Damir
ha 33 anni ed è laureato in Lettere. Insegna letteratura in
una scuola per ciechi e lingua bosniaca a stranieri che, come me,
cercano di uscire dal loro isolamento.
All’inizio,
se devo essere sincera, mi sentivo a disagio a parlare con questo
ragazzone.

Con il tempo ho, invece, capito che Damir voleva
affrontare l’argomento e raccontare la sua versione dei fatti, non
per accusare o colpevolizzare qualcuno, ma per trasmettere un
messaggio a chi, come me, ha avuto un’adolescenza privilegiata,
senza cecchini bramosi di spararmi, lunghe file per prendere l’acqua
o il misero pacchetto umanitario mensile.
Damir
aveva 18 anni quando iniziò il conflitto e, a differenza di
tanti sarajevesi che pensavano che la guerra non si sarebbe mai
trasferita in Bosnia, lui ha sempre creduto che ciò sarebbe
immancabilmente accaduto.
In
quei delicati giorni, guardava le notizie in tv, cercava di tenersi
informato il più possibile, ma in cuor suo sapeva che la
Bosnia non sarebbe stata risparmiata dal fuoco del cecchini serbi.
Fu
così che, nel febbraio 1991, poco dopo il Referendum con cui
la Bosnia proclamava la sua indipendenza, la vita di colpo cambiò
corso e divenne quell’inferno senza fine a cui fu abbandonato il
popolo bosniaco.
Improvvisamente
a Sarajevo arrivarono gli spari dalle montagne, la Polizia si
volatilizzò dalle strade, niente più poteva definirsi
“normale”.
Si
moltiplicarono voci di negoziazioni in corso, di ipotetici accordi,
di soluzioni, si stava incollati alle televisioni croate e serbe per
cercare di uscire da quell’isolamento in cui Sarajevo sembrava
essere caduta di colpo.
Era
convinto che ci sarebbe stata una guerra a Sarajevo, Damir, ma mai
avrebbe immaginato che questa si sarebbe prolungata per 3 anni e che
la “comunità internazionale” avrebbe lasciato la
popolazione locale in balia del fuoco e dell’odio nemico.
La
guerra ti cambia la vita, si sa, e Damir si arruolò
volontariamente nell’esercito. Aveva pensato, come tanti suoi amici
e coetanei, di andarsene, di scappare, ma alla fine un “qualcosa”
lo aveva trattenuto a Sarajevo; forse la voglia di non arrendersi a
quel destino che sembrava quasi impossibile cambiare,o forse
semplicemente l’attaccamento alla sua casa, alla sua famiglia e
alla sua città ferita.
Passa
il tempo, si continua a sparare dalle montagne, ma l’Università
riapre. Damir si iscrive a Lettere e percorre spesso a piedi quei
pericolosissimi 10 chilometri che lo portano dalla sua casa
all’Università.
Damir
riesce a portare avanti i suoi studi, si laurea e sopravvive al lungo
assedio.
Molti
dei suoi amici se ne sono andati, anche se tornano ogni tanto nella
loro città natale, ma sempre di passaggio perchè ormai
è diventato difficile reintegrarsi in quella che era stata una
volta la loro casa.
La
disoccupazione è altissima, la corruzione impera nella maggior
parte delle istituzioni, la Polizia e le scuole sono ancora divise a
seconda delle etnie.
I
problemi per la Bosnia non sono ancora finiti e, come dice una frase
di un celebre film locale che si sente ripetere da molti bosniaci,
“la gente si amava di più in guerra che adesso”.
Damir
pensa spesso alla guerra e a quegli anni di incertezza e paure.
Non
può dimenticare, e forse, chissà, sarebbe anche
sbagliato farlo.