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di Sebastian Smith*
Non c’è più coprifuoco a Grozny, ma di notte quasi nessuno si avventura per le
strade.
La vista di un veicolo parcheggiato in una strada buia, con le portiere aperte,
suona come un avvertimento. Soprattutto se si tratta non di un veicolo qualsiasi
ma di un furgoncino Uaz, di quelli che chiamano ‘tabletka’ (pillola) per la loro forma tondeggiante. Tutti a Grozny sanno che queste sono
le auto usate dalle truppe speciali russe per i loro raid notturni.
Quando vediamo un’altra tabletka ferma all’angolo successivo, con accanto un uomo armato, decidiamo che è meglio
cambiare strada. Ma appena svoltiamo in un’altra via, incrociamo un altro furgoncino
dello stesso tipo.
Chi c’è dentro queste auto, e per chi vengono?
Domande che gli abitanti di Grozny si pongono spesso, ma che rimangono senza
risposta.
Il lato oscuro del conflitto. A dieci anni dall’inizio della prima guerra in Cecenia e a cinque anni dall’inizio
della seconda, il conflitto continua nella sua classica forma sulle montagne del
sud: bombardamenti di artiglieria, raid aerei, scontri armati. Qui nelle pianure
del nord, dove vive la maggior parte della popolazione, la battaglia prosegue
invece in maniera quasi invisibile. Cellule clandestine di guerriglieri posano
mine, tendono agguati e assassinano ufficiali dell’esercito russo e della milizia
locale. Le forze di sicurezza russe e le unità di
collaborazionisti ceceni rispondono
con posti di blocco per le strade e rastrellamenti ‘mirati’ nelle case dei ‘sospetti
terroristi’, condotti con le tabletka o con i grandi blindati da trasporto truppe, simili a carri armati con le ruote.
Una lotta condotta nell’ombra, nella quale i militari russi operano nell’anonimato,
a volto coperto, e i prigionieri ceceni spesso spariscono nel nulla.
Quello ceceno è diventato un conflitto di spioni e doppiogiochisti, in cui la
gente comune non sa più da che parte stare e non si fida più di nessuno.
“Ci sono molti informatori e non sai mai chi è chi. Quando c’era un fronte tutto
era semplice. Adesso, chiunque può lavorare per i russi o per gli indipendentisti
di Maskhadov”, dice Beslan, che come tutti gli intervistati ceceni chiede di non
rivelare il cognome.
Tutte le famiglie cecene hanno parenti uccisi in questa guerra o spariti dopo
essere stati arrestati dai russi.
Raisa, madre di due bambini, racconta di come suo figlio Shamil, 23 anni, sia
scampato per un pelo a questo destino. “Sono venuti alle tre di notte. Non hanno
detto chi fossero. Hanno sfondato il cancelletto e rubato le nostre provviste
e i nostri vestiti dalla cantina. Poi sono entrati in casa rompendo una finestra:
fuori faceva molto freddo. Shamil quella notte, per fortuna, era a casa di suo
zio. Sapevo che sarebbero tornati a cercarlo. La mattina successiva ho messo insieme
un po’ di cose, le ho caricate in macchina e ci siamo trasferiti in un altro quartiere
di Grozny, profughi nella nostra stessa città. Pochi giorni dopo Shamil ha scontato
la sua buona sorte, venendo gravemente ferito da una trappola esplosiva nascosta
tra le macerie di un palazzo in cui stava raccogliendo rottami di metallo da rivendere,
l’unico modo per guadagnare qualche soldo a Grozny”.
Human Rights Watch e Memorial denunciano regolarmente il ritrovamento di cadaveri
nei fossi ai margini delle strade o nei campi fuori dai villaggi, cadaveri di
persone arrestate dalle forze di sicurezza russe. Non ci sono cifre precise sul
numero di ceceni spariti o sommariamente giustiziati durante questa guerra. Ci
sono solo dati parziali, abbastanza eloquenti: secondo Memorial (che però monitora
solo cinque distretti dei diciassette totali, cioè il 30 per cento del territorio
ceceno) tra il luglio 2000 e lo stesso mese del 2001, ad esempio, 1.304 persone
sono state vittime di esecuzioni extragiudiziali. Oggi la situazione è un po’
migliorata, ma non poi tanto. Da gennaio a novembre di quest’anno Memorial ha
ricevuto denuncia di 318 casi di ‘rapimento’ di civili da parte delle forze di
sicurezza, di cui 136 spariti nel nulla e 19 ritrovati morti. Tutti dati che vanno
moltiplicati almeno per tre, senza contare i casi non denunciati per timore di
rappresaglie.
Molti paragonano l’atmosfera che si respira nella Grozny di oggi con quella dell’epoca
staliniana.
“Se un giorno vedi qualcosa che non dovresti vedere, il giorno dopo sparisci”,
dice Leila, mentre riempie d’acqua dei secchi da una conduttura bucata tra i muri
sforacchiati di pallottole di un palazzo in rovina. “Due miei nipoti sono stati
portati via lo scorso marzo, e da allora non se ne sa più nulla”.
Vicino a lei Valentina, una russa che vive a Grozny da sempre, racconta che ha
così tanta paura che ogni sera alle sei si chiude dentro casa. “Durante la notte
tremo ogni volta che sento i cani abbaiare”.
Il gran bazar della guerra. Anche il lato visibile della guerra crea una grande confusione.
Ai checkpoint si incontrano militari di una dozzina di appartenenze diverse:
ministero della Difesa (Mo), ministero degli Interni (Mvd), servizi segreti civili
(Fsb), servizi segreti militari (Gru), polizia cecena, milizie kadyrovite. Queste
ultime sono i famigerati collaborazionisti ceceni comandati da Ramzan Kadyrov,
figlio dell’ex presidente ceceno assassinato a maggio: non hanno uniformi, vestono
con mimetiche di vario tipo come i guerriglieri indipendentisti, dalle cui fila
molti di loro provengono. A un incrocio nel centro di Grozny un gruppo di poliziotti
ceceni spara raffiche di mitra in aria per fermare un’auto senza targa che viaggia
ad alta velocità: ne scendono quattro uomini armati fino ai denti, e solo dopo
un’accesa discussione giungono alla conclusione di appartenere alla stessa parte.
I militari russi, dal canto loro, non si fidano né della polizia cecena né delle
milizie kadyrovite, ritenendole infiltrate dai nemici, dai ribelli indipendentisti.
D’altra parte, tutti sanno che i militari russi non disdegnano di fare affari
con gli stessi guerriglieri. Una fonte affidabile all’interno delle forze di sicurezza
cecene filo-moscovite mi ha confermato che le truppe federali vendono regolarmente
armi ai ribelli a scopo meramente economico e che addirittura le due parti si
accordano informalmente per stabilire delle tregue in limitate zone delle montagne
del sud.
Secondo un altro personaggio interno alle forze governative cecene, in questa
guerra, da una parte e dall’altra, si confrontano bande armate che agiscono a
scopi puramente criminali o di vendetta personale. “Questa non è più una guerra
di resistenza o contro la resistenza, ma una guerra per la spartizione del controllo
del business criminale (rapimenti, estorsioni, contrabbando, saccheggi) tra diversi
soggetti. E’ un cosiddetto ‘piccolo conflitto gestibile’ nel quale non mancano
parti incontrollabili delle forze di sicurezza che vendono armi alla controparte.
Essenzialmente succede oggi quello che succedeva tra le due guerre, nel periodo
’96-’99. Allora lo chiamavamo gangsterismo. Solo le definizioni sono cambiate”.
I cani di Grozny continueranno ad abbaiare di notte per molto tempo ancora.