La Corte europea ha dato ragione all'attivista cecena che, dopo al sua denuncia, fu uccisa dai russi

Pochi giorni fa, la Corte europea per i diritti dell’uomo ha
finalmente reso giustizia a Zura Bitieva: l’attivista pacifista cecena
trucidata nel 2003 assieme alla sua famiglia dalle forze speciali russe come
punizione per aver sporto denuncia alla stessa Corte di Strasburgo in merito ai
maltrattamenti subiti durante la sua detenzione, nel 2000, nel famigerato campo
di concentramento russo di Chernokozovo.
Il tribunale ha riconosciuto le autorità russe colpevoli di
violazione della Convenzione europea sui diritti dell’uomo (in particolare,
degli articoli che garantiscono “il diritto alla vita”, “il diritto a strumenti
efficaci per la difesa”, “il divieto di torturare” e “il diritto alla libertà
e
all’inviolabilità della persona”), obbligando Mosca a pagare 85 mila euro di
risarcimento per danni morali a Lisa Bitieva, la figlia della donna.
Rinchiusa a Chernokozovo.
La signora Zura Bitieva, un coraggiosa donna cecena del villaggio di
Kalinovskaya, era impegnata nel campo dei diritti umani fin dall’inizio della
seconda guerra cecena, nell’ottobre 1999.
Per conto della ong russa Society for Russian-Chechen Friendship e anche per Amnesty International, Zura raccoglieva
informazioni sui crimini di guerra commessi dall’armata russa. Per questo aveva
già pagato un caro prezzo: all’inizio del 2000, subito dopo la conquista russa
della Cecenia, era stata rinchiusa con suo figlio Idris Iduev nel campo di filtraggio
di Chernokozovo, dove era stata picchiata per un mese durante interrogatori
volti a scoprire per chi raccogliesse informazioni. La sua detenzione era
finita in ospedale.
La denuncia e la
rappresaglia. Dopo quella tremenda esperienza Zura aveva continuato nel suo
lavoro con più decisione che mai, aiutata da suo marito Ramzan Iduev. Fu lui a
convincerla
a denunciare quello che aveva subito a Chernokozovo alla Corte europea per i diritti
dell’uomo di Strasburgo. Cosa che Zura fece nel 2001. Un atto che le costò molte
minacce nei mesi successivi: minacce che non fermarono la sua attività di denuncia
dei crimini di guerra commessi dai russi.
Il 21 maggio 2003, quindici soldati delle forze speciali
russe entrarono in casa sua, immobilizzando con del nastro adesivo lei, suo
marito Ramzan, suo figlio Idris e suo fratello Abubakar, e uccidendoli poi con
tre colpi di pistola alla nuca per ciascuno. A questa strage sopravvissero solo
la figlia minore di Zura, Luisa Bisieva (nella foto), che non era in casa, e il
suo bambino di un anno, risparmiato dai soldati.
La vittoria di Luisa.
La giovane Luisa, dopo essersi ripresa dallo shock, si è fatta coraggio e ha
portato avanti la causa aperta da sua madre presso la Corte di Strasburgo,
informandola della morte di Zura. Poi si è rivolta anche ad Amnesty International.
Luisa ha continuato a ricevere minacce da parte dei militari
russi, che le dicevano di lasciar perdere le sue denunce se non voleva finire
in
prigione come sua madre per “collaborazionismo con i terroristi”. Ma lei non ha
lasciato perdere, andando fino in fondo e ottenendo giustizia.