Vazquez punta sulla riconciliazione con i militari della dittatura, ma scatena forti contestazioni
Una stretta di mano scatena il caos. La
giornata del “Nunca Mas”è da sempre un momento sacro per
l'Uruguay. È il giorno in cui si commemorano le vittime della
dittatura, in cui si ricordano i loro volti, se ne pronunciano i
nomi, nell'intento di non dimenticare affinché Mai Più
si ripeta quell'orrore. E così avrebbe dovuto essere anche
quest'anno, se non fosse che il presidente della repubblica, Tabaré
Vazquez, ha deciso di dare a quella giornata un fine ancora più
alto: perdonare. Ma in un paese dove solo trent'anni fa 400 mila cittadini
vennero esiliati, oltre 20 mila imprigionati e alcune centinaia scomparvero, e
dove nessun generale è
stato ancora giudicato, il perdono suona alquanto prematuro, specialmente adesso
che sta per essere varata una legge "colpo di spugna" che
metterà sullo stesso piano vittime e carnefici.
Atto simbolico. Così, il
19 giugno, giorno della nascita dell'eroe nazionale José
Gervasio Artigas, il capo di Stato ha pensato bene di includere nella
consueta cerimonia d'onore un gesto di riconciliazione con Pedro
Bordaberry, uno dei figli di Juan María Bordaberry, che guidò
il governo dal '72 al '73, e dopo il colpo di stato militare continuò
a comandare fino al '76, anno in cui fu espulso dallo stesso
esercito. Un uomo-simbolo di dolore e morte, dunque, che adesso è
in carcere, nonostante i suoi 80 anni, in attesa di giudizio per la
sua responsabilità nel sequestro e nella sparizione di 14
oppositori politici.
Reazione. Un gesto questo che ha
provocato la reazione di migliaia di persone, in gran parte
simpatizzanti della sinistra, quindi della coalizione guidata proprio
da Vazquez, che ha gridato a gran voce “mai ci sarà
riconciliazione, tanto meno per decreto presidenziale”. Al, “mai
più fratello contro fratello” del presidente, hanno risposto
“mai più terrorismo di stato”, mostrandosi su posizioni
per ora inconciliabili. E si è trattato di una protesta che ha
riempito le strade di manifestanti e bandiere, cartelli e striscioni,
e che ha dimostrato come l'Uruguay non sia ancora pronto per un passo
così grande. È ancora tutto troppo fresco, troppo
vicino. Non è passato ancora abbastanza tempo, né è
stato fatto tutto quello che era possibile fare per sapere la verità.
Prima la verità, poi la riconciliazione, sembrano gridare gli
uruguaiani.
Critiche. E, prevedendo
contestazioni, il governo, per non trovarsi nella stessa situazione
scatenata dalla visita di George W. Bush a Montevideo, ha mobilitato
una marea di poliziotti in tenuta antisommossa, diventati poi il
bersaglio della rabbia dei manifestanti: lancio di uova, palloncini
pieni di vernice e cori vari hanno travolto gli agenti, trincerati
dietro a caschi e manganelli.
L'appuntamento così tanto voluto
da Vazquez è stato duramente criticato anche dalle
organizzazioni in difesa dei diritti umani, che hanno partecipato
vivacemente alla marcia per le strade della capitale. E ha convinto
poco anche gli ex presidenti Julio María Sanguinetti (1895 –
1990, 1995 – 2000), Jorge Batlle (2000-2005), del Partido Colorado
(lo stesso di Bordaberry junior), e Luis Alberto Lacalle (1990 –
1995) del partito Nacional o Blanco.
La cerimonia. A mezzogiorno in
punto, nonostante l'atmosfera di tensione, il mausoleo di Artigas di
piazza Indipendenza si è trasformato nel teatro del discusso
evento: figure del governo, dell'esercito, e dell'opposizione si sono
incontrati, testa alta e occhi negli occhi. Fra le fila
dell'Esecutivo, anche José Mujica, adesso ministro
dell'Agricoltura, ma allora valente capo guerrigliero. Strette di
mano, sorrisi e via a passo levato. Solo Jorge Larrañaga ha
voluto commentare le contestazioni: “Se non possiamo incontrarci
per risolvere questioni aperte che risalgono a 30 anni, dobbiamo
rimandare di altri trenta anni la costruzione del nostro futuro”.
Poi ha aggiunto: “Anche oggi c'è violenza nel nostro paese:
i bambini chiedono l'elemosina per le strade”.
Prematuro. Un evento che arriva
sulla scia del progetto legge voluto dall'opposizione e accettato
dalla maggioranza, che mette sullo stesso piano vittime e carnefici.
È al vaglio del Congresso, infatti, una legge che prevede
indennizzi sia per militari e poliziotti sia per i familiari dei
desaparecidos. Tutto in nome della necessità di
riconciliazione nazionale. E anzi, nella lista delle persone da
risarcire ci sarebbero 66 esponenti della dittatura e solo 26
famiglie su 200 scomparsi. E in più, senza il minimo accenno a
quello che le Nazioni Unite definiscono risarcimento integrale, ossia
verità e giustizia. La maggioranza del paese ha dichiarato il
suo no al voltare pagina quando ancora gli ufficiali si rifiutano di
svelare i luoghi dove sono sepolti i resti dei loro cari, nella
speranza di depistare fino a logorare l'opinione pubblica. E in un
paese dove la legge “
de
caducidad” la fa ancora da padrone, quella di Vazquez
appare una missione impossibile.