, dunque ben difficilmente potrebbe approvare riforme che riducano sensibilmente i poteri della Commissione. Gli agenti della polizia religiosa pattugliano le strade in tutto il paese, verificano che la popolazione sia vestita in modo consono, che i negozi abbassino le serrande durante gli orari di preghiera e impediscono i contatti tra uomini e donne.

Riunione in una banca sauditaBanche. La discussione sui poteri della polizia religiosa potrebbe essere una leva per cambiare il volto più conservatore del regno saudita, ma che simili sviluppi non siano verosimili lo si può intuire dalle leggi sulla vita pubblica, in particolare sui diritti delle donne, che ancora oggi vengono emanate. Una recente disposizione prevede che maschi e femmine non possano lavorare assieme nemmeno in banca. Prima il divieto di promiscuità era previsto solo nelle filiali, mentre ora è stato esteso alle sedi centrali degli istituti di credito, dove le impiegate verrano relegate in apposite stanzette separate. Questi ambienti dovranno avere ingressi, mense, e persino ascensori separati. “Siamo deluse -spiega un'impiegata di banca intervistata da un quotidiano del Qatar- le modalità di lavoro saranno ridicole e non potremo partecipare a incontri importanti, cosa che ostacolerà pesantemente le nostre possibilità di carriera. Ci siamo laureate per lavorare in banca perché lo consideravamo un settore promettente anche per le donne, ma con queste norme è come fare dieci passi indietro”. Le nuove disposizioni, infatti, oltre a aumentare il livello di segregazionismo nel paese, abbattono anche le già scarse possibilità di collocamento femminile. Attualmente gli uomini che lavorano nel settore bancario saudita sono 60 mila, mentre le donne solo 3 mila.
 

Naoki Tomasini

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