25/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La Corte europea ha dato ragione all'attivista cecena che, dopo al sua denuncia, fu uccisa dai russi
Luisa mostra la foto di Zura con il maritoPochi giorni fa, la Corte europea per i diritti dell’uomo ha finalmente reso giustizia a Zura Bitieva: l’attivista pacifista cecena trucidata nel 2003 assieme alla sua famiglia dalle forze speciali russe come punizione per aver sporto denuncia alla stessa Corte di Strasburgo in merito ai maltrattamenti subiti durante la sua detenzione, nel 2000, nel famigerato campo di concentramento russo di Chernokozovo.
Il tribunale ha riconosciuto le autorità russe colpevoli di violazione della Convenzione europea sui diritti dell’uomo (in particolare, degli articoli che garantiscono “il diritto alla vita”, “il diritto a strumenti efficaci per la difesa”, “il divieto di torturare” e “il diritto alla libertà e all’inviolabilità della persona”), obbligando Mosca a pagare 85 mila euro di risarcimento per danni morali a Lisa Bitieva, la figlia della donna.
 
Prigione russa in CeceniaRinchiusa a Chernokozovo. La signora Zura Bitieva, un coraggiosa donna cecena del villaggio di Kalinovskaya, era impegnata nel campo dei diritti umani fin dall’inizio della seconda guerra cecena, nell’ottobre 1999.
Per conto della ong russa Society for Russian-Chechen Friendship e anche per Amnesty International, Zura raccoglieva informazioni sui crimini di guerra commessi dall’armata russa. Per questo aveva già pagato un caro prezzo: all’inizio del 2000, subito dopo la conquista russa della Cecenia, era stata rinchiusa con suo figlio Idris Iduev nel campo di filtraggio di Chernokozovo, dove era stata picchiata per un mese durante interrogatori volti a scoprire per chi raccogliesse informazioni. La sua detenzione era finita in ospedale.
 
Forze speciali russe a GroznyLa denuncia e la rappresaglia. Dopo quella tremenda esperienza Zura aveva continuato nel suo lavoro con più decisione che mai, aiutata da suo marito Ramzan Iduev. Fu lui a convincerla a denunciare quello che aveva subito a Chernokozovo alla Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo. Cosa che Zura fece nel 2001. Un atto che le costò molte minacce nei mesi successivi: minacce che non fermarono la sua attività di denuncia dei crimini di guerra commessi dai russi.
Il 21 maggio 2003, quindici soldati delle forze speciali russe entrarono in casa sua, immobilizzando con del nastro adesivo lei, suo marito Ramzan, suo figlio Idris e suo fratello Abubakar, e uccidendoli poi con tre colpi di pistola alla nuca per ciascuno. A questa strage sopravvissero solo la figlia minore di Zura, Luisa Bisieva (nella foto), che non era in casa, e il suo bambino di un anno, risparmiato dai soldati.
 
La vittoria di Luisa. La giovane Luisa, dopo essersi ripresa dallo shock, si è fatta coraggio e ha portato avanti la causa aperta da sua madre presso la Corte di Strasburgo, informandola della morte di Zura. Poi si è rivolta anche ad Amnesty International.
Luisa ha continuato a ricevere minacce da parte dei militari russi, che le dicevano di lasciar perdere le sue denunce se non voleva finire in prigione come sua madre per “collaborazionismo con i terroristi”. Ma lei non ha lasciato perdere, andando fino in fondo e ottenendo giustizia. 

Enrico Piovesana

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