Dopo un'ondata di arresti nelle fornaci che sfruttavano il lavoro minorile, il governo Cinese promette una svolta nelle indagini
scritto per noi da
G. l. Ursini
Dopo averci rimesso la faccia, da Pechino arriva un alt allo scandalo del traffico
di lavoratori minorenni nelle fabbriche di mattoni dello Shanxi, in molti casi
con la connivenza dei capi locali del Partito Comunista. Lo scandalo era scoppiato
la scorsa settimana, con 120 arresti compiuti dalla polizia subito richiamato da
tutte le maggiori testate internazionali, da Reuters a Bbc a Cnn; a fare maggior scalpore era stato il caso di Wang BingBing, proprietario d’una
fornace dove 29 bambini erano costretti a turni massacranti a forza di botte,
e coperto in più occasioni dalla polizia del villaggio di Hongtong. Questo in
onore a Wang Dongyi, capo locale del Partito e soprattutto, padre dell’imprenditore
senza scrupoli.
Compagni che sbagliano. Il governo di Pechino è corso ieri ai ripari annunciando un'indagine in grande
stile a livello nazionale sulle condizioni lavorative massacranti, soprattutto
per i bambini; il riferimento è diretto ai problemi delle province rurali di Shanxi
ed Henan (nord di Pechino), dove erano state trovate le fornaci irregolari. Il
premier Wen Jiabao ha riunito il Consiglio dei ministri, dando il più alto riconoscimento
mai concordato alla gravità del fenomeno della schiavitù dei lavoratori cinesi.
Funzionari locali sono stati accusati di aver sottovalutato o addirittura aiutato
il traffico di lavoratori. Il governo ha annunciato che chi è stato coinvolto
in casi di negligenza o collaborazione con la tratta di uomini verrà severamente
punito.
La protesta dei papà. I bambini ‘sequestrati’, come da definizione dei media cinesi dissidenti, avevano
pubblicato il 7 giugno su
Tianya Club (maggiore forum per dissidenti del web in mandarino) una lettera in cui chiedevano
di ‘rientrare in possesso’ dei loro bambini, sequestrati nelle fornaci dello Shanxi.
I bambini sottratti da questo traffico dai contorni ancora oscuri sarebbero secondo
i loro genitori, circa 2mila, di cui 500 dalla confinante provincia di Henan.
L’agenzia di stampa ufficiale 'Xinhua' riportava il 13 giugno di una mega operazione
di polizia che ha visto 35mila agenti ispezionare 750 fornaci. Solo il giorno
prima un pezzo grosso del partito, Wang Zhaoghao del Comitato Centrale del PolitBuro,
aveva preso le difese dei padri, dando così un appoggio ufficiale alla protesta
che montava nel Paese.
E la censura del Partito. Ma c’è un aspetto inquietante della vicenda. L’Internet Bureau' dell'Ufficio
'Stampa e Comunicazione' del Partito comunista a Pechino ha inviato una nota a
tutti siti web in mandarino invitandoli a “rafforzare il loro monitoraggio sulla
situazione delle fornaci in Henan”. Una forma nemmeno troppo velata di censura.
Nella nota ufficiale del giorno 18, venivano invitati addirittura i siti a “non
pubblicre commenti postati sui siti riguardo la vicenda” e a “bloccare tutte le
forme di partecipazione diretta a altri strumenti come forum, blog e messaggi
istantanei”. Più che reprimere i fenomeni, da Pechino pensano a salvare la faccia
davanti il mondo intero, in vista delle Olimpiadi del 2008.