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Ai tempi del comunismo, quando l’Uzbekistan era una delle repubbliche socialiste
sovietiche, nella città di Namangan c’erano solo tre moschee. Oggi se ne contano
centotrenta. In tutta la valle di Fergana ce ne sono ben 2.400, più della metà
di quelle presenti in tutto il Paese. Questo testimonia la poderosa rinascita
del sentimento islamico degli uzbeki, rimasto imbottigliato per settant’anni e
negli ultimi dieci esploso come una bottiglia di champagne. Un fenomeno visibile
soprattutto nella valle di Fergana, storicamente il cuore dell’Islam centroasiatico.
In questa oasi verde e pianeggiante coltivata a cotone, solcata dal fiume Syr
Darya e circondata da steppe desertiche e montagne perennemente innevate, vivono
oltre due milioni e mezzo di persone, vale a dire il dieci per cento della popolazione
totale dell’Uzbekistan, tantissimo per un territorio che costituisce appena l’1,5
per cento della superficie totale del Paese. La ragione è ovvia: qui, solo qui
nel raggio di migliaia di chilometri, c’è terra fertile e acqua. Una ricchezza
di risorse che fin dai tempi antichi ha attirato come una calamita le popolazioni
della regione. Qui sorsero in epoca antica città, strade, mercati, moschee, scuole
religiose. Questa fertile vallata, abitata da popoli di origine turco-altaica,
è stata per secoli il cuore pulsante della vita economica, politica, culturale
e religiosa dell’Asia centrale, l’ombelico della civiltà di questa parte di mondo,
il suo baricentro.
“Chi controlla la valle di Fergana – si diceva secoli addietro – controlla tutta
l’Asia centrale”. E ciò è ancora vero. Basta uno sguardo alla carta geografica
di queste Mappazone, ridisegnata negli anni Trenta da Josiph Stalin allo scopo
di suddividere l’antico Turkestan in varie repubbliche meglio controllabili e
omogenee. Questa valle doveva fargli molta paura se decise di suddividerla in
tre parti, assegnandone le pendici orientali, meridionali e settentrionali al
Kirghizistan e quelle occidentali al Tagikistan, facendo della pianura centrale
una sorta di enclave uzbeka collegata al resto del Paese solo da uno stretto corridoio
che si insinua nella valle da nord-ovest. Il risultato, cartograficamente surreale,
è una sorta di gorgo in cui i tre Paesi si avviluppano in senso orario attorno
alla valle di Fergana.
Qui, dal VII secolo dopo Cristo, si è sviluppato l’Islam centroasiatico, un
Islam molto diverso da quello mediorientale. Qui gli insegnamenti del Corano si
mescolarono con la tradizione spirituale e culturale preesistente, un misto di
sciamanesimo di origine siberiana e di religioni e filosofie arrivate qui lungo
la Via della Seta (neoplatonismo, zoroastrismo, buddismo, taoismo, giudaismo,
cristianesimo). Da questo incontro risultò un Islam estremamente ricco, aperto,
tollerante, speculativo, che ebbe la sua espressione più ‘alta’ nel sufismo, il
misticismo islamico, l’essenza panteistica della filosofia e della religione islamica.
Queste regioni, in particolare la valle di Fergana, furono la culla del sufismo
nel XIV secolo, e nell’Ottocento lo sono state del jadidismo, l’interpretazione
modernista dell’Islam.
Questa tradizione islamica moderata, tollerante, progressista e non violenta,
è riuscita a sopravvivere sotterraneamente durante il comunismo, forse anche grazie
al suo carattere intimista. Nella valle di Fergana così come in tutta l’Asia centrale.
L’isolamento culturale sovietico preservò queste tradizioni religiose da ogni
influenza esterna, in particolare dall’Islam ‘arabo’ di matrice wahabbita e quello
‘pachistano’ di scuola deobandista, ben più radicali, fondamentalisti, intolleranti,
retrogradi e guerrafondai. Dopo il crollo dell’Urss questa enorme regione apparve
agli occhi dei mullah fondamentalisti di mezzo mondo come una terra vergine da
evangelizzare, da conquistare a colpi di propaganda e finanziamenti. Nei primi
anni Novanta, versioni integraliste del Corano tradotte nelle lingue locali invasero
la regione assieme a un massiccio flusso di dollari sauditi e pachistani per costruire
moschee, scuole e ospedali. All’epoca Washington, che per tutto il decennio precedente
aveva finanziato la jihad islamica afgana contro l’occupazione sovietica, non
era assolutamente preoccupata per questo fenomeno. Anzi.
Il collasso dell’Unione sovietica ha fatto cadere l’Uzbekistan e tutta l’Asia
centrale in una crisi economica e sociale drammatica. L’improvvisa interruzione
dei finanziamenti e degli approvvigionamenti alimentari russi determinò la bancarotta
delle nuove repubbliche indipendenti centroasiatiche. Non c’era più lavoro, non
c’erano più soldi per pagare gli stipendi, la popolazione non aveva più nulla
da mangiare. La disperazione e lo spaesamento che ne derivavano hanno costituito
un terreno fertile in cui i semi della propaganda islamica radicale hanno attecchito
molto facilmente. La lotta per la creazione di un nuovo Califfato sul modello
del vecchio Impero Ottomano, basato sulla sharìa, la legge islamica, che prometteva
di soddisfare tutti i bisogni materiali e spirituali del popolo, ha esercitato
un’attrattiva fortissima su una popolazione sprofondata nella povertà e nella
disperazione e priva di alternative politiche.
Nell’Uzbekistan post-sovietico governato dal presidente Islam Karimov, ex dirigente
comunista riciclatosi come nazionalista dalle tendenze fortemente autoritarie,
erano sorti alcuni partiti islamici moderati e democratici, di matrice jadidista,
il Birlik (Unità), l’Erk (Inidpendenza) e la sezione uzbeka del Partito della
Rinascita Islamica (Pri) nato alla fine degli anni Ottanta in tutta l’Urss. Ma
Karimov, per difendere il suo regime autocratico da ogni opposizione, li ha repressi
subito in maniera violenta, mettendoli al bando e arrestando tutti i suoi dirigenti.
Questo, secondo molti analisti, ha stroncato sul nascere ogni possibilità di sbocco
democratico della rinascita dell’Islam uzbeko. Karimov si è scagliato con particolare
durezza contro i musulmani della valle di Fergana, che tra il 1992 e il 1993 sono
stati vittime di una massiccia ondata di repressione fatta di arresti di massa
e torture in carcere. Questa ottusa politica anti-islamica del governo, sommata
alle drammatiche condizioni di vita della popolazione (nella valle di Fergana
la disoccupazione supera l’80 per cento), ha favorito la crescita di adesioni
ad un Islam ‘arrabbiato’, radicalista e intollerante che mai, altrimenti, avrebbe
attecchito in queste regioni di ben altra tradizione. (SEGUE SECONDA PARTE)
Enrico Piovesana