31/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



la storia della Valle di Fergana, da culla del sufismo a roccaforte dell'integralismo islamico
NamanganAi tempi del comunismo, quando l’Uzbekistan era una delle repubbliche socialiste sovietiche, nella città di Namangan c’erano solo tre moschee. Oggi se ne contano centotrenta. In tutta la valle di Fergana ce ne sono ben 2.400, più della metà di quelle presenti in tutto il Paese. Questo testimonia la poderosa rinascita del sentimento islamico degli uzbeki, rimasto imbottigliato per settant’anni e negli ultimi dieci esploso come una bottiglia di champagne. Un fenomeno visibile soprattutto nella valle di Fergana, storicamente il cuore dell’Islam centroasiatico.

Alta valle del Fergana In questa oasi verde e pianeggiante coltivata a cotone, solcata dal fiume Syr Darya e circondata da steppe desertiche e montagne perennemente innevate, vivono oltre due milioni e mezzo di persone, vale a dire il dieci per cento della popolazione totale dell’Uzbekistan, tantissimo per un territorio che costituisce appena l’1,5 per cento della superficie totale del Paese. La ragione è ovvia: qui, solo qui nel raggio di migliaia di chilometri, c’è terra fertile e acqua. Una ricchezza di risorse che fin dai tempi antichi ha attirato come una calamita le popolazioni della regione. Qui sorsero in epoca antica città, strade, mercati, moschee, scuole religiose. Questa fertile vallata, abitata da popoli di origine turco-altaica, è stata per secoli il cuore pulsante della vita economica, politica, culturale e religiosa dell’Asia centrale, l’ombelico della civiltà di questa parte di mondo, il suo baricentro.

Mappa “Chi controlla la valle di Fergana – si diceva secoli addietro – controlla tutta l’Asia centrale”. E ciò è ancora vero. Basta uno sguardo alla carta geografica di queste Mappazone, ridisegnata negli anni Trenta da Josiph Stalin allo scopo di suddividere l’antico Turkestan in varie repubbliche meglio controllabili e omogenee. Questa valle doveva fargli molta paura se decise di suddividerla in tre parti, assegnandone le pendici orientali, meridionali e settentrionali al Kirghizistan e quelle occidentali al Tagikistan, facendo della pianura centrale una sorta di enclave uzbeka collegata al resto del Paese solo da uno stretto corridoio che si insinua nella valle da nord-ovest. Il risultato, cartograficamente surreale, è una sorta di gorgo in cui i tre Paesi si avviluppano in senso orario attorno alla valle di Fergana.

Sufi Qui, dal VII secolo dopo Cristo, si è sviluppato l’Islam centroasiatico, un Islam molto diverso da quello mediorientale. Qui gli insegnamenti del Corano si mescolarono con la tradizione spirituale e culturale preesistente, un misto di sciamanesimo di origine siberiana e di religioni e filosofie arrivate qui lungo la Via della Seta (neoplatonismo, zoroastrismo, buddismo, taoismo, giudaismo, cristianesimo). Da questo incontro risultò un Islam estremamente ricco, aperto, tollerante, speculativo, che ebbe la sua espressione più ‘alta’ nel sufismo, il misticismo islamico, l’essenza panteistica della filosofia e della religione islamica. Queste regioni, in particolare la valle di Fergana, furono la culla del sufismo nel XIV secolo, e nell’Ottocento lo sono state del jadidismo, l’interpretazione modernista dell’Islam.

Moschea uzbeca Questa tradizione islamica moderata, tollerante, progressista e non violenta, è riuscita a sopravvivere sotterraneamente durante il comunismo, forse anche grazie al suo carattere intimista. Nella valle di Fergana così come in tutta l’Asia centrale. L’isolamento culturale sovietico preservò queste tradizioni religiose da ogni influenza esterna, in particolare dall’Islam ‘arabo’ di matrice wahabbita e quello ‘pachistano’ di scuola deobandista, ben più radicali, fondamentalisti, intolleranti, retrogradi e guerrafondai. Dopo il crollo dell’Urss questa enorme regione apparve agli occhi dei mullah fondamentalisti di mezzo mondo come una terra vergine da evangelizzare, da conquistare a colpi di propaganda e finanziamenti. Nei primi anni Novanta, versioni integraliste del Corano tradotte nelle lingue locali invasero la regione assieme a un massiccio flusso di dollari sauditi e pachistani per costruire moschee, scuole e ospedali. All’epoca Washington, che per tutto il decennio precedente aveva finanziato la jihad islamica afgana contro l’occupazione sovietica, non era assolutamente preoccupata per questo fenomeno. Anzi.

Vecchio uzbeco Il collasso dell’Unione sovietica ha fatto cadere l’Uzbekistan e tutta l’Asia centrale in una crisi economica e sociale drammatica. L’improvvisa interruzione dei finanziamenti e degli approvvigionamenti alimentari russi determinò la bancarotta delle nuove repubbliche indipendenti centroasiatiche. Non c’era più lavoro, non c’erano più soldi per pagare gli stipendi, la popolazione non aveva più nulla da mangiare. La disperazione e lo spaesamento che ne derivavano hanno costituito un terreno fertile in cui i semi della propaganda islamica radicale hanno attecchito molto facilmente. La lotta per la creazione di un nuovo Califfato sul modello del vecchio Impero Ottomano, basato sulla sharìa, la legge islamica, che prometteva di soddisfare tutti i bisogni materiali e spirituali del popolo, ha esercitato un’attrattiva fortissima su una popolazione sprofondata nella povertà e nella disperazione e priva di alternative politiche.

Il presidente uzbeco Islam Karimov Nell’Uzbekistan post-sovietico governato dal presidente Islam Karimov, ex dirigente comunista riciclatosi come nazionalista dalle tendenze fortemente autoritarie, erano sorti alcuni partiti islamici moderati e democratici, di matrice jadidista, il Birlik (Unità), l’Erk (Inidpendenza) e la sezione uzbeka del Partito della Rinascita Islamica (Pri) nato alla fine degli anni Ottanta in tutta l’Urss. Ma Karimov, per difendere il suo regime autocratico da ogni opposizione, li ha repressi subito in maniera violenta, mettendoli al bando e arrestando tutti i suoi dirigenti. Questo, secondo molti analisti, ha stroncato sul nascere ogni possibilità di sbocco democratico della rinascita dell’Islam uzbeko. Karimov si è scagliato con particolare durezza contro i musulmani della valle di Fergana, che tra il 1992 e il 1993 sono stati vittime di una massiccia ondata di repressione fatta di arresti di massa e torture in carcere. Questa ottusa politica anti-islamica del governo, sommata alle drammatiche condizioni di vita della popolazione (nella valle di Fergana la disoccupazione supera l’80 per cento), ha favorito la crescita di adesioni ad un Islam ‘arrabbiato’, radicalista e intollerante che mai, altrimenti, avrebbe attecchito in queste regioni di ben altra tradizione. (SEGUE SECONDA PARTE)

Enrico Piovesana

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