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Abusi. Gli imputati sono tre
agenti della controversa Commissione per la Promozione della Virtù
e la Prevenzione del Vizio, e devono rispondere di due episodi di
abusi avvenuti nella città di Tabuk, nel nord del paese, e
nella capitale Riyad. Nel primo caso, una donna e un uomo sono stati
arrestati perché si trovavano sulla stessa auto senza essere
parenti, una circostanza considerata illegale in Arabia Saudita.
L'uomo, che poi si è rivelato essere l'autista della donna,
una volta in carcere è morto per quelle che la polizia ha
definito “circostanze naturali”. Di fronte allo sdegno suscitato
dalla vicenda nella popolazione, il governatore locale ha pagato di
tasca sua un risarcimento di circa 10 mila euro. Nel secondo episodio
che verrà giudicato dal tribunale, gli agenti della polizia
della capitale hanno fatto irruzione nella casa di un uomo che
ritenevano fosse in possesso di alcolici. Non è chiaro se
l'accusa fosse fondata, ma 11 delle persone che si trovavano nella
casa sono state arrestate e il proprietario è stato ucciso a
bastonate.
Riforme? Indipendentemente dalle
sorti dei processi, il malcontento nei confronti di una commissione
spesso accusata di abusi di potere è in crescita. Critiche
all'operato della polizia religiosa sono state mosse anche dalla
stampa locale, mentre alcuni giorni fa il presidente della
Commissione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del
Vizio ha cercato di replicare alle accuse promettendo la creazione di
un nuovo dipartimento il cui compito sarà consigliare la
polizia, quando si trovi nel dubbio circa le leggi e i regolamenti
cui attenersi. Una riforma della polizia religiosa è stata più
volte promessa anche dalla famiglia reale, contrariata dall'immunità
degli agenti che, come scritto da un editorialista saudita, “si
sono arrogati il ruolo di poliziotti, giudici e giurie”. La
famiglia reale, però, rappresenta la garanzia della legge
islamica nel paese, dunque ben difficilmente potrebbe approvare
riforme che riducano sensibilmente i poteri della Commissione. Gli
agenti della polizia religiosa pattugliano le strade in tutto il
paese, verificano che la popolazione sia vestita in modo consono, che
i negozi abbassino le serrande durante gli orari di preghiera e
impediscono i contatti tra uomini e donne.
Banche. La discussione sui
poteri della polizia religiosa potrebbe essere una leva per cambiare
il volto più conservatore del regno saudita, ma che simili
sviluppi non siano verosimili lo si può intuire dalle leggi
sulla vita pubblica, in particolare sui diritti delle donne, che
ancora oggi vengono emanate. Una recente disposizione prevede che
maschi e femmine non possano lavorare assieme nemmeno in banca. Prima
il divieto di promiscuità era previsto solo nelle filiali,
mentre ora è stato esteso alle sedi centrali degli istituti di
credito, dove le impiegate verrano relegate in apposite stanzette
separate. Questi ambienti dovranno avere ingressi, mense, e persino
ascensori separati. “Siamo deluse -spiega un'impiegata di banca
intervistata da un quotidiano del Qatar- le modalità di lavoro
saranno ridicole e non potremo partecipare a incontri importanti,
cosa che ostacolerà pesantemente le nostre possibilità
di carriera. Ci siamo laureate per lavorare in banca perché lo
consideravamo un settore promettente anche per le donne, ma con
queste norme è come fare dieci passi indietro”. Le nuove
disposizioni, infatti, oltre a aumentare il livello di
segregazionismo nel paese, abbattono anche le già scarse
possibilità di collocamento femminile. Attualmente gli uomini
che lavorano nel settore bancario saudita sono 60 mila, mentre le
donne solo 3 mila.Naoki Tomasini
Parole chiave: donne saudite, polizia religiosa, banche