Ragazzi palestinesi e israeliani, che a Londra lavorano per la soluzione del conflitto, commentano i fatti di Gaza
scritto per noi da
Cecilia Anesi
La cronaca degli ultimi giorni del
conflitto tra le fazioni di Hamas e Fatah, nella Striscia di Gaza, ha
mostrato al mondo violenza, odio e morte. I civili di Gaza sono
barricati in casa da giorni, dopo essere stati accolti a suon di
proiettili quando hanno sfilato per le strade di Gaza City per
chiedere la fine delle violenze. A soffrire non sono solo loro, ma
anche la comunità dei palestinesi che vivono all’estero.
Così lontani, così vicini. Una storia speciale è quella dei
ragazzi palestinesi del progetto di pace
Olive Tree, che a
Londra lavorano insieme a ragazzi israeliani per il processo di pace
israelo – palestinese. Per la prima volta, dalla nascita del
progetto, non è l'occupazione israeliana a creare sofferenza
nei loro cuori, ma il duello fraticida tra Hamas e Fatah.
“Ho chiamato la mia famiglia un'ora
fa. I miliziani stanno combattendo intorno alla mia casa”, dice
Wael Alsousi, 23 anni, studente di ingegneria informatica originario
di Gaza City. E’ una strana sensazione essere a Londra mentre le
proprie famiglie rischiano la vita a Gaza. “Sono preoccupato tutto
il tempo, il mio spirito è laggiù”, dice Wael, “non
posso andare da loro perchè i confini sono chiusi”.
Per altri la situazione è più
complessa, come nel caso di Jayyab Abu Safia, 23 anni, di un campo
profughi di Gaza, studente di giornalismo e scienze sociali,
ricercato da Hamas per aver fatto un film assieme alla Bbc.
“Gli uomini di Hamas sono stati a
casa mia per prendermi, vogliono uccidermi”, dice Jayyab, “sono
preoccupatissimo per la mia famiglia, adesso stanno cercando di
scappare. Ma dove?”.
Una nuova era? Le gesta di Hamas sono deplorevoli,
pensano i ragazzi. Mazen Zu’bi, 22 anni, israelo - palestinese di
Nazareth, studente di psicologia, dice: “Hamas ha vinto e questa è
la cosa peggiore possibile per Gaza. Alla gente di Gaza verrà
imposto un regime islamico, con coprifuoco e restrizioni varie e in
più verranno attaccati da Israele senza tregua perchè
quelli di Hamas sono ritenuti terroristi, e questo dà
un'ottima scusa per giustificare attacchi su Gaza. E’ molto
triste”.
Hamas ha dichiarato di aver liberato
Gaza. “Liberazione? Questa è una nuova occupazione!”, dice
Jayyab, “da parte di un gruppo di fondamentalisti islamici che sono
saliti al potere tramite la democrazia, e ora stanno uccidendo
tutti”. Con la voce rotta dall'emozione, Jayyab dice che i due
manifestanti uccisi mercoledì da i miliziani di Hamas erano
suoi amici. “Sono scesi in strada per fermare quel massacro, e loro
li hanno uccisi, Shadi, il mio amico, gli hanno sparato al petto...”,
racconta il ragazzo palestinese. Mazen crede che la liberazione della
Palestina possa avvenire solo tramite il sapere, l’educazione, una
mentalità di pace e di certo non attraverso le violenze di
Hamas. Ci tiene a precisare, però, che Fatah secondo lui non è
differente da Hamas. Mazen dice: “Il fatto che la Cisgiordania è
sotto il controllo di Fatah non porterà la pace con Israele.
Né Fatah né Hamas lavorano per la pace, l’unica cosa
che vedono è la vendetta. I miliziani di Fatah si sentono
sconfitti e dentro hanno solo rabbia e violenza”. Sia Mazen che
Jayyab vedono la loro terra divisa. “Hanno diviso la Palestina in
due stati e le vittime sono i civili che non appartengono a nessun
partito”, dice Jayyab.
Visto da Israele. La visione del conflitto israelo –
palestinese sta cambiando anche per gli amici israeliani di questi
ragazzi. Walid, 22 anni, dice che l’avere degli
amici palestinesi con le famiglie a Gaza lo ha fatto sentire più
determinato a battersi per la soluzione del conflitto. “Il
conflitto non è più una cosa virtuale per me, la crisi
di Gaza ha adesso un volto umano”. Mazen, sospeso tra Israele,
Palestina e Londra, dice di essere contento di poter giudicare la
situazione dal di fuori. “Come israeliano non ho molto da dire,
come palestinese sto soffrendo molto. Mi sento come se il mondo
stesse per finire perchè la gente non capisce che la violenza
non è la via e rimane in questo circolo vizioso dell’occhio
per occhio, dente per dente”, dice Mazen. Il primo ministro israeliano, Olmert,
e
il presidente palestinese Mahmoud Abbas hanno ponderato la possibiltà
di un intervento di forze internazionali sul territorio. I pareri, su
questa questione, sono diversi. Wael crede che una forza
internazionale potrebbe essere l’unico modo per riportare l’ordine,
ma Jayyab ritiene che sarebbe solo un altro massacro. Walid sostiene
che sia Israele che la comunità internazionale sono in gran
parte responsabili per quanto accade a Gaza, ma non vede l'utilità
di un intervento militare. “Solo un aiuto socio – economico può
funzionare. L’aiuto monetario è indispensabile in una
situazione economica al collasso.
Guardando al futuro. Dimitri Reider, un ragazzo israliano
che ha finito il suo terzo anno di Olive Tree a Londra, e si è
appena laureato in giornalismo, la pensa come Mazen. Il programma
di cui fanno parte gli insegna a trovare una soluzione per il
conflitto israelo – palestinese, mentre adesso i ragazzi si trovano
a cercare, prima di tutto, una possibile soluzione per il conflitto
interno della Palestina perchè, dice Walid, “per poter
trovare una soluzione permanente al conflitto c’è bisogno di
pace tra i palestinesi stessi”. Dimitri pensa che Israele alla fine
vince comunque, e che se volesse davvero trovare una soluzione
dovrebbe iniziare a riconoscere il governo di Hamas, e dare il via a
delle trattative e a cooperare con la popolazione civile palestinese.
Mazen dice di non dare la colpa a una delle due parti. “Entrambi,
sia Israele sia la Palestina divisa, non stanno lavorando per la
pace. Entrambi non stanno lavorando per ottenere quei benefici che ci
sono in una vita normale, una situazione dove non si uccide ogni
giorno”, dice Mazen.
“Credo che l’unica soluzione
possibile sia quella di fare le prossime elezioni subito”, dice
Jayyab, “e sequestrare tutte le armi a entrambi i gruppi militari.
Bisogna dare la possibilità ai palestinesi di scegliere. Ci
servono nuovi leader che possano risolvere i nostri problemi. La
gente è povera, stanca di combattere, stanca di uccidersi a
vicenda, abbiamo bisogno di cambiare radicalmente questa situazione”.