scritto per noi da
Mauro Pigozzo
Gli antichi poeti di Mostar hanno speso
parole e pezzi di anima per raccontare la mezzaluna d’argento sulla
città vecchia. Il 9 novembre del 1993, quattrocentoventisette
anni dopo che il neimar Hajrudin aveva posto l’ultima pietra, il
ponte antico fu distrutto dalle bombe croate. Il
prossimo 24 luglio, Mostar festeggerà il terzo anniversario
dalla ricostruzione. Le ferite dei proiettili sui muri e le macerie
lungo il boulevard rimangono, ma oggi la capitale dell’Erzegovina
guarda al futuro con grande progettualità.
Il turismo. In primis,
l’obiettivo è lo sviluppo del turismo. L’anno scorso di
qui passò circa mezzo milione di persone. Poche, se paragonate
alla bellezza del centro (Stari Grad), che sembra nato per essere
raffigurato in una cartolina. Le vie attorno al ponte si stanno
attrezzando, i bed and breakfast aprono, i souvenir invadono le
bancarelle un tempo destinate a generi di prima sussistenza, i
ristoranti propongono menù per soddisfare il gusto occidentale. “La sfida sarebbe
quella di un collegamento aereo low
cost che ci congiungesse all’Italia”, spiega Murat Ćorić,
presidente del consiglio di Mostar, una carica simile a quella del
sindaco in Italia. “Avevamo già deciso tutto. Un volo da
Pescara doveva partire alle 7 del mattino. Il turista passava alcune
ore a Mostar per poi recarsi a Međugorje nel pomeriggio. Infine,
poteva tornare la sera, alle 23.30. Poi tutto è saltato per
colpa delle lobby degli aeroporti di Sarajevo e di
Dubrovnik”.
L'energia ecosostenibile. Ma il
turismo è solo la punta di diamante della rinascita.
L’amministrazione comunale unica di Mostar (fino a poco tempo fa,
qui i municipi erano sei) ha aperto un business service center, dove gli investitori
possono informarsi su opportunità
e potenziali investimenti. In una città dove il 92 percento
delle attività produttive è stato raso al suolo nel
triennio 1992-95, la linfa del denaro estero è necessaria. Ma
con progettualità. Ćorić spiega che s’intende innanzitutto
rilanciare l’agricoltura, la produzione di vino e delle forme di
ricezione turistica simili agli agriturismi. Anche il Neretva, il fiume che
taglia Mostar, è una sorgente di vitalità e
opportunità. L’acqua è un dono per i campi. Ma anche
per gli occhi. Come nella zona di Blagaj, ad una dozzina di
chilometri a sud-est della città, dove ci sono le sorgenti del
fiume Buna, la Tekija e la casa dei dervisci. “Possiamo sfruttare
pure il vento”, incalza il presidente del consiglio mentre guarda a
nord, verso il monte Podveležje. “Due anni fa una fondazione
austriaca ha perfezionato uno studio. Abbiamo enormi potenzialità
per l’energia eolica. La Bosnia Erzegovina si è recentemente
dotata degli strumenti legislativi sull’installazione dei mulini a
vento. Mostar ha appena concesso due licenze, una ad una azienda
austro-tedesca e l’altra ad un gruppo sloveno-tedesco. I lavori
inizieranno a breve. Le pale dovrebbero iniziare a girare entro la
fine del 2007”. Il progetto è ambizioso. Sembra ci siano
aziende dell’Abruzzo interessate alla partita, sui monti di Mostar ci sarebbe
lo spazio per
installare almeno un centinaio di mulini. I protocolli di relazione
con l’esterno sono basati sulla comunione degli intenti di
sviluppo: la concessione viene data solo se la comunità locale
potrà avere parte degli utili dovuti allo sfruttamento
dell’energia eolica. Ma il rilancio dell’economia passa
anche dagli scheletri dei capannoni. Nella prima periferia di Mostar
esiste una fabbrica che insiste su dieci ettari. Prima della guerra
era una azienda tessile. “Ora abbiamo affidato quegli spazi a
piccoli artigiani. Una decina stanno già lavorando. Producono
e usano gli stessi servizi. In quegli spazi avevamo organizzato anche
una fiera della città”, spiega con un sorriso ancora Ćorić.
I nodi irrisolti. Il resto è
il racconto di una città dove purtroppo la disoccupazione è
una malattia che indebolisce anima e corpo a oltre metà della
popolazione. Con problemi soprattutto per le donne. La loro
condizione è ancora buia, salvo rari raggi di speranza.
Citiamo l’attività dell’associazione creata nel 2000 da
Caaf Nordest Cgil, la
Zene za Europu (Donne per l'Europa), un
gruppo di cinque splendide mostarine. Da anni coltivano la terra,
dispongono di 600 metri quadri di serre e di 2500 piante di ciliegie
amarene su quattro ettari di terreno. “Ora vogliamo realizzare una
cooperativa di donne. Per aiutarle nell’emancipazione economica e
personale”, ci spiega Zelia Grubsic, presidentessa
dell’associazione. “Ma stiamo anche gestendo delle riunioni a
Trebinje con donne serbe, bosniache e croate. Per tutti i problemi
sono gli stessi. Disoccupazione, violenze e isolamento. Le aiutiamo a
capire che i problemi che abbiamo, appunto, sono gli stessi. E che,
proprio per questo, non ci sono differenze tra di noi”.