19/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Immagini da un meraviglioso paese di montagna sospeso all'interno della storia
Molti speravano che l’incontro tenutosi a San Pietroburgo lo scorso 9 giugno tra il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, e quello dell’Armenia, Robert Kocharian, avrebbe finalmente sbloccato il negoziato sullo status del Nagorno-Katabakh, la regione che i due paesi si sono contesi con una guerra che ha causato, dal 1991 al 1994, oltre 30 mila morti e circa un milione di profughi.
Purtroppo, invece, nemmeno questa volta si registrano passi avanti. Tra i tanti punti che ancora dividono Baku e Yerevan c’è la questione del ritorno dei rispettivi sfollati: fondamentale per la definizione dei rapporti di forza demografici nella prospettiva di un referendum sul futuro della regione.
 
 
Scritto per noi da
Antonio Tiso e Ilenia Piccioni
 
Con un pulmino privato partito da Martouni, sul lago di Sevan, in Armenia, arriviamo nel Nagonro-Karabakh dopo un lento viaggio tra le verdi montagne del Caucaso. L’automezzo è carico di provvigioni alimentari accatastate ai piedi dei viaggiatori: cocomeri e verdura, sigarette, birra e carne d’agnello. Le strade sono dissestate: ci teniamo aggrappati alle maniglie con forza. Attraverso il vetro sporco si scorgono sentieri poco battuti, carcasse di fortezze decadute, carri armati azeri abbandonati, montagne meravigliose circondate dai cecchini azeri.
 
Shouchi, una donna anziana vende frutta e ortaggi lungo il marciapiede della via centrale che porta alla moscheaEntriamo in zona militare. I nostri compagni di viaggio portano rifornimenti ai loro familiari che lavorano in un campo militare a presidio dei confini con l’Azerbaigian. Qui non è possibile scattare foto. Le verdi montagne cedono gradualmente il passo a paesaggi aridi e secchi. Siamo nei pressi delle rovine di Agdam, l’Hiroshima del Karabakh come viene chiamata da questa parti. Non esistono più cimiteri ufficiali, per il semplice fatto che i morti dopo la guerra erano troppi e li si seppelliva dove si poteva. Croci di pietra o di legno, zappe piantate nel terreno intelaiate con un pezzo di legno orizzontale coprono a migliaia una terra arsa di sole e pregna di sangue.
 
Un ragazzo siede nel bus di collegamento tra Stephanakert e ShushiNon lontano da Stephanakert c’è Shushi, l’antica capitale del Karabakh, il centro abitato che più ha risentito del conflitto con l’Azerbaigian. Shushi è una cittadella fortificata, arroccata su una montagna. La salita è lenta e il minibus pare un vecchio mulo che conosce la strada ma stenta ormai a percorrerla. Accanto a noi un magma di persone con sacchi di farina accatastati l’uno sull’altro sputa polvere bianca a ogni buca. Tra i nostri compagni di viaggio c’è una donna anziana vestita di una sgargiante camicia di seta rossa, di un’eleganza antica. Il suo volto rugoso è illuminato da un dolce e malinconico sorriso. Scrive frammenti di una poesia su un quaderno. Ci spiega che è rimasta vedova del suo giovane marito, morto nella guerra contro gli azeri, e da allora non si è mai più ripresa.
 
Kandzasar, un prete del Monastero che ha combattuto durante la guerra contro gli azeriEntrare a Shushi è come entrare nel fitto di una foresta d’inverno: ossature di case e palazzi si ergono in ogni angolo. Rovine di edifici raccontano di un passato glorioso. Un gruppo di anziani gioca a carte davanti a una fila di negozi ridotti in macerie. Nel centro della borgo, all’angolo di una piccola piazza, il muro esterno di un edifico porta una scritta in caratteri armeni: “La salvezza degli armeni risiede solo nella loro unità”. Un veterano ci racconta che l’autore di questa scritta venne incarcerato dagli azeri. L’ex soldato ci traghetta lungo i siti militari abbandonati: tra le macerie della fortezza solo cespugli di more e animali al pascolo. Il nostro passaggio per le vie del borgo risveglia la curiosità degli abitanti e in breve, per le strade, si riversa una moltitudine di bambini che ci accompagna animando di nuova vita il sonnolento centro cittadino.
 
Un bambino gioca accanto a una statua lungo la via principale di StephanakertI visi delle persone portano ancora le cicatrici della guerra, i loro volti sono induriti. In centro un’antica moschea abbandonata si erge tra l’indifferenza degli abitanti, mentre la chiesa principale, la Cattedrale di Ghazanchetsots, è ormai restituita ai fedeli dopo i lavori di ristrutturazione iniziati nel primo dopoguerra. Da una jeep alcuni ragazzi scaricano casse di ceri e candele che serviranno per la celebrazione del giorno dopo. Padre Giut, un giovane sacerdote, ci racconta che grazie agli investimenti degli armeni della diaspora, l’economia locale è ora in fase di lenta ripresa. Nell’estate del 2001 è stato aperto un hotel nel centro cittadino, l’Hotel del Melograno e nel maggio 2007 riaprirà l’ex Hotel Nine Story, grazie agli investimenti della famiglia Papayants, che risiede negli Stati Uniti. C’è poi la Shushi Foundation, prosegue padre Gjut: attiva dal 2001, si è data l’obiettivo, insieme al governo armeno che di sottobanco elargisce finanziamenti per la ricostruzione, di far risorgere l’antica capitale dalle rovine, riportandola allo status di centro culturale e spirituale della regione.
 
Stephanakert, panni stesi di una famiglia armena e sullo sfondo un palazzo bombardato durante la guerraTra le montagne del Karabakh si eleva il monastero di Kandzasar, il gioiello architettonico della regione. Luogo di pellegrinaggio amato dai fedeli, questo monastero risalente al XIII secolo fu teatro di violente battaglie tra le truppe azere e quelle armene. Oggi è in fase di ricostruzione. L’abitazione del padre superiore fu abbattuta, il monastero riportò seri danni. Le mura esterne sono piene di fori di proiettile. Padre Jivan ci racconta che lo difese con i kalashnikov. Intorno a noi un gruppo di giovani canadesi si muove con curiosità e senso di commozione. Sono i nipoti degli armeni della diaspora. Le loro fattezze, il loro abbigliamento e la loro lingua sono ormai un ibrido di Nord America e Armenia. Visitare Kandzasar è una tappa per riscoprire l’identità del proprio popolo d’origine, un viaggio della memoria.
 
Facciamo ritorno in Armenia attraverso il corridoio di Latchine che unisce le parti meridionali di Karabakh e Armenia. Le montagne che si snodano lungo la frontiera sono riarse, sembrano la metafora dei rapporti tra Azerbajdžan e Karabakh, repubblica di fatto ma non riconosciuta da alcuno Stato, meraviglioso paese di montagna sospeso all’interno della storia.
 
Parole chiave: armenia, azerbaigian, nagorno karabakh, guerra, pace
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Armenia
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