Le favelas di Rio de Janeiro. La voce di chi ci vive e lavora da otto anni
Rio de Janeiro, settecento favelas dentro la città, arrampicate su piccoli promontori.
Migliaia di abitanti e tanta povertà. A farla da padrona la violenza, parte integrante
della quotidianità. Due bande si sono letteralmente spartite il territorio e controllano
il mercato della droga: il commando Vermiglio e il commando Terceiro. Gang pronte
a tutto, armate fino ai denti, che hanno in mano il destino di migliaia di ragazzi.
“Spacciare dà denaro facile e ne dà tanto – spiega Paola Galafassi, volontaria
dell’Avsi, da otto anni in Brasile – ed è quindi una tentazione fortissima per
la maggior parte dei giovani. La loro è una vita di abbandono e solitudine sin
dalla più tenera età. Crescono lasciati a loro stessi, in famiglie praticamente
inesistenti. Spesso manca una figura paterna e la madre, oltre a dover badare
ai tanti figli, deve anche lavorare”. Sono tanti, infatti, coloro che arrivano
a scegliere la banda.
“Entrare in un commando è acquistare un’identità, diventare qualcuno. Avere soldi
in tasca e una pistola fa sentire importanti in questo mondo e il gruppo garantisce
loro un senso di aggregazione, di protezione – racconta -. A circa dodici, tredici
anni lasciano la scuola e vengono iniziati alla malavita. Il primo scalino è il
piccolo spaccio. Si ritrovano da un giorno all’altro con un’arma e tanti soldi
da spendere e quasi sembrano non considerare il fatto che rischiano di morire
ogni ora”.
Sembra una spirale senza via d’uscita ma Paola Galafassi non ci sta. “Una speranza
c’è ed è creare loro un’alternativa – racconta -. L’unica possibilità è farli
sentire parte di una comunità che crea e non distrugge, è dimostrarli che diventare
qualcuno non significa avere una pistola e denaro facile. Infondere in loro la
cultura del lavoro è la strada”. Anni di esperienza diretta sul campo non mentono.
“E’ dal 1998 che lavoro nelle favelas e ho visto che dando ai giovani l’opportunità
di scegliere si salvano dalla strada. Ho iniziato col gestire un progetto dal
titolo Educarsi lavorando, un doposcuola in cui si davano ripetizioni e si aiutavano
a recuperare le ore scolastiche perdute a cui seguivano corsi di formazione e
introduzione nel mondo del lavoro. Ecco, i risultati sono stati incredibili. Ho
visto ragazzi inizialmente svogliati e poco disponibili, concludere il progetto
con entusiasmo e determinazione. Adesso qualcuno di loro ha creato cooperative
di informatica, qualcuno insegna, qualcun altro si occupa del sociale. Non solo.
Persino le madri hanno reagito in maniera sorprendente. Se spronate, se coinvolte,
hanno mostrato grande volontà di intervenire nella vita dei figli. Con l’aiuto
di un assistente sociale che puntualmente le informava del comportamento dei propri
ragazzi a scuola, si sono riappropriate della loro funzione educativa, dimostrando
una grande fermezza. E qualcuna è andata oltre.
Dopo aver partecipato a un nostro corso di artigianato, ha messo in piedi una
cooperativa di saponette che adesso lavora molto attivamente. E’ incredibile quanto
ingegno e quanta creatività sappia mostrare questa gente”.
A quanto pare, dunque, il segreto per salvare i giovani delle favelas dalla malavita è
non lasciarli soli, seguirli, introdurli in una vita altra. “E’ quello che cerchiamo
fare nel nostro piccolo. Da tre anni ho lasciato il progetto Educarsi lavorando
e lavoro con trecentocinquanta bambini dal nido alla materna e con cento ragazzi,
divisi in tre classi di età dai 12 ai 14 anni – spiega Paola Galafassi -. Sono
questi a preoccuparmi di più. Stanno attraversando il momento più difficile, ma
se sostenuti mostrano di saper tenere duro. Sono loro ad avermi dato la conferma
di quanto sia importante in questa realtà avere un punto di riferimento che in
qualche modo supplisca alla precarietà dei legami familiari. Il nostro centro
è diventato il loro punto di riferimento. E’ ormai parte delle loro vite. Conosciamo
le loro situazioni, una ad una, e sono loro i primi a volere la nostra presenza,
a volerci nelle loro vite. Hanno trovato un gruppo che li sostiene e difficilmente
ci rinunciano. Stanno imparando a trarre soddisfazione dall’andare bene a scuola,
stanno capendo che non si lavora solo per i soldi, ma bensì per crescere, per
maturare. Cerchiamo di accompagnarli per mano lontano dalla violenza, cerchiamo
di dar loro la possibilità di non scegliere la malavita. Perché non illudiamoci,
quella non finirà mai”.