Rahmatullah Hanefi, dal rapimento Mastrogiacomo ad oggi. Ripercorriamo le tappe della vicenda
19 giugno. Rahmatullah Hanefi, il manager dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, tenuto
prigioniero per tre mesi dai servizi di sicurezza afgani, è libero. Alle 16.00
locali di oggi, ha varcato il cancello del carcere Investigation
Department 17a Kabul. Ad attenderlo, Gino Strada. Sono poi saliti su
una macchina di Emergency, che li ha portati nella casa dove abitano gli internazionali
della associazione umanitaria.
16 giugno. E' sabato, quando viene comunicata al difensore la sentenza che scagiona Rahmatullah.
10 giugno. Comincia il procedimento a porte chiuse contro Rahmatullah Hanefi. Partecipano solo tre magistrati, Fatah Khan, il rappresentante
dell'accusa, e Ajmal Hodan, l'avvocato difensore. Il giorno dopo, il processo
si chiude. Hanefi è scagionato da ogni accusa. Sabato 16 viene comunicata al difensore
la sentenza che scagiona Rahmatullah.
7 giugno. Il Giornale, ancor prima delle autorità afgane, pubblica le accuse contro Rahmatullah: "Avrebbe incontrato l’autista
e l’interprete di Mastrogiacomo, mentre erano in mano ai tagliagole islamici (da
notare l'uso della parola islamici e non di quella più appropriata talebani, n.d.r.).
Durante il drammatico faccia a faccia, Sayed Agha, l’autista, lo avrebbe apertamente
accusato di averli venduti". In una intervista, Daniele Mastrogiacomo, testimone diretto di tutta la vicenda,
smonta una per una le accuse riportate da Il Giornale
31 maggio. L'ambasciatore italiano in Afghanistan Ettore Sequi riesce finalmente a vedere Rahmatullah. "Si è mostrato particolarmente provato", commenta il ministro degli
Esteri Massimo Massimo D'Alema che giudica questa visita "una passo avanti ma
non suffuciente".
23 maggio. Un appello per la liberazione di Hanefi è stato diffuso da esponenti del mondo della cultura e dell'informazione.
"Il prolungarsi della detenzione di Rahmatullah Hanefi, in spregio ai diritti
universali e alla più elementare dignità umana, avviene in palese violazione della
Costituzione afgana", scrivono i firmatari dell'appello.
"La decisione di arrestare il funzionario di Emergency nelle ultime settimane
- continua il testo - è stata concertata con un'aggressione all'organizzazione
umanitaria costretta
a prendere la dolorosa decisione di abbandonare l'Afganistan non potendo più garantire
la sicurezza del proprio personale e quindi la salute e la vita dei pazienti.
L'attuale sistema giuridico afgano è stato costruito con la collaborazione e
l'importante sostegno finanziario per cinquanta milioni di dollari dell'Italia".
21 maggio. D'Alema è in Afghanistan, in visita ufficiale. I portavoce del ministero riferiscono
che è stata "espressa preoccupazione per la vicenda Hanefi". Ma il ministro ,
ancora, non ottiene che qualche generica rassicurazione. Nessun accenno alla vicenda
degli ospedali dell'italiana Emergency, chiusi perché sono venute meno le condizioni di sicurezza degli operatori, minacciati da esponenti della amministrazione
afgana.
7 maggio. Con un comunicato diramato nel pomeriggio, Emergency ha annunciato la requisizione delle sue strutture
ospedaliere afgane da parte del governo di Kabul.
Le notizie che giungono dall’Afghanistan sono ancora confuse: sul destino dei
tre ospedali per ora circolano solo delle voci, tutte da confermare. Alcune dicono
che il governo Karzai intenda insediare nell’ospedale di Kabul un’altra Ong. Per
la clinica di Anabah, in Panjshir, si parla addirittura di una riconversione ad
uso militare come sede di un Provincial Reconstruction Team (Prt) della Nato.
Nulla si sa invece sull’ospedale di Lashkargah, in Helmand, dove i margini di
manovra del governo sono assai ridotti vista la situazione di instabilità.
Per Emergency, la requisizione degli ospedali è “un’azione di forza conseguente
ad altre azioni di forza che ne hanno posto le premesse”.
26 aprile. Con l’assistenza dell’Unità di Crisi della Farnesina – che configura un vero
e proprio incidente diplomatico – Emergency evacua dall’Afghanistan i cinque membri
dello staff internazionale. I tre ospedali dell’Ong, che nel frattempo avevano
dimesso quasi tutti i pazienti ricoverati, vengono chiusi.
Gino Strada dichiara a PeaceReporter: “Torneremo quando il governo afgano dimostrerà con i fatti che per Emergency
ci sono le condizioni di sicurezza per lavorare. Da oltre un mese il governo Karzai
ha fatto di tutto per espellere Emergency dall’Afghanistan, arrestando il nostro
personale, accusandoci di sostenere i terroristi e indicandoci, quindi, come un
nemico, infine mandando la polizia nei nostri ospedali. Il governo afgano ha minacciato
Emergency e ha dato seguito a queste minacce”.
25 aprile. La polizia afgana si presenta all’ospedale di Emergency a Kabul, dove cinque
membri dello staff internazionale erano appena rientrati da Dubai per monitorare
la situazione. Gli agenti chiedono la consegna dei loro passaporti senza fornire
spiegazioni. La richiesta viene rifiutata.
Per Emergency questo episodio è l’ennesima conferma dell’ostilità delle autorità
governative afgane verso l’Ong italiana.
11 aprile. Per motivi di sicurezza, il personale internazionale di Emergency, una quarantina
di persone in tutto, lascia l’Afghanistan per Dubai, in attesa che la situazione
si chiarisca.
I tre ospedali dell’Ong, dove continua ad operare il personale medico locale,
rimangono aperti ma vengono sospese le ammissioni di nuovi pazienti.
10 aprile. Il direttore dei servizi segreti afgani, Amrullah Saleh, accusa Emergency di
essere un’organizzazione che “fiancheggia i terroristi e persino gli uomini di
Al Qaeda in Afghanistan” perché – argomenta Saleh – “un talebano si denuncia alla
polizia, non si cura per permettergli poi di riprendere le armi contro di noi,
contro i nostri alleati, contro la Nato, contro gli italiani”.
Emergency risponde: “Queste parole costituiscono una conferma inquietante della
nostra preoccupazione che fosse in atto, attraverso l’illegale sequestro di Rahmatullah
Hanefi ad opera dei servizi afgani, una operazione contro Emergency: una ritorsione,
su destinatari impropri, per l’esito del sequestro Mastrogiacomo, che ha comportato
la liberazione di cinque detenuti, concordata tra Hamid Karzai e Romano Prodi.
Questa sortita di un uomo importante del governo Karzai diventa un elemento di
valutazione circa la presenza di Emergency in Afganistan e circa la sicurezza
del nostro personale internazionale”.
8 aprile. I talebani annunciano la decapitazione di Adjmal, un giorno prima della scadenza
dell’ultimatum da loro stesso fissato. Subito dopo, i servizi segreti afgani annunciano
di sospettare Rahmatullah Hanefi di essere coinvolto nel sequestro Mastrogiacomo
e nella mancata liberazione di Adjmal il 19 marzo.
Gino Strada risponde: “Sono calunnie”.
29 marzo. Il mullah Dadullah annuncia in un’intervista che Adjmal Nashkbandi, l’interprete
di Mastrogiacomo, è ancora nelle sue mani e chiede, per la sua liberazione, la
scarcerazione di altri esponenti talebani.
Il presidente afgano Hamid Karzai dichiara che nessun altro prigioniero talebano
verrà liberato in cambio di ostaggi.
20 marzo. Rahmatullah Hanefi viene arrestato dai servizi segreti afgani senza alcuna spiegazione.
Mastrogiacomo viene trasferito a Kabul e da lì direttamente in Italia.
19 marzo. I cinque personaggi liberati, presi in custodia da Emergency come richiesto dai
talebani, vengono consegnati ai sequestratori che in cambio liberano Mastrogiacomo
e – secondo la sua stessa testimonianza – anche il suo interprete. Il primo viene
preso in consegna da Rahmatullah Hanefi e portato all’ospedale di Emergency di
Lashkargah. Il secondo sparisce. Per giorni, fonti afgane confermate da fonti
dei servizi italiani e dei Ros, danno per certo che Adjmal sia in mano ai servizi
segreti afgani.
16 marzo. I sequestratori di Mastrogiacomo sgozzano il suo autista afgano, Sayed Agha,
accusato di essere una spia al servizio delle truppe britanniche della Nato, e
pongono le condizioni per il rilascio del giornalista italiano e del suo interprete:
la liberazione di cinque esponenti talebani detenuti nelle carceri afgane. Il
governo italiano si attiva subito presso quello afgano per ottenere la scarcerazione
dei nominativi forniti dai sequestratori, che avverrà – dopo non facili trattative
con Karzai – il 17 e 18 marzo.
16 marzo. I sequestratori di Mastrogiacomo sgozzano il suo autista afgano, Sayed Agha,
accusato di essere una spia al servizio delle truppe britanniche della Nato, e
pongono le condizioni per il rilascio del giornalista italiano e del suo interprete:
la liberazione di cinque esponenti talebani detenuti nelle carceri afgane. Il
governo italiano si attiva subito presso quello afgano per ottenere la scarcerazione
dei nominativi forniti dai sequestratori, che avverrà – dopo non facili trattative
con Karzai – il 17 e 18 marzo.
14 marzo. I sequestratori recapitano alla sede di Emergency a Kabul un filmato in cui
si vede Mastrogiacomo nelle loro mani. E’ la prova che il governo italiano chiedeva
per avviare la trattativa, utilizzando il canale umanitario di Emergency.
A tenere i contatti con i sequestratori per conto del governo italiano è Rahmatullah
Hanefi, manager dell’ospedale di Emergency a Lashkargah.
5 marzo. L’inviato de La Repubblica in Afghanistan, Daniele Mastrogiacomo, viene rapito dai talebani nei pressi
di Lashkargah, capoluogo della provincia di Helmand. Assieme a lui vengono catturati
il suo autista, Sayed Agha, e il suo interprete, Adjmal Nashkbandi.
Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il direttore de La Repubblica, Ezio Mauro, contattano Gino Strada a Khartoum chiedendogli di intervenire:
lui accetta.