18/08/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il racconto di una delle tante vite spezzate dalla guerra a Sarajevo
scritto per noi da
Susanna Azzaro
 
Damir ha 33 anni ed è laureato in Lettere. Insegna letteratura in una scuola per ciechi e lingua bosniaca a stranieri che, come me, cercano di uscire dal loro isolamento.
All’inizio, se devo essere sincera, mi sentivo a disagio a parlare con questo ragazzone.
 
le buche lasciate dalle granate a sarajevo sono state dipinte di vernice rossa; sono le cosidette 'rose' di sarajevoCon il tempo ho, invece, capito che Damir voleva affrontare l’argomento e raccontare la sua versione dei fatti, non per accusare o colpevolizzare qualcuno, ma per trasmettere un messaggio a chi, come me, ha avuto un’adolescenza privilegiata, senza cecchini bramosi di spararmi, lunghe file per prendere l’acqua o il misero pacchetto umanitario mensile. Damir aveva 18 anni quando iniziò il conflitto e, a differenza di tanti sarajevesi che pensavano che la guerra non si sarebbe mai trasferita in Bosnia, lui ha sempre creduto che ciò sarebbe immancabilmente accaduto. In quei delicati giorni, guardava le notizie in tv, cercava di tenersi informato il più possibile, ma in cuor suo sapeva che la Bosnia non sarebbe stata risparmiata dal fuoco del cecchini serbi. Fu così che, nel febbraio 1991, poco dopo il Referendum con cui la Bosnia proclamava la sua indipendenza, la vita di colpo cambiò corso e divenne quell’inferno senza fine a cui fu abbandonato il popolo bosniaco. Improvvisamente a Sarajevo arrivarono gli spari dalle montagne, la Polizia si volatilizzò dalle strade, niente più poteva definirsi “normale”. Si moltiplicarono voci di negoziazioni in corso, di ipotetici accordi, di soluzioni, si stava incollati alle televisioni croate e serbe per cercare di uscire da quell’isolamento in cui Sarajevo sembrava essere caduta di colpo.

Era convinto che ci sarebbe stata una guerra a Sarajevo, Damir, ma mai avrebbe immaginato che questa si sarebbe prolungata per 3 anni e che la “comunità internazionale” avrebbe lasciato la popolazione locale in balia del fuoco e dell’odio nemico. La guerra ti cambia la vita, si sa, e Damir si arruolò volontariamente nell’esercito. Aveva pensato, come tanti suoi amici e coetanei, di andarsene, di scappare, ma alla fine un “qualcosa” lo aveva trattenuto a Sarajevo; forse la voglia di non arrendersi a quel destino che sembrava quasi impossibile cambiare,o forse semplicemente l’attaccamento alla sua casa, alla sua famiglia e alla sua città ferita. Passa il tempo, si continua a sparare dalle montagne, ma l’Università riapre. Damir si iscrive a Lettere e percorre spesso a piedi quei pericolosissimi 10 chilometri che lo portano dalla sua casa all’Università. Damir riesce a portare avanti i suoi studi, si laurea e sopravvive al lungo assedio. Molti dei suoi amici se ne sono andati, anche se tornano ogni tanto nella loro città natale, ma sempre di passaggio perchè ormai è diventato difficile reintegrarsi in quella che era stata una volta la loro casa. La disoccupazione è altissima, la corruzione impera nella maggior parte delle istituzioni, la Polizia e le scuole sono ancora divise a seconda delle etnie. I problemi per la Bosnia non sono ancora finiti e, come dice una frase di un celebre film locale che si sente ripetere da molti bosniaci, “la gente si amava di più in guerra che adesso”. Damir pensa spesso alla guerra e a quegli anni di incertezza e paure. Non può dimenticare, e forse, chissà, sarebbe anche sbagliato farlo.
Parole chiave: sarajevo, bosnia erzegovina
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Bosnia Erzegovina