20/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Fondazione britannica lancia appello per un boicottaggio 'etico'
Il frontespizio del rapportoDenaro 'sporco'. Dove finiscono i tuoi soldi? Potresti aver finanziato il genocidio in Darfur? Si apre con questo disturbante interrogativo il rapporto di una fondazione britannica, la Aegis, nel quale sono elencate le compagnie del Regno Unito che investono nel settore petrolifero sudanese. Poiché, tra le altre, figurano società che gestiscono fondi pensione e altri istituti che amministrano i risparmi di migliaia di persone, la Aegis ha lanciato una campagna di disinvestimento mirata il cui fine è quello di privare la leadership sudanese della principale entrata economica. Quella dei proventi dell'oro nero. Il 60 percento delle entrate del Paese africano provengono dalle royalties dell'industria del petrolio. Con questo denaro, secondo la Aegis, vengono armati i miliziani arabi janjaweed e condotte campagne militari nelle zone teatro del genocidio e a tutt'oggi sottoposte a violenze continue.
 
Vittima del genocidioChiesa e petrolio. La crisi in Darfur ha provocato tra 200 e 400 mila morti. Il primo responsabile - denuncia la Aegis - è il governo di Khartoum, che si è dimostrato indifferente alle pressioni politiche esercitate per porre termine alle uccisioni, a disarmare i janjaweed, a cooperare col tribunale penale internazionale, accettando solo ieri il dispiegamento di una missione mista (Onu e Unione Africana) di 20 mila peacekeepers (che verrà inviata nella regione solo il prossimo anno). I profitti del petrolio sono schizzati da 62 milioni di dollari nel 1999 ai 4.5 miliardi del 2006. Quali sono le compagnie petrolifere straniere che versano le royalties a Khartoum? Quali, nel Regno Unito quelle che posseggono quote azionarie di queste compagnie?  I cinesi, innanzitutto. A godere delle generose concessioni di estrazione, PetroChina e Sinopec fanno la parte del leone. Poi c'è la malese Petronas, la svedese Lundin, l'indiana Oil and Natural Gas Company e la britannica Petrofac. Tra i più consistenti investitori figura, sorprendentemente, la Chiesa d'Inghilterra. Gli anglicani possiedono 850 mila azioni della Petrochina e poco più di un milione della Sinopec. Poi ci sono i fondi pensione, o altri istituti d'investimento, come la Barclays Bank, terzo istituto di credito del Regno Unito.
 
Peter HainIntervento autorevole. Sostegno alla campagna di disinvestimento è stato offerto da un importante personaggio politico: Peter Hain. Segretario di Stato dell'Irlanda del Nord, già attivista contro l'apartheid sudafricano e uno dei fautori del recente accordo di Belfast tra unionisti e nazionalisti, Hain è uno dei candidati alla vicepresidenza dei Labour. Istituendo un parallelismo tra i potenziali effetti del disinvestimento in Sudan e i risultati ottenuti attraverso il boicottaggio economico durante la battaglia anti-apartheid in Sudafrica e un'analoga politica di sanzioni adottata in Irlanda del Nord, Hain ha dichiarato che la finalità della campagna della Aegis è di "colpire il governo del Sudan e la sua élite direttamente nel portafoglio e al tempo stesso utilizzare la cautela e la cura necessarie a minimizzare le conseguenze umanitarie di tali azioni". Otto Paesi, Australia, Canada, Germania, Irlanda, Italia, Sud Africa, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno cominciato a intraprendere campagne di disinvestimento mirato. Quattro aziende - la Abb (Svizzera), Siemens (Germania), Rolls Royce (Regno Unito), Chc Helicopter (Canada) si sono ritirate dal Sudan. Un'azienda, la francese Schlumberger, si è impegnata nella promozione e nell'attuazione di programmi umanitari di sostegno alla popolazione.

Luca Galassi

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