Esistono
storie che, pur se raccontate mille volte, lasciano dietro di loro
ombre difficili da dissipare. E' il caso di Srebrenica, dove è
stato commesso il crimine più atroce in Europa dopo la Seconda
guerra mondiale. Tanti hanno raccontato Srebrenica, ma non sembra mai
abbastanza. Tutto sembra già detto e scritto, ma tutto sembra
ancora da raccontare. Tra libri, documentari e quant'altro, un posto
di rilievo nella ricostruzione dell'orrore di Srebrenica spetta a una
giovane scrittrice bosniaca, Elvira Mujcic, che con il suo
Al di
là del caos è riuscita a rendere, senza luoghi
comuni e retorica, un concetto profondo: le guerre lasciano segni
indelebili, anche su coloro che sopravvivono. E non sempre si vedono
a occhio nudo.
Un incubo che diventa realtà. L'11
luglio 1995, dopo giorni di furiosi combattimenti, l'esercito
serbo-bosniaco riuscì a entrare definitivamente nella città
di Srebrenica. Era una zona protetta, abitata da una maggioranza di
musulmani nel tumulto dei serbi. Alla fine Srebrenica non è
stata protetta da nessuno.
Secondo
fonti ufficiali le vittime del massacro furono circa 7.800, ma alcune
associazioni affermano che furono oltre 10 mila. Qualcuno si salvò,
e tra loro Elvira. Ma è difficile stabilire se ci si possa
salvare davvero da quello che accadde a Srebrenica. Elvira ha dovuto
scrivere per cauterizzare le sue ferite, “come mi ha consigliato di
fare la mia psichiatra”, racconta lei stessa con l'ironia
intelligente che pervade tutto il suo libro. Un libro che serve a lei
per mettere a posto certe cose, e per raccontare la guerra senza
orpelli retorici.
Per
farlo ha scelto di scrivere e, almeno a giudicare dalle citazioni
musicali che accompagnano tutto il racconto, stupisce quasi che
Elvira non abbia scelto la musica per raccontare la sua storia.
“Io
sono la donna delle citazioni. Per ogni momento della mia vita, per
ogni cosa che mi viene detta, ho una citazione da farti. Soprattutto
letterarie, visto che leggo da quando ho 4 anni – commenta la
Mujcic - nel libro, alla fine, mi sono fatta trascinare dalla musica,
di cui cito le parole, anche se tante volte è la musica stessa
che vorrei evocare, ma in un libro non posso! La scelta è
dovuta al fatto che il mio è un libro fatto di sensazioni, e
forse la musica aiuta di più a trasmetterle. Lo faccio anche
con le cose che sto scrivendo adesso: mentre lavoro, annoto in cima
alla pagina la musica che ascolto in quel momento. Anzi, all'inizio
c'erano molte più citazioni, poi però mi sono riletta,
e mi sono trovata un sacco pesante. E allora mi sono detta:
togliamone un po'. Ed è per questo che, volendo recuperare le
mie sensazioni di allora, e non scrivere un libro adesso sulla
guerra, ho tentato di recuperare la musica che ascoltavo, per
recuperare anche le sensazioni di allora”.
Non c'è pace senza giustizia. Non
un sguardo volto all'indietro quindi, ma un viaggio nel cuore di una
ragazzina di 14 anni, in mezzo alla bufera.
“Tutti,
guardando indietro, non possono che dire che la guerra è una
gran brutta cosa. E' normale”, racconta Elvira, “ma io non volevo
scrivere di quello che è successo partendo dall'oggi, bensì
recuperando la dimensione di allora, quando raccogliere le granate o
vivere in un campo profughi, per una ragazza di 14 anni, sembra
divertente. In ogni cosa, se hai quell'età, trovi un
divertimento. E mi sembrava giusto dirlo. All'epoca, io volevo
tornare a tutti i costi a Srebrenica o nel campo profughi, perché
mi sentivo più a mio agio là che in un piccolo paese in
Italia”.
Da Srebrenica, con madre e fratelli, Elvira è
fuggita, poco prima che la follia avesse il sopravvento. Alle sue
spalle ha lasciato il padre, lo zio e tante altre persone che, fino a
pochi giorni prima, rappresentavano la sua vita, la sua quotidianità.
Il padre non è mai stato trovato e, salvo alcune segnalazioni
di testimoni del tempo, a lei e alla sua famiglia resta il ricordo.
Lo stesso che accompagna il dolore di migliaia di famiglie di
Srebrenica, che vorrebbero un corpo da seppellire e una tomba sulla
quale piangere. O almeno vorrebbero vedere in carcere i responsabili
del massacro.
Tra memoria e giustizia. Con
il rischio però che, fino a quando non si viene a patti con il
passato, non si riesce a costruire il futuro. “E' vero, ma è
difficile però”, risponde la Mujcic, “si può dire
ok, ormai è successo e so chi è stato. Però dai
più grandi carnefici, fino ai più piccoli aguzzini,
tanta, troppa gente è in giro per la strada. Diventa una
questione di giustizia, non di memoria. Non è la punizione del
colpevole che ti permette di elaborare il tuo lutto, ma almeno l'idea
che se vai a fare la spesa non incontrerai certe persone, libere di
andarsene a passeggio. Io riuscirei a convivere con i serbi solo nel
momento in cui fossi davvero sicura che almeno la maggior parte delle
persone che hanno fatto certe cose fosse stata punita. In Italia per
esempio, riesco ad avere rapporti con persone che vengono dalla
Serbia, però quando arrivo a Srebrenica no. Lì loro
sono loro, e per me finiscono per diventare tutti colpevoli, proprio
perché i veri colpevoli non sono stati puniti, e io non posso
distinguerli dagli innocenti. E' difficile riuscire a fidarsi. Lo
abbiamo fatto una volta e, anche se tutti dicevano che la guerra non
sarebbe arrivata, alla fine è andata a finire così. Poi
lo so anche io che non torneremo alla bella Jugoslavia di Tito, ma
almeno sarebbe un buon punto di partenza. La punizione dei colpevoli
farebbe bene a tutti, vittime e carnefici”.
Tito o non Tito? Ma
come, la bella Jugoslavia di Tito? In Italia è una specie di
bestemmia. “Lo so bene, e infatti ho deciso che alle presentazioni
del libro non ne parlo più”, risponde con un sorriso Elvira.
“Appena accenno all'argomento mi saltano addosso, dicendomi che non
sono una donna libera perché rimpiango la dittatura. E'
difficile spiegare, anche perché devo riuscire a scindere
quella che sono oggi, ben consapevole di certe cose, da me bambina,
cresciuta con una mamma che dire comunista è poco. E'
difficile spiegare che, tranne parlare male di Tito, tutto si poteva
fare nella ex Jugoslavia. L'aspetto più strano è che
sull'argomento Tito trovo sempre ostilità, tranne quando parlo
con persone che provengono dall'ex Jugoslavia e loro puntualmente
sono d'accordo con me. In Italia c'è un'unica idea in merito:
noi eravamo dei poveracci, sottomessi da Tito, che ci aveva tenuti
assieme a frustate. Nessuno si chiede come mai ci fossero il 46
percento di matrimoni misti nella ex Jugoslavia. Non posso certo
negare che ci siano state le foibe, oppure che non sia esistito il
carcere di Goli Otok. Però in Italia ci si limita a
considerare questo, senza approfondire come era la Jugoslavia. E
allora alla fine mi annoio a passare per la paladina del comunismo e
lascio perdere”.
L'Italia
già, dove non è difficile solo parlare di Tito. I
Balcani per esempio, così lontani, così vicini. Ma
quanto in questo paese si conosce davvero quella regione martoriata
dalla guerra, ma anche ricca di cultura e tradizioni che qui, spesso,
ignoriamo.
“In
Italia, a parte Paolo Rumiz, che poi se n'è distaccato, ben
pochi hanno capito i Balcani”, spiega Elvira, “ il suo 'Maschere
per un massacro' mi ha colpito al punto che, dopo aver letto le prime
righe, ho esclamato ''ecco qualcuno che ha capito qualcosa''. Pochi
altri, come Luca Rastello e Roberta Bigiarelli, hanno capito. In
genere c'è molta superficialità”.
Di passaggio. L'Italia
appunto, rifugio prima e casa adesso, a Roma. “In genere, nella mia
vita, non faccio delle scelte. Vengo sballottata. Non ho scelto, sono
arrivata qua a 14 anni – racconta Elvira - Sebrenica è stata
assegnata alla Repubblica Srpska e, dopo la guerra, non potevamo
comunque tornare indietro. Sono rimasta qui, e alla fine ho imparato
meglio l'italiano del bosniaco. Sto meditando di tornare a vivere in
Bosnia, credo a Sarajevo, almeno per un anno, ma è una
decisione difficile”. Difficile ma sentita, perché uno dei
personaggi del racconto è Venesa, la cugina di Elvira, che
come lei ha perso il padre in guerra, ma è rimasta a vivere in
Bosnia. E, quando ne parla nel libro, Elvira sembra quasi sentirsi in
colpa verso coloro che sono rimasti.
“La
voglia di tornare è più emotiva che razionale”,
racconta Elvira, “vorrei rivivere le quattro stagioni in Bosnia per
esempio. Adesso mi sento molto più italiana che bosniaca, e mi
da fastidio. E' una cosa bruttissima. Quando vado in Bosnia, e parlo
il bosniaco con l'accento italiano, tutti mi dicono “brava, dove
hai imparato il bosniaco?”. E poi vorrei vedere come si vive in
Bosnia da grandi, perché conservo questa immagine nostalgica
della mia terra, legata alla mia infanzia. E anche i rapporti di
allora, adesso sono solo l'alter ego di quello che erano. Grazie al
libro sono riuscita a tirarle fuori, alcune cose, ma per poterle
rimettere in una scatola ho bisogno di stare un po' in Bosnia”. Tra
le cose da riporre ci sono anche i sensi di colpa rispetto alla
guerra. “Si, sono in genere legati all'idea di non essere stata lì
a soffrire con loro. È un po' un problema dei sopravvissuti:
ci si sente in colpa perché si è avuto da mangiare,
perché non si è patito il freddo. Fondamentalmente
perché sei arrivato a 27 anni, e gli altri no”. La guerra fa
sentire in colpa chi sopravvive, ma lascia a loro il compito di
raccontare, come ha fatto Elvira Mujcic.