Nel 2005 l'Omc dà il via al libero mercato del tessile. Effetti drammatici sui Paesi più poveri
A mezzanotte del 31 dicembre
l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) cancellerà i vecchi accordi del mercato mondiale del tessile e dell’abbigliamento,
con conseguenze devastanti per i Paesi produttori più poveri. A lanciare l’allarme
è l’ong inglese
Christian Aid: con il nuovo anno non ci saranno più regole,

inizierà un processo di liberalizzazione sfrenata di cui faranno le spese soprattutto
Bangladesh, Sri Lanka, Cambogia, Nepal. E, fuori dal continente asiatico, Messico,
Santo Domingo, Kenya, Lesotho e Mauritius. Ventisette milioni di persone nel mondo
potrebbero perdere il posto di lavoro, di cui un milione, secondo il Programma
di sviluppo delle Nazioni Unite, solo in Bangladesh.
Il vecchio accordo. A scomparire sarà il Multi Fibre Agreement (MFA) che trent’anni fa stabilì le quote-limite di importazione/esportazione
dei prodotti tessili. “Questo accordo è stato voluto da Stati Uniti, Canada ed
Europa per fermare le tiger economy (‘economie in crescita’) di Taiwan, Cina, Hong Kong e Corea del Sud”, spiega
a PeaceReporter John McGhie, ricercatore di Christian Aid. “I Paesi occidentali misero un freno alle produzioni accelerate dei Paesi asiatici
perchè temevano che potessero danneggiare i produttori locali. In realtà si creò
una situazione paradossale: Europa, Stati Uniti e Canada si trovarono ad avere
comunque bisogno delle produzioni straniere e così iniziarono a importare da altri
luoghi del sud del pianeta”.
L’MFA, dunque, ha bloccato le industrie asiatiche più forti, ma ha favorito quelle
più deboli. Il Bangladesh, per esempio, prima degli anni settanta contava solo
un punto vendita di vestiti. A metà anni ottanta gli outlet erano già 500. “Oggi nel Paese asiatico - continua McGhie - le esportazioni
forniscono il 74 per cento del reddito nazionale e 1,8 milioni di persone – l’80/90
per cento donne – sono impiegate in oltre 3.500 fabbriche di piccola e media grandezza”.
Previsioni drammatiche. Da qualche anno, però, i principali marchi occidentali di abbigliamento, che
ormai hanno spostato la produzione quasi del tutto nel sud del mondo, considerano
l’MFA un ostacolo. Così, pressato dalla
lobby dei grossi rivenditori, l’Omc ha concluso nel 1994 l’
Agreement on Clothing and Textiles e ha cominciato

a eliminare le quote. Risultato: nel 2002 le esportazioni cinesi verso gli Usa
di capi per bambini sono triplicate, mentre quelle bengalesi hanno registrato
una caduta del 16 per cento. E non finisce qui: il Bangladesh ha perso finora
il 46 per cento del suo mercato.
“Senza le barriere alle esportazioni – dichiara McGhie – i piccoli produttori
verranno spazzati via dai più forti, ovvero dalla Cina, dall’India e in parte
dal Pakistan che hanno migliori infrastrutture e un enorme bacino di manodopera
ancora da sfruttare”. Il Bangladesh, a causa della burocrazia, della corruzione,
della mancanza di vie e sistemi di trasporto e dell’assenza di leggi adeguate,
non reggerà di certo la competizione.
Proposte: il trade fairly. McGhie propone: “Anche se è impopolare dirlo in epoca di libero mercato, alcune
protezioni dovrebbero essere mantenute. L’Omc porta avanti un’ideologia fondamentalista
di liberalizzazione che non tiene conto dell’impatto sui Paesi più poveri. I governi
dovrebbero impedire che i grandi rivenditori occidentali adottino il cut & run, cioè la fuga verso i Paesi che offrono maggiori opportunità di profitto”. Importando
da India e Cina, che possono produrre a costi più bassi, l’Occidente potrà vendere
gli abiti a prezzi inferiori. “E’ vero – replica il ricercatore di Christian Aid – ma i lavoratori restano la priorità. Noi proponiamo alle multinazionali del
tessile il trade fairly, ovvero di agire in modo socialmente responsabile. Come dice lo stesso WTO,
il mercato - più dei sussidi - può aiutare i Paesi in via di sviluppo ad uscire
dalla povertà, ma solo se viene regolamentato. Inoltre anche il consumatore deve
diventare responsabile e chiedere trasparenza, da dove provengono i prodotti.
Spesso spendere qualcosa in più significa aiutare gli operai dei Paesi poveri”.
Il caso Bangladesh. Qui le condizioni di lavoro, obiettano in molti, sono drammatiche: paghe da
fame, maltrattamenti, nessun diritto. “Ma avere un impiego – afferma McGhie -
è meglio che restare disoccupati”. Mashuda Khatun

Shefali, operatrice del Centro per le iniziative femminili in Bangladesh, dichiara:
“Le donne bengalesi scappano dalle campagne verso le città in cerca di lavoro
o perché sono vittime dell’oppressione di genitori e mariti. Trovano impiego nelle
fabbriche tessili perché lì non sono richieste qualifiche ed esperienza. Il guadagno
diventa una possibilità di emancipazione. Le giovani possono fare alcune scelte,
come quella di rifiutare un marito imposto dai famigliari”. Dello stesso parere
è Rokeya Rafique, direttrice dell’associazione Donne lavoratrici: “Se una donna
bengalese viene licenziata, perde status, dignità e ogni capacità di decidere
della propria vita”.
Testimonianze. Christian Aid ha raccolto le storie di alcune donne: “Ho fatto la sarta per sei anni e guadagnavo
22 dollari al mese”, dice Farita, 20 anni. “Lavoravo dalle 8 alle 22 tutti i giorni
della settimana. Sei settimane fa il mio capo ha detto che non c’erano più ordini
e così mi ha licenziata. Mio marito mi ha lasciata e ha preteso 430 dollari di
dote. Ha anche minacciato di sfigurarmi il viso con l’acido. Adesso non so cosa
fare, sto cercando di nuovo lavoro in una fabbrica tessile”.
Spesso le ragazze nella situazione di Farita finiscono vittime del mercato della
prostituzione e del traffico di esseri umani. “Sono arrivata a Dacca un anno fa,
dopo la morte dei miei genitori”, racconta Halima, una ragazzina di soli 14 anni.
“Sono andata a vivere con mia cugina e a lavorare in una fabbrica per 10 dollari
al mese. Dopo due mesi, però, mio fratello si è ammalato e sono dovuta tornare
al villaggio per curarlo. Perciò ho perso il lavoro. Qualche giorno più tardi
un uomo ha promesso di trovarmi un nuovo impiego nella capitale. Ma mi ha portata
al confine con l’India e mi ha rinchiusa in una stanza. Per fortuna la polizia
mi ha trovata e portata in un centro di accoglienza”.