Molti speravano che
l’incontro tenutosi a San Pietroburgo lo scorso 9 giugno tra il presidente
dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, e quello dell’Armenia, Robert Kocharian, avrebbe
finalmente sbloccato il negoziato sullo status del Nagorno-Katabakh, la regione
che i due paesi si sono contesi con una guerra che ha causato, dal 1991 al
1994, oltre 30 mila morti e circa un milione di profughi.
Purtroppo, invece, nemmeno
questa volta si registrano passi avanti. Tra i tanti punti che ancora dividono
Baku e Yerevan c’è la questione del ritorno dei rispettivi sfollati:
fondamentale per la definizione dei rapporti di forza demografici nella
prospettiva di un referendum sul futuro della regione.
Scritto per noi da
Antonio Tiso e Ilenia Piccioni
Con un pulmino privato
partito da Martouni, sul lago di Sevan, in Armenia, arriviamo nel Nagonro-Karabakh
dopo un lento viaggio tra le verdi montagne del Caucaso. L’automezzo è carico
di provvigioni alimentari accatastate ai piedi dei viaggiatori: cocomeri e
verdura, sigarette, birra e carne d’agnello. Le strade sono dissestate: ci
teniamo aggrappati alle maniglie con forza. Attraverso il vetro sporco si
scorgono sentieri poco battuti, carcasse di fortezze decadute, carri armati
azeri abbandonati, montagne meravigliose circondate dai cecchini azeri.

Entriamo in zona
militare. I nostri compagni di viaggio portano rifornimenti ai loro familiari
che
lavorano in un campo militare a presidio dei confini con l’Azerbaigian. Qui non
è possibile scattare foto. Le verdi montagne cedono gradualmente il passo a
paesaggi aridi e secchi. Siamo nei pressi delle rovine di Agdam, l’Hiroshima
del Karabakh come viene chiamata da questa parti. Non esistono più cimiteri
ufficiali, per il semplice fatto che i morti dopo la guerra erano troppi e li
si seppelliva dove si poteva. Croci di pietra o di legno, zappe piantate nel
terreno intelaiate con un pezzo di legno orizzontale coprono a migliaia una
terra arsa di sole e pregna di sangue.

Non lontano da
Stephanakert c’è Shushi, l’antica capitale del Karabakh, il centro abitato che
più ha risentito del conflitto con l’Azerbaigian. Shushi è una cittadella
fortificata, arroccata su una montagna. La salita è lenta e il minibus pare un
vecchio mulo che conosce la strada ma stenta ormai a percorrerla. Accanto a noi
un magma di persone con sacchi di farina accatastati l’uno sull’altro sputa
polvere bianca a ogni buca. Tra i nostri compagni di viaggio c’è una donna anziana
vestita di una sgargiante camicia di seta rossa, di un’eleganza antica. Il suo
volto rugoso è illuminato da un dolce e malinconico sorriso. Scrive frammenti
di una poesia su un quaderno. Ci spiega che è rimasta vedova del suo giovane
marito, morto nella guerra contro gli azeri, e da allora non si è mai più
ripresa.

Entrare a Shushi è
come entrare nel fitto di una foresta d’inverno: ossature di case e palazzi si
ergono in ogni angolo. Rovine di edifici raccontano di un passato glorioso. Un
gruppo di anziani gioca a carte davanti a una fila di negozi ridotti in macerie.
Nel centro della borgo, all’angolo di una piccola piazza, il muro esterno di un
edifico porta una scritta in caratteri armeni: “La salvezza degli armeni
risiede solo nella loro unità”. Un veterano ci racconta che l’autore di questa
scritta venne incarcerato dagli azeri. L’ex soldato ci traghetta lungo i siti
militari abbandonati: tra le macerie della fortezza solo cespugli di more e
animali al pascolo. Il nostro passaggio per le vie del borgo risveglia la
curiosità degli abitanti e in breve, per le strade, si riversa una moltitudine
di bambini che ci accompagna animando di nuova vita il sonnolento centro
cittadino.

I visi delle
persone portano ancora le cicatrici della guerra, i loro volti sono induriti.
In centro un’antica moschea abbandonata si erge tra l’indifferenza degli
abitanti, mentre la chiesa principale, la Cattedrale di Ghazanchetsots, è ormai
restituita ai fedeli dopo i lavori di
ristrutturazione iniziati nel primo dopoguerra. Da una jeep alcuni ragazzi
scaricano casse di ceri e candele che serviranno per la celebrazione del giorno
dopo. Padre Giut, un giovane sacerdote, ci racconta che grazie agli
investimenti degli armeni della diaspora, l’economia locale è ora in fase di
lenta ripresa. Nell’estate del 2001 è stato aperto un hotel nel centro
cittadino, l’Hotel del Melograno e nel maggio 2007 riaprirà l’ex Hotel Nine
Story, grazie agli investimenti della famiglia Papayants, che risiede negli
Stati Uniti. C’è poi la Shushi Foundation, prosegue padre Gjut: attiva dal
2001, si è data l’obiettivo, insieme al governo armeno che di sottobanco
elargisce finanziamenti per la ricostruzione, di far risorgere l’antica
capitale dalle rovine, riportandola allo status di centro culturale e
spirituale della regione.

Tra le montagne del
Karabakh si eleva il monastero di Kandzasar, il gioiello architettonico della
regione. Luogo di pellegrinaggio amato dai fedeli, questo monastero risalente
al XIII secolo fu teatro di violente battaglie tra le truppe azere e quelle armene.
Oggi è in fase di ricostruzione. L’abitazione del padre superiore fu abbattuta,
il monastero riportò seri danni. Le mura esterne sono piene di fori di
proiettile. Padre Jivan ci racconta che lo difese con i kalashnikov. Intorno a
noi un gruppo di giovani canadesi si muove
con curiosità e senso di commozione. Sono i nipoti degli armeni della diaspora.
Le loro fattezze, il loro abbigliamento e la loro lingua sono ormai un ibrido
di Nord America e Armenia. Visitare Kandzasar è una tappa per riscoprire
l’identità del proprio popolo d’origine, un viaggio della memoria.
Facciamo ritorno in
Armenia attraverso il corridoio di Latchine che unisce le parti meridionali di
Karabakh e Armenia. Le montagne che si snodano lungo la frontiera sono riarse,
sembrano la metafora dei rapporti tra Azerbajdžan e Karabakh, repubblica di
fatto ma non riconosciuta da alcuno Stato, meraviglioso paese di montagna
sospeso all’interno della storia.